Quote rosse: il mal francese

nonmitorna

Un articolo necessario di Bruno Settis per Quote rosse, il cui provocatorio sottotitolo è: «Perché il PD non ha commesso un errore a non votare Rodotà» (molto provocatorio. Il PD non avrebbe commesso un errore? Possibile?).

Storie!

Se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che non abbiamo imparato nulla dalla storia.
Ogni possibile errore, tragedia o farsa è stato ripetuto negli ultimi venti, trent’anni di storia politica italiana. La mortificazione della cultura e delle sue strutture ha accelerato i ritmi di questa ruota di amnesia e coazione a ripetere.
Spezzare le catene della memoria storica breve fu al contrario – e proprio nella sua dimensione programmatica – uno degli sforzi più ambiziosi della nostra Costituzione, scritta insieme dalle élites delle accademie e da quelle formate dalla lotta armata antifascista (ed in parte significativa anticapitalista). Lo si era fatto anche attraverso uno studio attento delle falle dell’ingegneria costituzionale di Weimar, con cui i raffronti alla situazione attuale arrivano ormai da ogni parte. La rielezione di Napolitano, si dice, ricorderebbe quella di Hindenburg, a 85 anni nel 1932.

Esercizio di memoria storica

Tentiamo un altro esercizio di memoria storica: ricordiamo quando in Francia la situazione politica entrò in stallo, nel 1958, stritolata tra le difficoltà economiche, la montante crisi d’Algeria, l’incartamento del Parlamento e del governo; moribondi gli equilibri tra i partiti politici della Quarta Repubblica, per motivi diversi, non ultimo il successo eletttorale del populismo di destra di Pierre Poujade. La soluzione della crisi politica fu individuata in una fuga in avanti: la chiamata dell’eroe nazionale, il generale Charles De Gaulle, garante supremo – fino al 1969- di liberté, égalité, governabilité. Per consacrare questo ruolo la Costituzione francese venne integralmente riformata, aprendo la Quinta Repubblica, a marcato carattere presidenziale, che dura ancora oggi.
In Italia la lezione cesarista di De Gaulle trovò subito scolari nelle frange della destra autoritaria della DC, che guardava a Fanfani, nel riformismo di ferro del repubblicano Randolfo Pacciardi, nel sottobosco dei golpisti come Edgardo Sogno. Ma l’ipotesi presidenzialista appariva sempre più seducente anche al centro ed a sinistra via via che si avvicinava la grande crisi dei partiti: sotto l’effetto Pertini, Giuliano Amato si preoccupò di sdoganare il semipresidenzialismo in un articolo del 1982 su Mondoperaio; alla fine del decennio divenne uno stendardo di Craxi, osteggiato da DC e PCI che lo bollarono di peronismo. Rimase tema di discussione per la Bicamerale e lungo tutta la seconda Repubblica.

Mi scusi, un presente

E allora rivolgiamoci al presente. Che cosa ha significato, e significa ancora, per Napolitano essere il garante di una Costituzione mai attuata? Ha lasciato ad altri (Benigni, Ezio Mauro) l’onere di osannare la Costituzione come «la più bella del mondo», come un pezzo da museo. La campagna d’immagine per cui sarà più ricordato sarà (almeno fino all’80° della Liberazione!) quella delle celebrazioni del 150° che, accentuando la difesa della cultura risorgimentale promossa in chiave antileghista da Ciampi, mirava a rimettere un paese in profonda crisi nei ranghi della Nazione e dell’Unità.
Questa campagna ha permesso alla figura del Presidente della Repubblica di evolvere da taglianastri nazionale a grande timoniere di un enorme potere politico decisionale. Lo stesso “popolo di sinistra” e di Travaglio avevano passato anni a reclamare un’interventismo di Napolitano contro Berlusconi: lo scontro arrivò finalmente nella primavera del 2011, a proposito non della nipote di Mubarak ma dei bombardamenti su Gheddafi, promossi da Napolitano e dal PD con la bava alla bocca. A novembre l’Unità d’Italia venne omaggiata con l’investitura di un “governo del Presidente”, di preteso segno non politico, guidato da un secondo salvatore della patria. Sarebbe bastato questo governo ad insegnare che la salvezza della patria è spesso peggiore del guaio.

Semi

E invece dopo le elezioni di febbraio il ruolo di Napolitano come salvatore della patria è stato riproposto, potenziato, ed infine reimposto per chissà quanto altro tempo. Le disposizioni statutarie riguardo al Capo dello Stato sono ambigue, o elastiche: senza violare la lettera, Napolitano ha mutato profondamente la prassi. Da ogni parte ormai si osserva uno spostamento del baricentro politico e dei poteri dello Stato dal Parlamento al Capo dello Stato, nella direzione di un «semipresidenzialismo di fatto». Si sono spalancate le porte alle proposte di inserire un «correttivo presidenziale» alla repubblica parlamentare, insomma all’idea di ricorrere al bonapartismo per arginare le conseguenze politiche della crisi. «Napolitano può e deve essere il nostro De Gaulle»: l’ha scritto Enrico Rossi, il toro rosso del PD.
La questione non è mai solo costituzionale, sempre anche politica. La persona di Napolitano e la figura di un Presidente forte si ergono a pasdaran non della legalità e della democrazia, ma di quello che Mario Draghi ha chiamato il «pilota automatico» della politica italiana: il rispetto dell’austerity, la priorità della volontà della Troika su quella popolare, il disboscamento definitivo della sicurezza sociale, dei diritti del lavoro e via dicendo. Il Presidente della Repubblica costruisce l’unità nazionale attorno a questi punti. Se necessario, la costituzione si cambia (come la si è cambiata in alcuni suoi punti fondamentali, a cominciare dal pareggio di bilancio); se necessario, scioglierà le Camere; se necessario, scioglierà il popolo.

Fermezze

Napolitano invece è rimasto fermo dov’era. Persino Prodi – sì, il campione dell’europeismo e delle privatizzazioni – avrebbe sabotato questa unità nazionale: troppo pericoloso per Berlusconi, troppo «autonomo» per il miope conservatorismo delle classi dirigenti sia nella politica nazionale che in quella globale.
E soprattutto non è stato un errore per il PD non votare Rodotà, coscienza nobile del centrosinistra e non certo uomo di Grillo, perché Rodotà minacciava di essere un conservatore. Avrebbe «rappresentato l’unità nazionale» più sulla base della Costituzione che su quella dei trattati europei e degli accordi tra potentati.
Affinché tutto rimanga com’è, è necessario che proprio tutto rimanga com’è. Prodi e soprattutto Rodotà avrebbero spezzato questa preziosa unità. Napolitano invece è un riformista: fa ponti da tutta la vita. Ha fatto ponti tra i giovani fascisti ed il PCI claundestino a Napoli, poi tra comunisti e democristiani, tra comunisti e Kissinger, tra comunisti e Agnelli, tra comunisti e Craxi, tra DS e Berlusconi. E concluderà la sua carriera con il ponte verso il neogaullismo e l’austerity. Sacrifici per quasi tutti, con viva e vibrante soddisfazione.

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