Quote rosse: Messaggio di fine anno

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Un articolo di Bruno Settis e Francesco Marchesi per Quote rosse che i dirigenti del centro-sinistra, anziché fare a gara a chi è più servo e incolore, dovrebbero farsi tatuare sul fegato.

Buonasera e buon anno

(Si ringraziano sentitamente i nostri ghostwriters: Antonio Segni, Giuseppe Saragat, Francesco Cossiga, Giorgio Napolitano, Palmiro Togliatti).

Messaggio 1

Buona sera e buon anno. E innanzitutto, grazie. È un grazie che dobbiamo a tanti di voi, a tant* compagn*, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese, per il calore con cui avete accolto questa testata e diffuso il verbo del socialismo. Grazie per la partecipazione sentita e significativa a quelle discussioni, per lo spirito di iniziativa che si è acceso nelle più diverse comunità e collettivi, accompagnando uno straordinario risveglio di memoria storica e di mobilitazione civile.
È il tempo delle feste e del ritorno agli affetti più cari, ma non possiamo dimenticare l’emergenza in cui versa la collettività. La Patria è in pericolo, la Costituzione è in pericolo. Sulla nostra democrazia si addensano le cupe nubi della tecnocrazia e di politiche economiche che cocciutamente insistono sull’attacco alle conquiste sociali ed ai diritti che hanno prodotto il benessere e lo sviluppo della nazione, e che soli possono esserne garanzie per il futuro.
In questo momento il primo pensiero va al gravissimo crimine che ha colpito la pace civile della nostra comunità. Alla caduta del governo di Silvio Berlusconi, che agli occhi di molti appariva come il cancro che impediva al paese di esprimere compiutamente le sue possibilità economiche e democratiche, ha fatto seguito la presa del potere da parte di una fazione espressione di interessi di parte che hanno pregiudicato il perseguimento del bene comune. La nostra condanna di cittadini di una nazione civile, la nostra condanna di uomini è durissima, senza appello, senza riserve, senza alcun tentativo contorto di impossibile spiegazione o comprensione.

La patria ostaggio

Per un anno la Patria è stata ostaggio di un commando, capitanato da un novello Salazar, che ha agito senza alcun rispetto per la volontà popolare, né per la dignità dello Stato nel suo ruolo di terreno della lotta democratica, di garante della protezione dei più deboli davanti all’imperante crisi economica, di promotore dell’emancipazione dei lavoratori e degli sfruttati e di una via d’uscita progressiva dalla crisi.
Brandendo lo spettro dei mercati e delle pressioni internazionali, politiche e speculative, si è gestita la perdurante emergenza finanziaria all’insegna della salvaguardia degli interessi di pochi e del consueto binomio di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite che così triste ruolo ha svolto nella storia della nostra Repubblica. Si è chiamato un tale binomio “coesione sociale”, che ha significato nella realtà il perdurare dei sacrifici e delle politiche economiche che già da decenni hanno funestato la vita civile di questo nostro paese, e l’organizzazione del consenso attorno ad un programma di definitivo abbattimento dei residui dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori e delle classi deboli ed oppresse. Ed è preoccupante constatare come il nostro contributo in seno a tutti i consessi internazionali, dalle Nazioni Unite alla NATO, dall’Unione Europea alla partecipazione alle missioni militari ed in primo luogo – con funesto centenario – a quella di Libia, abbiano costituito la cornice di questo attacco, e che il nostro Paese abbia pagato per ottenere rispetto, fiducia e simpatia un troppo alto prezzo in vite umane, pace internazionale, come anche in spesa pubblica ed equilibri energetici.
Ma quello che dà una particolare impronta a questi delitti è che essi non hanno un carattere sporadico, ma di massa, che essi non sono eccezioni, ma sono la regola. E sono la regola perché avvengono in base a ordini dati dall’alto, in base a uno stato d’animo di ferocia bestiale che viene alimentato in forme organizzate, in modo consapevole, da una abominevole combriccola di malandrini. Ciò è del resto nell’ordine logico delle cose. Credete voi sul serio che un popolo – come quello italiano, come quello greco, come quello tedesco – si lascerebbe trascinare ad un’avventura pazzesca come questa suddetta campagna di sacrifici, a un’avventura che non può terminare per esso se non con una catastrofe, se da parte di un gruppo di delinquenti non fosse stato fatto e non venisse continuato un lavoro sistematico per fargli perdere non solo la coscienza dei suoi interessi, ma anche la coscienza elementare delle prime leggi e condizioni del vivere umano, e dei più essenziali doveri della solidarietà?

