Rastellino (1340-1381)

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Sventurato giullare alla corte dei Visconti milanesi, imposto a tenere allegre le brigate con arti da sollazzo ed ogni maniera di piacevolezza.

Represso ai capricci ed alle bizze dei suoi patroni, fu giornalmente torto e dileggiato con rara crudeltà.

Definito dall’ira ostinata dei despoti:
«Una bestia maliziosa, sozza, nociva, porca e viziosa».

Tormentato di spregi, non potendo far testa alle opere atroci di cui era bersaglio, nel 1376 fuggì da Milano per rifugiarsi a Mantova presso i Gonzaga, un quale ambasciatore gli aveva promesso via di fuga ed asilo politico.

Dopo una romanzesca evasione ed un cammino ispido di repentagli, il povero Rastellino si accorse che la sua fuga era ordita dagli stessi malcreati Viscontèi, per beffa sprezzante.

Alla corte di Mantova trovò Bernabò Duca di Milano sbellicato dalle risa, che lo staffilò col trebbio da grano e lo rispedì a casa in queste condizioni:
«Placeat jubere ipsum ligatum subtus unius asini cum manibus retroligatis nobis trasmitti», ovvero penando un viaggio di tre giorni legato sotto la pancia di un asino.

SPIRITOSI

«Il riso, in questa vita, è una specie di ebollizione della stoltezza».

La stoltezza giunge al bollore della concupiscenza, mentre il buffone soffia su quel fuoco il vento della vanità.

GIUSTO

Sancane
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