Nuovi caroselli in cerca d’autore

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I trailer cinematografici, per via del canale preferenziale che riescono a stabilire con l’inconscio, danno una risposta tangibile a quel bisogno di Piacere che ci divora e ci abita e ci comanda. In pochi minuti, spesso meno di due, il trailer spara a velocità anfetaminica scariche di immagini come di endorfine, il cervello cortocircuita, l’emotività tracima: è una festa per gli occhi, un vero e dolcissimo oblio emozionante. C’entra poco il fatto che con gli anni il cinema è andato peggiorando, quindi i trailer hanno avuto il compito ulteriormente creativo di falsificare i brutti film; il mio piacere nei trailer – che raggiunge il suo apice per le serie tv – è specifico e assoluto; è la botta di adrenalina che provo, la curiosità, il piacere, la sensazione di star vedendo qualcosa di mai visto prima. Non a caso i creativi pubblicitari mi rinforzano il concetto. Gli uffici stampa abbondando di comunicati e promesse su una serie “mai vista prima”. Sì, datemene ancora, celatemi il mondo, scrivetene poemetti di questi trailer, piccoli poemetti zen, a sé stanti, versi visivi. Datemi notizie su gustose architetture narrative come qui in Italia non c’è modo neanche di pensare, di immaginare.

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Scopro con piacere che un portale affidabile e serissimo come Tropico del Libro ha una sezione dedicata ai booktrailers. Scopro allora che la pratica del promolibro, del filmato promozionale su un libro, nasce nel 2002 con una casa di produzione video, la Circle of Seven Production (COS), a sua volta nata dall’incontro tra un regista cinematografico Michael E. Miller e una specialista di marketing editoriale, Sheila Clover English. Costoro avevano ricevuto il compito da parte della casa editrice Jove Books (una costola della Penguin) di girare il promo del romanzo fantasy Dark Symphony della scrittrice Christine Feehan e i due ci avevano preso gusto.

Da allora a oggi, passando per un tentativo di istituire un premio ufficiale dei promolibro, i Moby Awards (due sole edizioni: 2010 e 2011), a cura di una casa editrice di Brooklyn, devo dire che l’oggetto booktrailer è ancora ben poco identificato. Negli Stati Uniti ha una sua dignità, se si pensa che Thomas Pynchon presta la voce per il trailer del suo Inherent Vice (uno dei migliori esempi di promolibro che abbia visto) o se il regista Alfonso Cuaron ha girato un trailer tra animazione e documentario sul libro di Naomi Klein The shock doctrine (2008). In Italia talvolta questi filmatini sono un po’ ridicoli, con un effetto straniante a metà fra la telenovela brasiliana e il filmino delle vacanze, anche se questo rischio lo corrono tutti: italiani, americani, inglesi e così via. Infatti vedendo un po’ di questi inusuali cortometraggi la sensazione è sempre quella d’incertezza, non che manchi una tecnica, ma che questa forma di espressione non abbia ancora trovato una sua voce.

In un certo senso dare immagini a un libro è un tradimento di quello spazio lucidamente onirico che accompagna la lettura e, anzi, ne è favorito: ogni libro suscita un grumo d’immagini emozionali o figurative che non trova, non può trovare, espressione compiuta, ma che fluttua in uno spazio incorporeo. Forse è solo questione di tempo: oggi i videoclip musicali sono una realtà con pieno riconoscimento artistico, ma soprattutto hanno un codice ben definito, così come i video pubblicitari. Magari tra qualche anno anche i promolibro troveranno una loro forma che non sia banalmente illustrativa o parodica (celebri attori comici statunitensi si sono già prestati a giocare con i promo dei libri).

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Chissà se il tempo darà del tempo a far crescere i booktrailers. Non dimentichiamo che il fenomeno nasce in un’assenza: quella di uno spazio dove parlare di libri. Anzi, per essere precisi, i promolibro sono l’espressione sia di una necessità di continuo incrocio tra forme mediali, veicolate dalle possibilità della rete, che la risposta alla domanda: dove si può parlare di libri, oggi? In nessun luogo, dunque: dappertutto. Anche stavolta, allora, parliamo di sinestesie, ma con una differenza sostanziale: mentre un’ideale colonna sonora di una lettura ha una sua forma già codificata, vedi i radiodrammi, ed è un gioco estetico, un balletto tra comunicazioni dal medesimo scopo, il promolibro, oltre a essere una pratica nuova, ha anche quel demoniaco sguardo che sogghigna nel controluce sulfureo della vendita, perché è innegabile che i questi brevi video sono fatti per veicolare un acquisto. Molti sono i grandi registi che hanno girato pubblicità, da Fellini a Wenders, ma intanto loro hanno avuto l’astuzia di approdare alle réclame quando la grammatica dei messaggi promozionali era già consolidata e, soprattutto, hanno prestato la loro professionalità proprio come se avessero girato un film per il cinema. Insomma, ci hanno messo una cura che finora nei trailer libreschi non ho visto.

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Forse, allora, il problema fondamentale di questi nuovi mezzi comunicativi è che si è ancora troppo legati all’idea dell’immagine legata a una narratività. Lo specifico del cinema è l’immagine in movimento, prim’ancora che legata a una storia da raccontare. Il trailer cinematografico è una collezione di sequenze tratte dal film con lo scopo d’invogliarti ad andare al cinema. Ma se lo stesso fine è perseguito dai promo per i libri è anche vero che un libro non è fatto di sequenze filmiche. Il libro è fatto di parole scritte, che guarda caso non sono immagini. In definitiva allora si è creata una reazione chimica imprevista: il riassunto visivo del libro, ideale anello di congiunzione tra l’immagine e la storia, non ha funzionato. Non ancora. O forse non accadrà mai.

Filippo Polenchi
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