Queens of the Stone Age / …Like clockwork

The End Is Fucking Really Nigh

«The end is really fucking nigh», «La fine è davvero fottutamente vicina».
Ecco cosa recita l’insegna che vedete qui in alto, tratta dal cortometraggio animato di sponsorizzazione di …Like clockwork dei Queens of the Stone Age, contenente 5 dei 10 brani presenti nell’album. E potrebbe benissimo essere intesa lateralmente come «La fine dell’attesa è giunta. Siamo tornati».

Puro stile QOTSA

Josh Homme & Co. ritornano infatti (finalmente) dopo 6 anni dall’ultimo Era Vulgaris con un nuovo album in studio in puro stile Queens of the Stone Age… una definizione che può risultare ambigua, in quanto in ogni loro album il gruppo s’è mostrato incline ad approcci stilistici diversi, nonostante tutti avessero dietro quell’elemento comune che rende i QOTSA quello che sono oggi. Ricordiamo che la banda è figlia diretta dei Kyuss, fondamentale gruppo stoner che negli anni ’90 dominava una delle scene più influenti del genere, quella di Palm Desert, portando al mondo intero sonorità grezzissime, mai udite sino ad allora (nei quali Homme e Nick Oliveri, bassista storico del gruppo, vi militarono rispettivamente in veste di chitarrista ed appunto bassista).
Ricordiamo inoltre a tal proposito l’album che ha lanciato al successo il gruppo californiano, Songs for the deaf (canzoni per i sordi in cui Dave Grohl, ex-Nirvana, Foo Fighters, registrò da ospite le tracce di batteria) caratterizzato dalla sua costante meccanicità musicale e da un’implacabile grinta pedante.
Da allora ci son stati diversi cambi di sound ed anche stavolta la storia si ripete, con altrettante ed allettanti novità. La loro ultima fatica sfoggia infatti sonorità rinnovate e partecipazioni e guest stars di alto calibro. In primis vi ritroviamo nuovamente Dave Grohl alla batteria, e poi Trent Reznor, Nick Oliveri (licenziato da Homme nel 2004), Mark Lanegan (ex-Screaming trees e già membro in passato dei QOTSA), Jake Shears (Scissor sisters), Alex Turner (Arctic Monkeys) nei panni di seconda voce e, con enorme sorpresa di tanti, Elton John intento a suonare il piano ed a prestare la sua voce per la traccia «Fairweather friends». Ma la partecipazione di tante importanti «stelle ospiti» non basta a dare la misura del valore del disco: lo speciale rinnovamento musicale di questo disco «a orologeria» lo rende il più riuscito lavoro del gruppo californiano, alla pari col precedentemente citato Songs for the deaf.  Sonorità rock anni ’70, chiaramente udibili sin dal primo ascolto, permeano l’intero lavoro con una costanza senza eguali, fuoriuscendo in puro stile vintage, com’è giusto che sia, e conferendogli un’impronta prevalentemente revival tutta da gustare.

Le tracce

Il brano d’apertura, «Keep your eyes peeled», apre la porta verso un mondo oscuro, in cui il riff stoner/doom particolarmente cadenzato e dissonante si infittisce così tanto da dare l’impressione all’ascoltatore di strisciare lentamente verso una meta totalmente sconosciuta, delimitata dal secondo brano, «I sat by the ocean», che rappresenta quasi un risveglio brusco e che potremmo altresì azzardatamente definire «allegro», molto rock classico, scorrevole ed orecchiabile, tanto da suonare insistemente familiare al nostro udito. Un brano che ha tutte le carte in regola per divenire una vera e propria pietra miliare nella moderna scena revival. Già l’enorme distacco e contrasto percepibile tra i primi due brani spiazza abbastanza l’ascoltatore da non sapere cosa aspettarsi dal resto del’album. E’ innegabile: l’effetto è «superefficace».
Si arriva a «If I had a tail», un brano stoner molto orecchiabile, leggero e da un retrogusto quasi indie rock, l’ennesima prova che ci troviamo dinnanzi al «solito lavoro senza precedenti» nella carriera dei nostri. L’arrivo di sonorità stoner più incisive e dirette è segnato dal brano «My god is the sun», che già dal titolo ricorda l’elemento primo caratterizzante il movimento del genere a grandi linee, ovvero il sole arido tipicamente californiano.
«Smooth sailing» rappresenta la tappa che funge da «reset» delle tracce del disco: sembra infatti cancellare ciò che si è appena ascoltati introducendo atmosfere apparentemente inusuali (ma che contribuiscono fortemente a migliorare lo scorrere dell’album), tipicamente blues e funky, enfatizzate dal falsetto di Homme che rende il tutto più stile anni ’80. Qui ritroviamo il classico «robotic sound» che caratterizzava anche i vecchi lavori della banda, divenuto famoso ai più dopo l’enorme successo del celeberrimo singolo «No one knows» che Homme stesso amava definire appunto «robotic rock» a causa della ripetizione ossessiva e macchinosa del riff di chitarra.
«I appear missing» veste i panni del «manifesto» dell’intero album; introdotta da un ritornello molto doomy, cupo, evocativo, e quasi spettrale questa traccia -insieme ad altre quali la succitata «Keep your eyes peeled», «The vampyre of time and memory» e «Kalopsia»- dà all’album intero un tocco piuttosto psichedelico e ricco di atmosfere tra la giungla urbana e il noir molto coinvolgenti ed intriganti.
La traccia «eponima» d’epilogo, «…Like clockwork», non è nient’altro che una memorabile ballata molto lenta e triste, che lascia l’amaro in bocca all’ascoltatore e che fa sì che lo stesso abbia possibilità di risvegliarsi lentamente dall’esperienza  di viaggio onirico che tale album permette di intraprendere.

Riepilogando

La mescolanza di tante diverse sonorità e generi, spesso abbastanza oscuri, deriva dal fatto che, come affermato dallo stesso Homme durante alcune interviste per la rivista «Rolling Stone», lui abbia provato ad ispirarsi al primo album del gruppo, tentando di emularne parzialmente lo stile ma contribuendo a fuorviare il tutto verso qualcosa di profondamente oscuro e di molto vario, definito dallo stesso Homme come «un risveglio nel bel mezzo del nulla» o «una corsa durante un sogno», corsa che appare così lenta da sembrar scandita dal passare quasi interminabile delle ore, come in un orologio: …Like clockwork.
Riepilogando, sembra palese che l’elemento stoner di un tempo sia lentamente svanito in favore di un rock molto orecchiabile e soprendentemente variegato (che comunque non abbandona del tutto il tipico sound «palmdesertiano» tanto caro a chi scrive), ma l’impressionante varietà musicale rende …Like clockwork un album speciale e tanto, tanto originale, fino all’eccellenza. In altre parole: una delle migliori uscite del 2013, se non la migliore, stra-consigliata a tutti, amanti del genere e non.

Vincenzo Rimola

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