Openair Frauenfeld festival 2014: il motore dell’hip hop

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Avevo accennato, chiacchierando di Macklemore & Ryan Lewis, che li avrei visti dal vivo al festival Openair di Frauenfeld e, tornato da poco dalla città svizzera, voglio spendere qualche parola sui concerti cui ho assistito, sui musicisti che ho scoperto e riscoperto ma soprattutto sul radicale cambiamento della concezione dell’hip hop e del rap che provoca aver vissuto un’esperienza collettiva a dir poco indimenticabile per tre giorni intensi ed entusiasmanti. Almeno, per me è andata così.
Ma andiamo con ordine, prima descrivendo la musica ed i concerti e poi andando più in profondità.
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Nota di malcostume: l’errore che ho compiuto è stato venire al festival con le Converse ai piedi, e l’amico che era con me pure non era messo benissimo (e aveva i pantaloncini corti). Non avevo idea di come il clima umido sarebbe andato poco d’accordo con il terreno e quindi automaticamente con il fango ed il pantano e gli eccessi di sporcizia ovunque: insomma, una gioia immensa ritrovarmi con i pantaloni e le scarpe completamente disintegrate dal motaio mentre quasi tutti gli altri indossavano stivali di gomma (che io avrei comprato la mattina dopo).

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Il primo musicista che ho visto è stato il rapper svizzero Skor che, a quel che ho sentito su YouTube, è più bravo in concerto che in studio. Non ho la più pallida idea di cosa dicesse, però era molto fluido davanti al microfono, si trovava a suo agio sul palco e aveva dietro di sé una band talentuosa su cui spiccava un ottimo trombettista sosia di Maccio Capatonda. Mi piacerebbe trovare online il suo disco Und Nachteil ma sembra introvabile. A seguire ci sono stati Lo & Deluc, un duo che si è ritrovato a sostituire Iggy Azalea (andatasene all’ultimo minuto dalla scaletta del festival insieme al suo capo T.I.), e penso che non li ascolterei mai e poi mai in cuffia o su disco: il loro concentrato di rap e reggae era piuttosto banalotto, però erano ottimi intrattenitori sul palco, ed essendo in prima fila mi sono molto divertito.
L’apice è stato il freestyle (ovviamente in tedesco) di uno dei due con in sottofondo una versione sax di Niggas in Paris di Jay-Z e Kanye West, e ho potuto riconoscere un verso veloce per il suo altissimo (ehm) riferimento culturale: «Super Sayian Power Kamehameah». Sono seguiti gli ultimi svizzeri della situazione, la Glanton Gang, una band composta da una serie di musicisti vestiti da scheletri, stile Tre allegri ragazzi morti (anche musicalmente), con due rapper con la voce e l’apparenza di simil-Fabri Fibra. Sono stati noiosetti e blandi rispetto ai musicisti che li hanno preceduti, e soprattutto anche poco intrattenenti, nonostante gran parte del pubblico, me compreso, si sia emozionato quando è partito il beat di Can I live di Jay-Z, una delle migliori canzoni del rapper di New York.

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Sono seguiti i Boot Camp Clik, quattro MCs molto classici e brutali che si sono fatti amare da un pubblico ampissimo soprattutto grazie ai fenomenali riferimenti ai grandi morti della scena rap, con rifacimenti musicali istantanei dei grandi classici di 2Pac, The Notorious B.I.G., Ol’ Dirty Bastard dello Wu-Tang Clan, King L e Nate Dogg, quest’ultimo ovviamente sulle note dell’ultima strofa di The next episode di Dr Dre: Helta Skelta, uno dei quattro, ha urlato «What’re we gonna do tonight?» («Cosa faremo stanotte?») appena prima che il campionamento della canzone di Dre facesse partire la frase di Dogg «Smoke weed everyday» («Fumare erba tutti i giorni»), causando caos e fomento tra tutti e facendo sentire ancora di più l’odorino di maria che era tra le tante costanti del festival.
È poi giunta l’ora di Pharrell Williams, che ha causato non poco pogo (per motivi a me ignoti) oltre che molteplici svenimenti da parte delle groupies più sfegatate – anche qui, per motivi a me ignoti: Pharrell solista ha una voce bassissima e le canzoni migliori del suo concerto sono state quelle in cui lui ha partecipato «esternamente», e mi riferisco a Lose yourself to dance e Get lucky dei Daft Punk e a Drop it like it’s hot di Snoop Dogg. La cosa migliore del concerto comunque è esterna alla musica ed erano le  ballerine che il membro dei N*E*R*D* s’era portato dietro.

