Quote rosse: diffonditi

sucate

Un articolo di Bruno Settis per Quote rosse del 7 dicembre che mette in campo una riflessione sulla rete, in rete.  La rete è veramente un’agorà delle moltitudini, disponibile a tutti, dal basso? E’ la prova che Davide può stempiare Golia? Oppure è solo un’altra fetta di mondo, con le sue verità e le sue falsità, con i suoi rapporti di forza e le sue invenzioni? (Ah, che goduria le domande retoriche tendenziose).

Lode riservata

L’articolo (sottotitolo Dall’indignazione alla pornografia e ritorno: domande sull’uso di internet), critico riguardo alcune semplificazioni circolanti, è stimolante e intelligente; tuttavia il taglio dato ha il piatto della stadera tarato per le semplificazioni errate e le balle sesquipedali, e si perde la messa a fuoco di altri esempi in positivo (magari praticabili solo dove il livello democratico è già alto: si pensi, tanto per dirne una di casa nostra, alla elezione di Pisapia a sindaco di Milano, e a quanto  Sucate può esser costato alla Moratti; e quanto, e più, lo sbeffeggio della rete di fronte alla di lei scorrettezza nell’ultimo confronto preelettorale con Pisapia in tv); e la domanda di controllo democratico troppo facilmente potrebbe trovare una risposta autoritaria (è vecchia: chi controlla i controllori?).

rivoluzione non cinguettata

In chiusura, l’autore dell’articolo cita un volantino del PdCI, bacchettando giustamente l’uso dell’inglese, ma l’immagine a corredo dell’articolo, riprodotta qui sopra, è tutta in inglese (la rivoluzione non sarà cinguettata, recita il graffito, in riferimento alla nota piattaforma per microbloggare), e l’articolo in originale si intitolava Broadcast yourself.
Il gran mondo immateriale, in fine, come si può definire? 1% / 99%, per riprendere le parole d’ordine della gestione e distribuzione delle risorse? Verticale / orizzontale? Quote rosse è un gruppo di Pisa, città dove la torre, come sovente la verità e la barra che divide le alternative, è obliqua.
E via con l’articolo.

Libertà

Nel mondo generato – a livello sia materiale che socioculturale – dal ciclo di deindustrializzazione degli anni ’90, dalla new economy e dalle sue bolle speculative, internet è ormai un mezzo, anzi, un terreno assolutamente imprescindibile anche per ogni movimento politico. Forse, per ogni soggetto plurale (Quote Rosse comprese, naturalmente..!). Un mezzo di comunicazione libero, su scala globale, dai costi ridotti: tanti piccoli clic per gli uomini, un grande passo per l’umanità. E’ il più grande vanto del turbocapitalismo ed anche la rete catacombale dei suoi critici ed oppositori: forse è un paradosso, forse no; di certo è necessario sviluppare una consapevolezza sempre vigile per muoversi su questo terreno – senza farsene ingoiare. Tentiamo un ragionamento in tre tappe.
Libero, nel senso che sembra dare la possibilità di un ampliamento dell’espressione personale tale da realizzare quello che il pensiero democratico alle origini della modernità, tra tutti Rousseau, teorizzava ma riteneva utopico: un’agorà delle moltitudini, una democrazia “pura”, diretta, su vasta scala. Consente la partecipazione individuale, comoda ed efficiente: quindi, pare, un enorme guadagno in democraticità.
Il Movimento 5 Stelle lo propugna in modo esplicito: la politica è di tutti, perché tutti possono farla da casa propria. Su Grillo, che dalla triste caricatura del luddismo – una decina di anni fa concludeva i suoi spettacoli fracassando un computer a colpi di martello – è passato alla divinizzazione dell’onnipresenza della rete, qui possiamo non dire altro: è evidente l’intreccio di mobilitazione populista e spezzettamento del popolo con la chiusura nel privato. Riconosciamo lo stesso nodo nell’isteria modaiola della campagna di Renzi, tutta tablet e gadgets. La questione di Internet diventa più complessa dove sono movimenti meno superficiali e demagogici a darle importanza cruciale.
La rapidissima circolazione di informazioni, immagini, video, appuntamenti attraverso Facebook, Twitter, blogs…. è stata un tratto essenziale dei cosiddetti movimenti degli Indignados: o meglio, è soprattutto su questa base che sono stati presentati come un grande e giovanile movimento internazionale, a costo, è evidente, di brutali semplificazioni. Gli ultimi testi del sociologo spagnolo Manuel Castells mostrano quanta ingenuità ispiri tali generalizzazioni, a cominciare dal titolo: Networks of Outrage and Hope. Social Movements in the Internet Age. In particolare, bisogna rilevare che il panorama complesso delle rivolte e delle guerre civili nell’area del Mediterraneo, anzi a partire dalla cosiddetta “rivoluzione verde” iraniana del 2009-10, è stata mediatizzata e integrata nella martellante campagna pubblicitaria per diffondere Twitter in Italia (campagna che, peraltro, non ha ancora sfondato).