Dio riconoscerà i suoi

Una tale rete di poteri ed interessi, che già tanto ha nuociuto alla Patria, oggi si coagula attorno ad una proposta elettorale, la famigerata lista dell’Agenda Monti, quali che siano le coreografie con cui si presenterà, fondata sul progetto di ripetizione degli ultimi tristi anni della Repubblica. Si fa un gran parlare di nuovo Centro, di riunire i moderati, ma nella sostanza si tratta di allinearsi ai Partiti Popolari degli altri paesi europei ed alla loro linea di rigore, ovvero di applicarsi una riedificazione della sciagurata Democrazia Cristiana, di cui riconosciamo i tradizionali appoggi: Vaticano, Confindustria, speculazione. In breve, si millanta di rimediare alla crisi esasperando quelle stesse politiche che l’hanno creata. Garantita nei suoi privilegi, la Chiesa di Roma concede la sua benedizione, istruisce i popoli che la sofferenza, la fatica e la fame che devono sopportare non sono frutto di uno sciagurato processo politico ed economico bensì, più ampiamente, della cacciata dal giardino terrestre; e promette un po’ di carità in questa valle di lagrime e soddisfazione piena nell’Aldilà.
Siamo quindi vicini nella delusione a quei nostri compatrioti che così a lungo si sono alacremente spesi per essere loro i timonieri di questo processo. Pensiamo al polo del centrosinistra ed in primo luogo al Partito Democratico ed a Pierluigi Bersani, il cui lungo ed accidentato percorso di fuga da ogni legame con la tradizione del Partito Comunista Italiano, e più in generale di accantonamento di qualsiasi accento che possa ricordare la storia della sinistra, trova sulla sua strada un ostacolo imprevisto. Rivolgiamo quindi ai nostri concittadini un accorato appello a non cadere preda della rassegnazione, poiché certamente i lunghi mesi di paziente semina con l’appoggio al governo tecnico ripagheranno con un fertile raccolto negli anni a venire. Ma non dimentichiamo il generoso Nichi Vendola, per la sua impresa di sistematica divisione e addomesticamento della sinistra italiana. Un giorno il sistema, come il buon Dio, riconoscerà i suoi.
Entrambi questi due poli fanno appello, con diversi accenni di moderatismo o progressismo, ad una chiusura della stagione dell’emergenza politica ed economica, ovvero ad un ritorno alla normalità. Di quale normalità si tratti è sotto gli occhi di tutti: il rispetto delle norme di un solido ordine sociale e produttivo per un capitalismo in crisi, che permetta alle classi dominanti di sempre di mantenere ed accrescere la loro ricchezza ed il loro potere. Secondo un detto popolare caro anche ai cattolici, «libera volpe in libero pollaio».
È in questa direzione che va la retorica assillante della discesa in campo della società civile, da anni agitata da Luca Cordero di Montezemolo e chi per lui: per dare ai potenti di sempre il potere diretto sulla politica, castrando la politica di quell’elemento di controllo dei cittadini e conflitto che è l’essenza delle moderne democrazie. È l’ultimo stadio di una feroce lotta di classe dall’alto.

Il polo al palo

È con grande amarezza che guardiamo alla costituzione di un polo che si propone come alternativo a questo schema, ma che per uomini e motivi dominanti non riesce a fuoriuscire dalla subalternità al discorso pubblico dominante. Emergendo anch’essa dalla vetusta retorica della discesa in campo della società civile, vista come di per se’ buona o almeno benpensante, la candidatura di Antonio Ingroia sembra anestetizzare il carattere alternativo di questa proposta, incarnandola in contenuti vaghi ed ambigui ed in una personalità nota per la lotta alla mafia, ma niente affatto rappresentativa di una insorgenza rispetto alla legalità formale del neoliberismo. I buoni propositi dei Partiti e delle associazioni di sinistra e dell’appello “Cambiare Si Può” sono stati messi sotto il tappeto elegante di un programma di legalitarismo e rettitudine, del tutto interno alle compatibilità richieste dal sistema. In buona sostanza, l’onesto Ingroia appare del tutto estraneo ai conflitti che agitano il paese e si oppongono ad un destino di austerità e pauperizzazione che sembra scritto.
Anzi, è questa l’eredità più preziosa che dagli anni trascorsi si proietta nel 2013: le agitazioni dei lavoratori, dei cittadini, dei giovani che, diciamolo senza troppo arenarci sulle loro esuberanze ed intemperanze, sottolineano l’aspirazione ad un mondo in cui sia denunciato e cancellato il divario tra i principi di libertà, di giustizia e di pace, affermati a parole da tutti, da tutti calpestati. Il giorno che i popoli d’Europa incominciassero a pensare come uomini e come cittadini, quel giorno Mario Draghi e Christine Lagarde avrebbero finito di regnare.
Nei decenni del suo tutt’altro che lineare sviluppo economico e democratico, nei decenni che ora ricordiamo come quelli del miracolo e dello stato sociale, gli obiettivi principali che la politica economica italiana si proponeva erano quelli della creazione di occasioni di lavoro per tutti, di condizioni di vita decorose per coloro che lavorano e per coloro che hanno raggiunto l’età del pensionamento, di un’assistenza sanitaria degna di uno Stato moderno, insieme alla più ampia possibilità per tutti di accedere alla istruzione pubblica di ogni grado. Dobbiamo riconoscere che i progressi compiuti verso il perseguimento di tali obiettivi non appagavano le nostre ansie; ma al contempo ci preoccupa il riconoscere che è in primo luogo contro di essi, e contro le insorgenze che li difendono, che si è scatenata quella lotta di classe dall’alto che costituisce il nostro più grave assillo.

Auguri

E con questo ci si avvia alla conclusione, e si ritorna agli auguri. Anche alla volta del capodanno vale l’adagio gramsciano che unisce pessimismo della ragione ed ottimismo della volontà.
Come ogni anno, il primo augurio va al Presidente Hugo Chávez, che lancia ogni giorno nel mondo, raccogliendo tutte le sue forze, messaggi di pace, che toccano il cuore e che facciamo nostri.
Per la nostra Repubblica auspichiamo ed alla nostra comunità civile auguriamo un anno di forte impegno nella libertà e nel coraggio, per il rinnovamento della società e per la riforma delle istituzioni democratiche e repubblicane, per mandato di voi, il popolo italiano, e con la vostra sovrana sanzione. Che i maestri del socialismo proteggano e benedicano l’Italia.

(L’immagine non l’hanno scelta loro, si tratta di Inventario di fine anno di Norman Rockwell ed è presa da qui).
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