Paul Thomas Anderson doppiafaccia: leggere un film

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Il suo nome è Paul Thomas Anderson, e sebbene per molti sia un regista americano tra tanti, è invece probabilmente il miglior cineasta statunitense degli ultimi, forse addirittura al pari di Tarantino. Ha cominciato la sua carriera con il neo-noir luccicante e noioso Sydney, ha continuato con il capolavoro della commedia drammatica Boogie nights (in cui rivisita gli stereotipi Scorsesiani e fa un discorso sul «lato oscuro degli anni ‘80» che è cupo e geniale), è poi passato a Magnolia, che nonostante un paio di cadute di stile è un Film con la F maiuscola, ed infine a Ubriaco d’amore, commedia romantica con Adam Sandler, tutt’altro che indimenticabile, anche se simpatica. Ma Paul Thomas Anderson, come il citato Tarantino, si è ritrovato protagonista di un processo inverso a quello che i registi americani intraprendono solitamente: infatti i suoi primi film sono stati, nonostante la loro qualità, inferiori per maturità ai suoi ultimi lavori, Il petroliere (2007) e The master (2012), sui quali mi concentrerò in questo pezzo.

Il petroliere

Il petroliere, dedicato al defunto Robert Altman, che sotto molteplici punti di vista (primo tra i quali la coralità del gruppo dei protagonisti, centrale in Boogie nights e Magnolia) è uno degli idoli del regista, è stato uno dei film americani più amati dalla critica nel 2007, e ha perfino vinto due Oscar, uno all’attore protagonista Daniel Day-Lewis e l’altro all’eccellente fotografia di Robert Elswit. Altre nomination sono andate a film, regia, sceneggiatura, montaggio, montaggio sonoro e scenografia. La trama gira tutta attorno a Daniel Plainview, che da umile minatore diventa un magnate del mondo del petrolio, e in particolare i passaggi importanti della sua vita attorno ad un uomo misterioso che dice di essere suo fratello, a suo figlio adottivo che perde l’udito e a Eli, un giovane fanatico religioso che è contro gli ideali che sono dietro il lavoro di Plainview, e con essi lo assilla. Il film comincia documentaristico, con un morboso attaccamento ancestrale del protagonista alla terra (nel senso più sporco, di terriccio, spazzatura), poi si sposta sul dramma familiare, sia per la famiglia di Plainview che per quella di Eli, e si conclude, nell’epilogo, in un grottesco parodistico, in cui si alternano il ridicolo volontario e la violenza totale.

Dov’è il primo capolavoro

La struttura del Petroliere ricorda da vicino alcune particolarità dei film di Kubrick, un altro dei miti di Anderson: come 2001: Odissea nello spazio, ha un prologo muto, musicato in maniera distorta, in cui viene presentata una realtà primitiva, illustrata in un mondo deserto, solitario; solo dopo un po’ arriva una trama vera e propria, che si basa su di un qualcosa (in un caso il viaggio nello spazio, nell’altro l’azienda petrolifera) preso a pretesto per parlare dell’umanità, sia nei suoi lati positivi sia, principalmente, nei suoi lati negativi. Più che altro, però, mentre 2001 è talmente ostico da poter lasciare la critica misantropologica in secondo piano, ponendola al di là della bellezza estetica del «logos» (e pur riuscendo, in realtà, a tracciare una linea tematica invisibile che oltrepassa ogni tema filologico possibile), Il petroliere si restringe solo alla bruttezza dell’essere umano a tutto tondo, egoista, egocentrico, mostruoso.
A prescindere dalla bravura di Daniel Day-Lewis, che dall’inizio della sua carriera è, per ogni suo singolo ruolo, sempre una certezza (e il sottoscritto, che non è un amante di Spielberg, non vede comunque l’ora di vederlo svettare in Lincoln), il film è talmente drammatico in ogni risvolto implicito della psicologia del personaggio che la trama smette di importare, e tutto ciò che esiste all’interno del nucleo narrativo di Plainview non è più una trama ma diventa un cambiamento, nell’accezione più interiore del termine. Il petroliere, come film sull’egoismo e sull’egocentrismo, finisce per essere uno dei film che maggiormente nella storia del cinema può essere inquadrato nella ristrettissima categoria dei film che, partendo da un esempio di essere umano, finiscono per parlare della natura umana in generale – qui nell’accezione più oscura e pessimista del termine.

The master

In Italia The master è uscito solo agli inizi di gennaio, sebbene qualcuno abbia avuto la possibilità di goderselo sottotitolato al festival di Venezia, dove ha vinto sia il premio della regia che la Coppa Volpi per i due protagonisti. È un film sorprendente, sulla stessa scia del Petroliere, e ha come protagonista un inquietantissimo Joaquin Phoenix nel ruolo di Freddy Quell. Tornato dalla guerra cicatrizzato e schizofrenico, Quell diventa amico per caso di Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffmann), una via di mezzo tra Hubbard, il creatore di Scientology, e i titanici uomini d’affari dell’opera Wellesiana (come il protagonista di Quarto potere e affini), un uomo talmente presuntuoso nel suo egocentrismo megalomane da auto-definirsi «uno scrittore, un medico, uno scienziato nucleare, ma soprattutto un uomo». Dodd si circonda di persone che appartengono ad un suo movimento pseudo-religioso simile a Scientology che si fa chiamare la Causa e che lo idolatra come il più grande Mistico di tutti i tempi, capace di far capire alla persone come sono tramite esercizi mentali paradossali che fanno viaggiare nel tempo, attraverso le proprie vite precedenti, tramite un «buco temporale». Dodd diventa l’unico amico ed il mito inimitabile di Freddy Quell, che cerca di adattare la sua esistenza ai canoni di accettazione della Causa, la cui crescita è in parte dovuta anche al suo essere una fonte di ispirazione dello scrittore.

