Anno di cinema 2013 / 1, il bene

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Il 2013 è stato un anno di… sorprese. È stato un anno di grandi visioni in sala, di delusioni, di sorprese; di film sia magnifici sia orribili. Per me è stato anche un anno di (ri)scoperta di certi capolavori vecchi e nuovi che mi hanno aiutato a rimodellare la mia concezione dello stesso Cinema. Ho scoperto Béla Tarr, ho riscoperto David Lynch, sono stato al mio primo festival del Cinema (Venezia 70), ho scritto tante parole, belle e brutte; sono stato negli Stati Uniti d’America e ho scoperto le gioie della Sala IMAX. E soprattutto ho visto tanti film al cinema. Perché questo 2013, come tutti gli anni, ha portato in sala molti film, e come ogni anno, per i poveri italiani che non sanno come far funzionare i torrent, ha portato in sala molti film usciti l’anno prima.
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In questo pezzo

In questo pezzo e nel suo gemello in uscita domani non parlerò dei migliori e dei peggiori film del 2013, ma, a grandi linee, di film che mi hanno particolarmente colpito, nel bene o nel male, e che sono usciti nelle sale cinematografiche di tutta Italia: non inserirò pellicole viste al festival (sennò inserirei senza dubbio Kaze Tachinu e The Zero Theorem), non inserirò film visti prima dell’uscita in Italia e neanche film che in Italia molto probabilmente non usciranno. Non tutti questi film li ho visti, in effetti, al cinema, ed alcuni di questi – di quelli meno recenti – li ho addirittura visti nel 2012. Diciamo che questa dovrebbe funzionare come una mini-guida per tutti.
Molti titoli sono assenti, sia nel suddetto bene che nel summenzionato male; tra questi uno che mi manca molto è A Field in England, ma del resto ne avevo già chiacchierato un po’ nell’articolo sui film horror, ma anche L’inconnu du lac e vari altri. Tuttavia, debbo fare una doverosa premessa: mi mancano molti film, anche usciti nei cinema, che probabilmente avrebbero un posto in questa lista, o almeno verrebbero nominati. Tra essi spiccano Blue Jasmine di Woody Allen e The Grandmaster di Wong Kar-wai, e non dimentichiamo gli italiani Stop the pounding heart e, dal promettentissimo Manuli, La leggenda di Kaspar Hauser.
(continua)