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Dopo Pharrell è arrivato il momento dei capofila, la banda che attendevo di più di tutte e tre le giornate: i grandissimi OutKast, sul palco per il tour del 20esimo anniversario del loro album d’esordio, Southernplayalisticadillacmusik; inoltre, il 2014 è anche il 20esimo anniversario dell’Openair festival. Il loro concerto è stato semplicemente perfetto sotto ogni punto di vista: la scaletta era perfetta, Big Boi e Andrè 3000 erano chiaramente divertiti e costantemente in formissima e la conclusione con The whole world è stata eclatante. Non ci sono molte parole per descrivere la compattezza dello spettacolo, che probabilmente non poteva essere migliore per nessun motivo al mondo.
(continua)

11/7

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Gli OutKast sono stati stancanti e sgolanti, e io e il mio amico abbiamo sentito il bisogno di farci una doccia a notte tardissima per poi dormire il più possibile, ma la necessità di prendere, la mattina dopo, degli stivali: tra gli eccessi di sonno ed una ricerca di calzature durata un’oretta, abbiamo finito per perderci alcuni dei musicisti che ci interessavano del secondo giorno, ovvero Vic Mensa e Angel Haze, ma anche YG, che nonostante sia un musicista pessimo, c’avrebbe deliziato con la sua presenza delirante, la sua stupidità cosmica e la tamarraggine incommentabile della sua canzone più famosa, My nigga. In compenso in linea si può trovare una sua intervista all’Openair in cui è così palesemente disintegrato da chissà quale droga da essere esilarante: «YG, lei in una sua canzone ha detto che non le piacciono le interviste, ci può spiegare perché?» «Perché non mi piace parlare con voialtri, perché sono un criminale, vi derubo tutti». Ah be’.

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In compenso abbiamo potuto vederci l’intero concerto del tedesco Cro, un Emis Killa teutonico con una fanbase simile a quella di Salmo in Italia: groupies malate ed infogate per questo poveraccio senza talento che pur di ottenere un seguito (e ce ne ha uno, decisamente) ha portato alle estreme conseguenze il proprio esibizionismo cantando sempre con addosso una maschera da panda sopra la quale è disegnata una croce rovesciata. Tra il suo amore per l’esagerazione e la completa carenza di interesse verso la sua musica, il suo concerto è stato a mani basse il peggiore di tutto il festival, e non ho mai desiderato di più l’estinzione dell’«ailuropoda melanoleuca». Mi sono spostato più vicino al palco per godermi al meglio il concerto di Wiz Khalifa, un rapper che non conoscevo bene e da cui mi aspettavo poco: canzoni magari noiose e ripetitive sull’uso della droga. Invece è salito sul palco con una maglia dei Led Zeppelin e si è dimostrato talmente scatenato da non sembrare neanche un rapper, e da diventare una rockstar scalmanata che intrattiene ed infoga anche chi non lo conosce, me compreso, a prescindere dalla musica, comunque meno ripetitiva di quanto mi aspettassi.

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E poi ho aspettato Macklemore & Ryan Lewis che hanno portato sul palco uno spettacolo fenomenale che non mi sono goduto quanto avrei voluto. Seduto a 20 metri dal palco, avevo dietro di me lo stereotipo della persona inaffidabile che ascolta rap, beve e si droga, un ventenne che spingeva, sputava senza guardare dove (beccando la mia mano), urlava in maniera irritante e cantava a volume altissimo sbagliando i testi delle canzoni. Avrei potuto divertirmi tantissimo, però no. E la pioggia non ha migliorato le cose: saltando senza cappuccio né ombrello durante l’ultima delle due volte che hanno suonato Can’t hold us, non ho preso il raffreddore per miracolo. Questi vari fattori mi hanno portato nella condizione di promettere a me stesso che li rivedrò, sperando di ritrovarmi in condizioni migliori.
(continua)

12/7

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Il terzo giorno è stato il più complicato e vario. Gli One Track Live hanno iniziato la giornata dimostrandosi una sorta di versione svizzera dei The Roots, con vari MCs molto dotati ed internazionali (uno dei quali col cappellino del Milan!) tra i quali una donna beatboxer e rapper con la voce e la faccia di Iggy Azalea ma con molto più talento e soprattutto un fondoschiena piatto e proporzionato. Non mi posso lamentare.
Mi posso invece lamentare degli Underachievers, saliti sul palco per sostituire l’assente Danny Brown, uno dei migliori artisti emergenti nella scena rap, che erano abbastanza spenti.
Almeno subito dopo è comparso ScHoolboy Q: grasso, tamarro, prepotente, ironico ed autoironico, in grado di gasare tutto il pubblico con le sue canzoni classiche e potenti e con la cover di m.A.A.d city di Kendrick Lamar. È seguito Immortal Technique, rapper di origini sudamericane che ha dimostrato di essere un vero outsider, un anarchico e soprattutto un individualista che sa cos’è l’hip hop nel senso più strettamente culturale possibile: una cultura che è una via di fuga e di ribellione. L’ha dimostrato con più frasi: «Spero che vi piaccia la mia musica e che la rubiate su internet» (cosa che ho già fatto e che farò), «Ho una cattiva notizia e una buona notizia: quella cattiva è che mi dicono che il concerto è finito, quella buona è che non me ne frega un qatzo e suonerò altre tre canzoni» e «A fine spettacolo mi potrete trovare agli stand del cibo e delle bevande perché io a differenza della maggior parte degli altri musicisti non ho paura di voi, gente, perché io non sono una celebrità, io sono come voi, io sono la gente».

