Quote rosse: le primarie, questioni di stile

Intro

Alcuni studenti dell’Università di Pisa, che hanno preso parte alle mobilitazioni degli ultimi anni e non fanno parte di gruppi né partiti, propongono il loro punto di vista sulla crisi e sul movimento, nella loro città e nel paese, con il foglio quindicinale «Quote Rosse» (e a chi non desume la loro tendenza politica, si consiglia di bere solo gazzosini). Questo articolo proviene dalla pagina dedicata alla politica nazionale. Il quindicinale ha una pagina sul Facciario, mentre il sito è in lenta preparazione (così han detto). Quel che ritengo individuino molto bene gli autori è, a mio avviso, IL problema della sinistra: zero ideali, tutta gestione. Invece di un progetto per cambiare il mondo, si propone come manutentrice di quel che c’è, e magari qualche lampadina da cambiare si trova. Se il problema è l’inquinamento, rottamare il vecchio e proporre un nuovo più scattante e altrettanto inquinante non serve a niente, se non a chi fabbrica le auto.
L’immagine non l’hanno scelta loro, ed è presa da qui.

Questioni di

Questioni di stile
(da Quote rosse)

Le prossime elezioni politiche dovrebbero segnare l’uscita dall’impasse del governo Monti: stretto tra il collasso delle destre del blocco berlusconiano e l’avanzata del populismo a Cinque Stelle – per non parlare dell’inconsistenza elettorale da cui dopo il 2008 le sinistre sembrano non potersi risollevare – è il centrosinistra che si propone, non solo con una mobilitazione dei media ma anche con reale forza politica e radicamento sociale (anzi, a tutti i livelli della società), come il protagonista designato e inevitabile di questo passaggio. Il compito appare arduo: restituire l’Italia alla normalità democratica e alla vita politica sana che in essa si muove; avanzare sulla via di uscita dalla crisi indicata dalle misure emergenziali del governo tecnico, che il PD aveva scelto di appoggiare in Parlamento, ma recuperando il piglio politico che esso per definizione non aveva; far fruttare la riconquista del prestigio internazionale dopo la caduta di Berlusconi, proseguendo l’integrazione in Europa e costituendo in essa un blocco socialdemocratico insieme alla Francia di Hollande e, sperano i maggiorenti del riformismo italiano, ad un governo SPD che esca dalle prossime elezioni tedesche (autunno 2013). In questa strana condizione di protagonisti, è inevitabile che si sviluppino discussioni intense sulla strategia delle alleanze e, fortemente intrecciato con esse, un duro conflitto politico interno tra le diverse anime che avrebbero composto, ed ora compongono, la coalizione.
Questa è, nelle sue linee essenziali, la rappresentazione che circola nel centrosinistra, la cornice ideologica delle Primarie, al cui interno si muovono opinioni e slogan, previsioni e promesse, pettegolezzi e schermaglie, che affollano i giornali e la rete. Non è difficile notare, però, che ciò che più conta è il non detto, ciò che viene presupposto e di fatto accettato come naturale, indiscutibile, invincibile: l’adesione alla linea del governo Monti nella duplicità complementare di austerità in politica economica e svuotamento sostanziale della democrazia rappresentativa. Il Presidente della Repubblica Napolitano non cessa di ribadire che il prossimo governo dovrà prescindere dal suo colore politico ed obbedire all’agenda da lui scritta insieme a Monti. I tratti fondamentali del neoliberismo secondo le direttive europee sono, al di là di ogni tattica o strategia retorica, lo scheletro fondamentale del centrosinistra. Irrinunciabile ormai come la Costituzione che ha scalzato. Non è pensabile infatti che i Democratici, una volta al governo, promuovano una linea in aperta rottura con quella di un esecutivo del quale sono stati, per molti aspetti, i principali e più convinti sostenitori: un presunto approdo ad una prospettiva “socialdemocratica” nel PD risulta quindi un messaggio conveniente per l’ala bersaniana, ed una sorta di autoillusione per pezzi della sinistra comunista (si vedano le recenti prese di posizione di Oliviero Diliberto) in cerca di un salvagente elettorale.
Una lettura non passiva della carta d’intenti della coalizione Italia. Bene Comune (un nome, ricordiamo, che risale al cappello messo dal PD ai risultati dei referendum del giugno 2011, che non aveva promosso), lo mostra chiaramente.

«Assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi; appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona».

Stile neolibero

Al fine di comprendere qualcosa di più di questo fenomeno è però essenziale non arrestarsi al punto di vista di quell’individualismo metodologico di impronta liberale così diffuso nei talk-show, secondo il quale tutto deriverebbe da una inadeguatezza fondamentale del personale politico e in generale da responsabilità individuali, ma tentare di accedervi da un livello, per così dire, sistemico. In questo senso è forse utile sottolineare come lo strumento “primarie” affondi le radici in un processo di di progressiva “americanizzazione” della politica italiana (modello per altro astratto, ricalcato in modo da sgomberare il campo dai conflitti sociali reali), una tendenza iniziata dalla fine della Prima Repubblica, che ha subito una evidente accelerazione a partire proprio dalla fondazione veltroniana e bipolarista del Partito democratico.
Negli Stati Uniti, “paese più democratico al mondo”, vige ancora, con poche modifiche, il sistema elettorale di epoca coloniale. Un tale sistema è esplicitamente volto, nella sua essenza iper-maggioritaria, a selezionare un “personale politico”, un insieme di funzionari in grado di gestire l’ordinaria attività inerente alla cosa pubblica. Le primarie sono concepite appunto, in questo quadro, per decidere intorno ad individui: poco più che amministratori di condominio. Ora, non serve essere specialisti di leggi elettorali ed affini per notare come lo spirito (ed in parte la lettera) del dettato costituzionale nato dalla Resistenza preveda che il fine della contesa politica non sia scegliere “persone” che gestiscano una stessa visione del mondo, ma permettere ai cittadini elettori di pronunciarsi su differenti, ed alternativi, progetti di società.
La legge elettorale, ed in generale la forma assunta dalle istituzioni e dai modi di selezione dei gruppi dirigenti, altro non sono che un fenomeno di superficie derivante dai mutamenti che investono la base economica della società, ed i rapporti di forza tra i suoi livelli: le primarie rappresentano allora l’esibizione a reti unificate di quello che una volta era definito T.I.N.A., There Is No Alternative (“non v’è alternativa”). Nessuna rappresentanza di interessi e classi diverse, ma selezione di una più o meno efficiente amministrazione dell’esistente: una retorica che filtra le esigenze di cambiamento attraverso questo strumento è nella migliore delle ipotesi frutto di ingenuità; nel peggiore, inganno. Non è rilevante infatti se una proposta sia autenticamente d’alternativa o meno, ma piuttosto se il processo in cui è inscritta la trasformi in vuota retorica o le conferisca efficacia e prospettiva.
Da questo punto di vista il Nuovo che avanza di Renzi ed il Vecchio di Bersani, ma anche Vendola – che ha sempre cercato la rottura retorica con il neoliberismo e mai la rottura politica e pratica, dando la priorità incondizionata all’alleanza con il PD – propongono sfumature, differenti retoriche ed opzioni estetiche, di un medesimo progetto politico.
Un neoliberismo che abbia almeno stile. È l’Europa che ce lo chiede.

Bruno Settis e Francesco Marchesi

 

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