Le soprese

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È stato per me piacevolissimo scoprire quella perla visionaria che è Post Tenebras Lux (2012) (titolo già di per sé bellissimo: Dopo le tenebre,  la luce) di Carlos Reygadas,  che per la regia di questo film è stato premiato a Cannes nel 2012 dal direttore della Giuria Nanni Moretti, che nel contempo diede la Palma d’Oro ad Amour di Haneke. È stata una sorpresa potente in quanto di Reygadas avevo visto solo Battaglia nel cielo (2005) che mi lasciò profondamente freddo, quasi insultato dalla vuotezza di un film che partiva da presupposti ambiziosissimi per raccontare un «Nulla» provocante ma parecchio vacuo. In Post Tenebras Lux mi ha dato un effetto opposto, come anche in un altro suo film che ho avuto modo di recuperare, Japòn (2002) – piccola parentesi: adesso mi manca solo Stellet Licht (2007), secondo molti il suo capolavoro –, ovvero mi ha dato la sensazione di aver capito cosa dovrebbe fare un autore con il suo talento visivo e, accanto ad esso, il desiderio di provocare. Le scene ostiche non mancano, e spesso ci si interroga su cosa si sta davvero vedendo, sovente senza risposta (l’ultimissima sequenza, sporca ma abbastanza goliardica, contrapposta alla scena di suicidio cruentissima e bellissima che veniva subito prima, è parecchio fuori posto e ancora devo capirne la funzione), ma non si può rimanere impassibili di fronte alla bellezza del carrello con cui il film si apre, come anche alla straordinaria scena successiva in cui un deforme Satana fluorescente si aggira per una casa con una cassetta di attrezzi – inquadrature di rara bellezza. Quando un film così ostico riesce a non irritare, significa che il talento visivo o è talmente potente da far dimenticare ogni altro livello di apprezzamento oppure è fine abbastanza al contenuto da oscurare la narrativa per passare ad una lettura più profonda del sottotesto. Per Reygadas, è la prima di queste due possibili accezioni. Un vero pittore d’inquadrature, da tenersi stretto, la sorpresa estera della stagione.
La sorpresa italiana invece per me è stata La Grande bellezza di cui ho già parlato abbondantemente da queste parti, ma riguardo alla quale vorrei esprimere ancora un paio di pensieri veloci; l’ultima fatica di Paolo Sorrentino, ambiziosissima e visionaria, non è piaciuta a molti per la propria ricerca di poetica e per la propria carenza di coraggio, ma io l’ho adorata per i suoi toni grotteschi, più vicini a Ferreri che a Fellini, con il sorriso luciferino di Servillo che accompagna l’intera durata del film, tra una lacrima malinconica e l’altra, con un sottofondo musicale che va dai cori gregoriani ai peggiori remix dance italiani, applicando la critica sociale a svariate accezioni delle quali le più interessanti sono probabilmente quella dell’arte moderna, quella del patriottismo (grande il coraggio di far dire al personaggio interpretato da Carlo Verdone, un po’ il simbolo della capitale, la frase «Roma mi ha deluso») e quella del clero, con preti in altalena, Sante deliranti e vescovi che di sacro non san niente e dicono solo cretinate riguardanti la cucina. Non è crudo né cattivo, è una «vox media» meno vuota di quel che molti hanno criticato, confusa e disgustata ma mai veramente dichiaratamente schierata da un lato o dall’altro della stessa medaglia: e vedere questo film vincere molti EFA (European Film Awards) sinceramente mi riempie di speranza, rammentandoci che c’è qualcuno che si ricorda dell’esistenza del Cinema italiano ogni tanto…
Dagli Stati Uniti d’America giunge l’ultima opera di un regista verso il quale esprimo senza dubbio forte stima. Quest’horror visionario è stato nei cinema italiani per una settimana prima di essere stato segnalato da un vescovo per Satanismo e portato fuori dalle sale, per poi tornare tra le mani dei poveri spettatori desiderosi solo sotto forma di dvd. Per fedeltà verso il regista e rabbia verso il clero, oltre che per desiderio di averlo tra le mani e la sicurezza che ne sarebbe valsa la pena, ho ignorato chiunque mi dicesse di scaricarlo e ho goduto della visione in dvd poche settimane fa. Sto parlando, come alcuni avranno capito, di Le streghe di Salem di Rob Zombie. Un film che comincia come un horror carino soprattutto per i riferimenti alla musica rock/pop (geniale l’idea di dare al film una cadenza ed un ritmo più à la anni ’60 che à la Black Metal nonostante la colonna sonora moderna: tanti Velvet Underground, zero Gorgoroth) e ai classici della storia del Satanismo, continua su questa falsariga con qualche sbocco illuminante come la scena onirica del sesso orale al prete e si conclude nel delirio più totale, con simbolismi potentissimi, geniale uso della musica ed atmosfere apocalittiche: Satana è (letteralmente) un aborto, la possessione è lovecraftiana e la logica viene piegata dalla potenza dell’immagine e dalla fine di ogni cosa. Il «figlio di Satana» più potente dai tempi del Rosemary’s Baby polanskiano, ed il miglior film di Zombie dopo La casa del diavolo.
A Touch of Sin invece è la potente risposta asiatica non animata al panorama cinematografico del 2013. È il film più commerciale di Jia Zhang-Ke, anche se funge come critica a vari aspetti della società cinese contemporanea, commentata con un senso di distacco dalla violenza imperante di cui la pellicola è pregna, anche se viene ben gestita dal regista, vincitore del Leone d’Oro nel 2006 per Still Life, che non fallisce nel tentativo complicato di raccontare le ipocrisie della Cina moderna, tra la sua solennità nei rapporti internazionali e la sua fragilità caotica nei rapporti civili. Il potere dei soldi è più forte del potere dell’uomo ed il potere dell’uomo fa male all’uomo stesso. E la violenza dilagante non è assolutamente fine a sé stessa, badiamo bene: ci troviamo davanti ad un film-dipinto infernale la cui tesi è anche che non si possono raccontare certi drammi senza puntare alla brutalità, perché la brutalità è ciò che rimane ai personaggi ed è il loro unico mezzo per esprimersi. Non esiste più il cuore che batte d’amore, solo il cuore che smette di battere, senza manierismo, senza eccessi fuori luogo, con una messa in scena tragicamente disturbante da manuale. Consiglio la visione a tutti: è passato nei cinema italiani, ma è rimasto quasi completamente inosservato, ed è un gioiellino unico.
pacificlimConcludo con un doveroso commento riguardante il miglior blockbuster dell’anno: Pacific Rim di Guillermo Del Toro. In realtà probabilmente ho preferito Gravity, ma ho già sprecato parecchie parole a riguardo e la differenza qualitativa è veramente di poco conto: in questo film, Del Toro conferma per l’ennesima volta come riesca a riempire di autorialità pure un lavoro da mestierante. Niente snobismo, niente pretesa di serietà à la Nolan: rimane il guscio duro di un film grezzo e speciale che funziona come tributo al genere «mecha» (grandi robottoni, sfruttati soprattutto in anime come Daitarn 3 o Evangelion ma soprattutto Tengen Toppa Gurren Lagann, il cui autore Hiroyuki Imaishi è un grande fan del film di Del Toro, tanto che ad esso ha dedicato un bellissimo schizzo: lo vedete qui a lato) e ai «kaiju», i mostri giganti giapponesi il cui indiscusso re è Godzilla – a cui verrà tra poco dedicato un blockbuster con Bryan Cranston e Ken Watanabe, diretto da Gareth Evans, regista di The Raid. Il conflitto tra «mecha» e «kaiju» viene trattato con divertimento e commozione infantile, tante risate, intrattenimento tamarro ma mai senza quel barlume di genio che viene fuori dalla videocamera grazie al meraviglioso stile di Del Toro, tra le luci al neon ed un montaggio serrato che non sbaglia un colpo, creando spesso enfasi ma senza mai irritare. È un film vitalissimo e divertentissimo, che conferma come il regista sia tra i migliori nomi dell’Hollywood più commerciale dell’oggi.
(continua)