Falsità

La prima cosa che uno sguardo attento alle “rivoluzioni arabe” ci ha insegnato è che, con la rete, quel che si guadagna in democraticità si perde immediatamente in falsificabilità e controllabilità. Gli esempi possibili sono infiniti: scegliamone qualcuno. A far crollare il feticismo della rete basterà ricordare una delle ultime trovate del presidente Ben Ali in Tunisia. Poco dopo lo scoppio delle massicce rivolte di piazza, questi ordinò allecompagnie l’arresto delle reti internet e telefoniche: le compagnie obbedirono subito, Telecom in testa, ed i rivoltosi si trovarono senza rete ma andarono avanti.
A chi proprio volesse continuare a sbandierare la martirologia dei bloggers, si può far notare che l’eroica Amina di “A Gay Girl in Damascus” era in verità un quarantenne residente in Scozia, che tra i vari motivi per cui quella di Yoani Sanchez è palesemente una goffa montatura c’è il fatto che non fa altro che lamentarsi su internet del fatto che non può accedere a internet…..
Per farla breve, è il regno della «fabbrica del falso». Non è una zona franca dai rapporti di forza politici, e sociali in generale: è il luogo della loro amplificazione, in quanto vi si svolge una parte dell’educazione al senso comune. Anzi, una parte ogni anno più importante, nella sfera civile e politica, dei comportamenti di consumo, sessuale… Qui sono attive, si muovono e si ricreano relazioni di potere e di conformismo. E’, in buona sintesi, un campo di egemonia culturale. Sembra che sia il terreno dove ciascun utente è più libero di esprimersi e di scegliersi la sue influenze, e quindi che ci sia facile ed infinito spazio per una lotta di cultura econtroinformazione orizzontale e disgregata, “dal basso”. Al contrario, la rete è per la sua struttura stessa uno strumento di egemonia verticale, dall’alto, alleato dell’orizzonte esistenziale della “End of History”.
Abbiamo capito ormai che la rete non è uno strumento quantitativamente ampio ma qualitativamente neutro: al contrario, essa ha una sua struttura che forgia le abitudini dell’utente e quindi finisce per strutturare anche lui; riduce l’individuo ad utente, insomma. Plasma una specifica mentalità, una specifica antropologia, abituata alla rutilante esposizione dell’abbondanza dellemerci; plasma una specifica configurazione di memoria, di attenzione e di prospettive. Contenuti diversissimi sono inquadrati e “anestetizzati” in modo da risultare identici e neutri, a imitazione dei movimenti isterici della speculazione finanziaria.
Mentre narcisismo, conformismo ed aggressività vengono amplificati, tutte le relazioni politiche e genericamente umane che si muovono nella rete vengono sottoposte alle sue regole specifiche e quindi impoverite – inquadrate, essiccate. La rete è creata per la circolazione e l’esposizione globale di merci e per il potenziamento della finanza, e questa rimane la sua vocazione, la sua struttura: tutto quanto viene consegnato ad essa è inquadrato in questa spietata geometria. Dalla pornografia all’indignazione.

Controlli

fallimentoepicoE’ stato rilevato ultimamente anche da Stefano Rodotà (nel suo Il diritto di avere diritti, 2012) che la rete costituisce ormai un potere forte, nel senso che esercita un potere globale che non è alla portata di nessuno Stato: e per questo è urgente sviluppare e istituire un autentico controllo democratico su di essa. Al contrario, è sempre più frequente che il linguaggio della politica non riesca a sfuggire all’imitazione delle strutture della rete, dei suoi linguaggi a tutti ormai familiari. Prendiamo un esempio: il manifesto con cui la Federazione Giovanile del PdCI promuoveva la manifestazione del 14 novembre titolava Austerity – Epic Fail. In apparenza una battuta: ma – se è vero che nulla è più profondo dell’apparenza… – dovremo riconoscerci anche l’incapacità di creare e diffondere un vero arsenale di parole d’ordine e concetti politici. (Magari in italiano.)
Un autentico senso critico e politico può svilupparsi solo tanto dentro quanto contro le strutture date della rete. Non c’è una ricetta o una teoria, in definitiva, su quali siano i margini di un uso consapevole di internet, non subordinato ai suoi tempi e ai suoi ideali: anche questo è da tentare e da costruire.

Bruno Settis

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