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È seguito Kid Ink, che speravo avesse l’effetto Wiz Khalifa ed in effetti il risultato è stato quello ma in maniera meno eclatante: Kid Ink è solo uno scoppiato strafatto (si è acceso tre spinelli durante tutto il concerto, chiedendo al pubblico di lanciargli gli accendini) le cui canzoni sono molto più ripetitive di quelle del cantante di Black and Yellow. Divertente, sì, ma insomma… A me interessava più che altro aspettare che giungessero i Mobb Deep: Prodigy e Havoc, due tra i più grandi MCs di tutti i tempi, gli autori dietro The infamous, avevano il principale problema che durante il loro concerto c’era un temporale, e non una sgradevole pioggia da quattro soldi come con Macklemore, e quindi sono stati seguiti ed ascoltati poco: io stesso, dopo venti minuti, me ne sono andato. E mi dispiace tantissimo, perché The infamous è uno dei miei album rap preferiti. Mi sono sgolato con Survival of the fittest, e poi sono scappato all’altro palco, aspettando col cuore in mano Nas.

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E qui si conclude la recensione e si apre la riflessione culturale: Nas è un re e mi ha aiutato a capire in che cosa consiste l’hip hop. L’hip hop è ovviamente una cultura di ribellione, e come ogni ribellione è scaturita dalla paura di avere paura della morte, e quindi automaticamente dal desiderio di vivere. In questo senso, una frase di Nas in una delle sue canzoni più celebri, N.Y. state of mind, è esemplare: «I never sleep because sleep is the cousin of death» – non dormo mai perché il sonno è il cugino della morte. Ma l’hip hop è anche nato dal bisogno sociale di far scaturire un nuovo tipo di poesia e di estetica dal disagio cosmico, ed in questo senso Nas è un artista impressionante ed il suo album d’esordio Illmatic un capolavoro rivoluzionario.
(continua)

Anarchismo culturale

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Nell’hip hop -nato da un mix del dub (sottogenere del reggae) e della recitazione poetica, con la necessità a volte di influenze da altri generi: spesso jazz, ogni tanto rock, quando capita elettronica- regna l’individualismo e, come in ogni movimento di ribellione individualista, il desiderio passivo dell’utopia, ma soprattutto una sorta di anarchismo malato che si trasmette tramite l’arte (la musica) e la moda.

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Ecco, la qualità di Nas che ha reso così impressionante ed appassionante per me il suo concerto è la sua capacità di incarnare alla perfezione sia il senso di unicità individuale che l’hip hop deve avere, come ricerca di una «propria strada» verso l’eventuale utopia sociale e culturale (cfr. la sua descrizione del disagio in Illmatic), sia la sensazione di collettivismo che chi appartiene a tale cultura sente.
Io non credo di essere appartenente alla cultura hip hop: non mi vesto come tale (e anzi indosso più spesso e volentieri magliette dei Led Zeppelin che non dello Wu-Tang Clan) e non è certo la mia passione, però è affascinante la capacità unificatoria che ha la musica rap in contesti culturali collettivi come possono essere concerti di musicisti quali Nas (che difatti ha suonato per intero un suo album vecchio vent’anni con una stregua di fan di vecchia data che cantavano a memoria ogni singolo pezzo).
Purtroppo, riflesso mediatico di tutto ciò è che parte dell’hip hop è presto diventata, da un punto di vista soprattutto musicale, puramente pop, ed a dirlo esplicitamente è uno dei musicisti più pop della scena rap: 50 Cent, che consapevole di ciò fa canzoni pop «dall’interno», pur appartenendo cioè ad una scena di gangsta rap duro e puro. Chi può negare che i suoi testi siano lontani le mille miglia dall’anarchismo deprimente di Illmatic?
Consapevolissimo di ciò è anche Eminem, che difatti con album come Recovery, che se fosse uscito dieci anni prima sarebbe stato sicuramente l’album di maggior successo della sua carriera, dà una svolta alla propria sonorità per dedicarsi ad un mondo più ampio e comprensibile a tutti. È finito da tempo il momento d’oro per gli N.W.A., per i Public Enemy, i Run DMC e i Beastie Boys, e la ricerca della pace s’è trasformata in un movimento, magari appassionante o gradevole per i fan, ma sicuramente diverso e sotto certi punti di vista meno personale di quello che poteva essere l’hip hop dell’età dell’oro, degli esordi di Nas, 2Pac, The Notorious B.I.G. e dello Wu-Tang Clan. Non per niente musicisti come Macklemore sono rap solo di facciata in quanto di hip hop non hanno veramente niente, e altri come Kendrick Lamar, pur più hip hop nei testi e nei contenuti, hanno un successo molto inferiore.

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Però Nas rimane e coinvolge tutti come un tornado in quella che sembra essere una ventata di vero, puro movimento culturale, legato al presente ma anche al passato. Che l’hip hop si stia ormai basando interamente sulla nostalgia? La nostalgia della povertà, tra l’altro, di quando il rap era più sincero perché veniva fuori dal ghetto invece che dalla villa con piscina. Ed è incredibile che un rapper come Nas, di cui non si sente molto parlare in Europa, per trasmettere o innescare tutte queste riflessioni abbia avuto bisogno solo di un microfono.

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