I migliori 5

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Giungiamo ordunque ad una classifica più tradizionale, con veri e propri posti assegnati e titoli.

5. The act of killing (2012) di Joshua Oppenheimer
«Non ho visto nessun film così potente, surreale e spaventoso, almeno nell’ultima decade… è una cosa senza precedenti nella storia del Cinema»: così il film di Oppenheimer sul governo militare indonesiano, instauratosi con un colpo di stato, viene commentato da Werner Herzog, uno dei più grandi registi viventi. Forse esagera, ma ciò non leva che è un film meraviglioso, sperimentale e sadico: questo «documentario» epocale e rivoluzionario parte dal personaggio di Anwar Congo, che tra il 1965 e il 1966 è stato tra i nomi più importanti per quanto riguarda il ciclo di uccisioni contro gli oppositori al regime (accusati di comunismo) in quel periodo, creando una vera e propria squadra della morte a cui veniva affidata anche l’estorsione ai danni degli immigrati cinesi e la loro uccisione in caso di mancato pagamento. Oggi, Anwar è considerato uno dei padri fondatori dell’Indonesia moderna ed è amato da tutti. Oppenheimer lo invita ad un progetto sperimentale: l’assassino dovrà riprodurre cinematograficamente la sua violenta vita partendo dai suoi generi filmici preferiti, western, gangster e musical. Il documentario lentamente si trasforma da un documentario vero e proprio ad un documentario surreale, un incubo onestissimo ma molto fittizio, che funge come annichilente psicanalisi del personaggio di Anwar, che nell’epilogo sale su di un tetto vomitando ripetutamente e schifandosi delle sue azioni. È un terrificante ed originale discorso sulla banalità del male, e aumenta di potenza grazie al suo essere allo stesso tempo un film socio-politico, esistenziale e profondamente metacinematografico. Distribuito malissimo in Italia durante l’autunno 2013.