Dov’è il secondo capolavoro

Il petroliere (il personaggio, non il film) viene sdoppiato nelle due componenti che maggiormente lo definiscono: l’egoismo, l’egocentrismo, la megalomania – alla base di un intero mondo basato solo di bugie e fandonie (Lancaster Dodd); e la malattia mentale, la schizofrenia, la bipolarità, la possibilità di far parte di tutto e di nulla allo stesso tempo, l’essere un animale politico, citando Aristotele.
Le similitudini tra Il petroliere e The master non finiscono qui, dal momento che anche nel secondo la struttura del film è analoga a quella precedente: si comincia non con il silenzio totale, ma quasi, con un protagonista sempre più solitario che, nel bel mezzo di una colonna sonora minimalista, si masturba sulla spiaggia, abbraccia una donna nuda fatta con la sabbia, crea alcolici con succo di frutta e olio di motore, fotografa bambini dai capelli cotonati, si stende sul ponte di una nave stravaccato, addormentato, mentre dei marinai gli tirano addosso oggetti, catalizzando sulla sua figura eterea un’inquadratura tra le più complete che si possano vedere, un quadro di vita, una scena di pochi secondi che a suo modo riassume l’essenza dell’intera opera del  regista – un tipo di inquadratura che in pochi geni possono riuscire a comporre con altrettanta profondità e perfezione. Si continua con un dramma di famiglia e rapporti umani, e si conclude qui non più col grottesco, ma con una bizzarra sensazione di provare allo stesso tempo il vuoto di non aver concluso nulla e la consapevolezza di aver visto quello che forse è addirittura il film migliore di questo regista che viene citato troppo poco dai critici cinematografici.
Perché Paul Thomas Anderson fa allo spettatore quello che Lancaster Dodd fa a Freddy Quell: gli fa scoprire, tramite menzogne (perché questo tipo di stilizzazione dell’uomo non è che una menzogna, a partire dal fatto che la storia sia, in effetti, finzione), un nuovo tipo di concezione dell’essere umano, ma poi dà anche implicitamente la possibilità di capire le lacune di tali menzogne, i motivi che le rendono tali, che le rendono sbagliate, gli errori, la consapevolezza che manca qualcosa… e dopodiché, il film e gli insegnamenti di Dodd si concludono, e nonostante la bellezza dell’esperienza, la vita continua tale e quale, l’uomo rimane solo, pazzo, ossessionato dal sesso, ma pur sempre vivo, e felice di esserlo. Questo è un film-mezzo unico, e anche qui si può creare un parallelismo con Kubrick, che in Shining allo stesso modo utilizzava l’horror per criticare l’horror e allo stesso tempo parlare di tutto lo scibile umano.

PTA

Paul Thomas Anderson è destinato ad essere ricordato come un grandissimo regista. Ho paura che la sua carriera, come (uscendo dal cinema) quella di Vincent Van Ghogh prima di lui, non possa avere lo spazio che merita durante la vita di questi, ma sono sicuro che tra una quarantina d’anni si guarderà The master con lo stesso occhio d’ammirazione con il quale adesso si guarda Mean streets. Il suo è un cinema basato innanzitutto sulla solitudine del soggetto all’interno della camera, e in secondo piano sulla bellezza della profondità di campo, della finzione, utilizzata cinicamente come mezzo per estrapolare qualcosa di esterno.
Come attraverso un lago nero di sentimenti malvagi un uomo innamorato vede sé stesso morto e sfortunato, privo dell’amore che accompagna i suoi pensieri, lo spettatore vede un film di Paul Thomas Anderson e può non rendersene conto, ma può essere sicurissimo, se ha un minimo di cervello, che quel film che sta guardando è su di lui. L’uomo prova sempre rimorso (Sydney), paura (Boogie nights), amore (Magnolia), rabbia (Ubriaco d’amore), desiderio di possesso (Il petroliere) e/o desiderio di conoscenza (The master), a prescindere dalla sua indole, ed è sempre solo nella sua ricerca della perfezione – anche quando è circondato da persone che gli assomigliano, come nella coralità di Altman, o dallo spazio, come nell’eccesso colorato del Kubrick sessantottino, ma in fondo in fondo l’uomo è solo un essere vivente solitario, non troppo lontano dagli altri animali, a differenza di quello che potrebbe dire un Lancaster Dodd.
E a pensarci bene (e Anderson ci ha pensato tanto) il cinema potrebbe addirittura essere nato apposta per ritrarre quel lato dell’essere umano attraverso la bellezza dell’immagine, del colore, dell’inquadratura: del mondo attraverso il meraviglioso spettro della finzione.

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