4. Solo Dio perdona (2013) di Nicolas Winding Refn
Anche di questo, credo di aver già detto abbastanza qui, e aggiungo poco altro. Only God forgives è un film potentissimo che conferma e afferma l’autorialità e lo stile visivo di Refn con una fotografia piena d’animo ed una cattiveria ed una violenza lontane dall’essere fini a sé stesse. È un film profondamente minimalista e allucinato, in cui la trama conta pochissimo e tutta la qualità è affidata essenzialmente ad uno stile onirico e profondamente lento, un’estetica immacolata ma infernale, in cui il titolo (ed il sottotitolo «È tempo di incontrare il Diavolo») dicono più di qualsiasi dialogo all’interno del film. Tra Valhalla Rising, Pusher 2 e Fear X, questo film è il Refn ideale per capire il suo stile e le sue ossessioni, il film che lui ha sempre voluto fare e che meglio cristallizza la sua autorialità – nel male ma soprattutto nel bene. Potentissimo.

3. Django unchained (2012) di Quentin Tarantino
Molto prevedibilmente, io adoro alla follia Quentin Tarantino. È uno di quei registi che non si possono non amare. Ha cominciato la sua carriera con il film gangster postmoderno per eccellenza, un film magnifico ed importantissimo tra i migliori del suo decennio (Le Iene, 1992), ha continuato con un film rivoluzionario ormai in testa a classifiche dei migliori film di sempre in ogni dove (Pulp Fiction, 1994), per poi darsi ad un film estremamente sotto tono ma non per questo inferiore, divertentissimo, leggero e pieno di trovate geniali (Jackie Brown, 1997), estremizzando successivamente la sua poetica registica con un doppio-film di eccessi, divertentissimo film di culto istantaneo come tributo al cinema d’azione asiatico (Kill Bill, 2003-2004), e collaborando con Robert Rodrìguez al progetto Grindhouse con il suo unico film deludente e vuoto, un’Odissea auto-masturbatoria simpatica per i fan ma obiettivamente inferiore alla parte di Rodrìguez a dir poco (A prova di morte, 2007), per poi giungere nel 2009 a quel capolavoro assoluto che è Bastardi senza gloria, con cui ha affermato la sua autorialità in maniera definitiva – uno dei più grandi film del decennio e di sempre. La sua ultima fatica è un rifacimento (???) del Django di Sergio Corbucci con Franco Nero ed è a mio parere tra i suoi film migliori, forse addirittura sul podio, ma mi è difficile, con lui, stilare classifiche. Ha un solo vero grande difetto ed è il montaggio: più imperfetto rispetto ai film precedenti, e si nota sia nei piccoli particolari (i boccali di birra che cambiano riempimento tra un’inquadratura e l’altra in una delle prime scene) che in grandi sezioni narrative che potevano essere più fluide o veloci. La colonna sonora, in compenso, è la migliore della storia dei film di Tarantino; Leonardo Di Caprio e Samuel L. Jackson regalano entrambi quelle che sono probabilmente le migliori interpretazioni della loro carriera; e soprattutto alcune sequenze sono di un’intensità e di una commozione caldissima e potentissima, tra la cavalcata di Django e Schultz verso casa Candie a suon di Nicaragua di Jerry Goldsmith e la terrificante scena del martello. Più che altro si nota anche una differenza di qualità tra le tre sezioni in cui il film è diviso: la prima, che si conclude con la fine dell’allenamento tra le nevi, è decisamente convincente e tarantiniana, nei ritmi quanto nell’estetica; la seconda, la sezione-Di Caprio, la più lunga probabilmente, che inizia con la visita a casa di Candie e si conclude con la sparatoria, che è anche la migliore, quella con le scene più belle e potenti; e la terza, la più breve e la meno bella, con la «vendetta finale» di Django. È un tributo al western che poi finisce per essere, nelle atmosfere, meno western di Bastardi senza gloria, esplodendo in una violenza alla Peckinpah solo nell’ultima sparatoria a ralenti a casa di Candie. Mai eccessivamente banale, sempre teso e potente, a molti non è piaciuto, ma per me è uno dei migliori film dell’anno e non solo.

2. Holy Motors (2012) di Leos Carax
Brevemente dissi qualcosa a riguardo dell’ultima, attesissima fatica di Carax mentre chiacchieravo sul meglio e sul peggio del 2012, in quanto lo vidi prima della sua data di uscita ufficiale, ma la pellicola di regola va iscritta tra quelle del 2013, dal momento che, anche se malamente distribuito, è uscito nelle (poche) sale italiane proprio quest’anno. Holy Motors è un purissimo e potentissimo monumento metacinematografico dal lirismo surreale, collage di vita/vite in più atti, che punta ad un’originalità orgiastica di colori, sesso, sangue ed eccessi vari per una poetica esistenziale ed immaginifica. La metafora della «beltà del gesto», il desiderio primordiale, l’attaccamento alle origini della vita e dell’universo – ivi si costituisce una complicata e strutturata decostruzione/ricostruzione di valori all’insegna di uno scambio di ruoli: personaggi, autore, narratore, e pure spettatore. Può funzionare sia come allegoria vitale (o mortifera?) dell’esistenza umana e della sua vuotezza che come apologo angoscioso dell’idea di «raccontare con immagini», in cui ogni singolo spezzone deve dire molto con poco – e ci riesce. È stato addirittura bollato come commedia nera. Dopo un lungo silenzio, il ritorno alla regia di Carax è sconquassante: ed è disturbantemente efficace questo suo immaginifico testamento, Cinema estetico tout court, caleidoscopio del vedo-non vedo, del tutto e del nulla, con intermezzi musicali e riferimenti al B/N d’epoca, e con maestosissimi cani che passano attraverso il popolo di spettatori inebetiti in un’enorme sala cinematografica con un passo da leone. Carax sfonda, sia allegoricamente che letteralmente, nella prima scena del film, la «parete» del Cinema e cerca di dire qualcosa di più, e nonostante un paio di ingenuità finali, ci riesce in maniera solenne.

1. The Master (2012) di Paul Thomas Anderson
Anche dell’epopea della maturità di Paul Thomas Anderson ho parlato un sacco qui e infatti cercherò di tagliar corto: The Master è un miracolo. È il film della maturità di Anderson ma è il film della maturità che si vorrebbe richiedere da tutti i registi, un capolavoro di portata immensa, psicanalitico ma anche psicanalizzante, con una regia di potenza indescrivibile ed un’estetica tutta sua: è un film unico, che si regge su sé stesso ed esiste nel suo unico, piccolo Universo. Penso di non esagerare quando dico che la sua unicità lo può rendere superiore a tantissimi capolavori o cult del passato, compresi certi film «intoccabili» di cui non dico i titoli per evitare il linciaggio, almeno secondo la mia ottica del Cinema e di ciò che un film deve avere. In questo senso, The Master ha tutto quello che un film deve avere e anche molto di più. Portentoso, solenne, oltre la perfezione. Tra i più grandi film di sempre. Punto.

(continua domani con la seconda puntata: il cinema nel 2013 / 2, il male)

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