Metacinema (auto)citazionista: Sion Sono contro tutti

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Mi piacerebbe, e non mi piacerebbe, dire che Sion Sono è il più grande regista orientale vivente, ma per fortuna Hayao Miyazaki, Tsai Ming-Liang e Wang Bing sono ancora in vita, anche se i primi due hanno detto stop! alla regia di lungometraggi, con i loro rispettivi «addii veneziani»: Kaze Tachinu per il giapponese, Stray Dogs per il taiwanese. Diciamo, allora, che Sion Sono e Wang Bing sono i migliori registi orientali viventi E ancora all’opera?
Ma mi sto dilungando in questioni futili, andiamo al nocciolo.
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Sion Sono

Love+exposure+2

Sion Sono è un genio. Classe 1961, ha esordito nel 1985 con il folle, anarchico, assordante cortometraggio I am Sion Sono!!, di cui consiglio la visione solo a chi vuole amare questo regista nella sua completezza. Nel 1990 stupì con l’intimismo di Bycicle Sighs, nel 1992 dimostrò una grande abilità con i colori snaturati di The Room, per poi svanire nel nulla fino all’uscita, nel 1997, di Keiko desu kedo, film della durata di un’ora, basato sullo scorrere del tempo, sperimentale e suggestivo. Nel 2002 è esploso con Suicide Club, film drammatico dalla concezione horror e caotica, più bello in teoria che in pratica, ma profondamente pessimista e radicalmente grottesco nella sua idealizzazione, un instant-cult dell’horror giapponese da cui sono stati tratti un romanzo dello stesso regista (Suicide Circle: the complete edition, 2002) ed un manga.
Nello stesso anno del sottovalutato Into a Dream (2005), Sion Sono dirige e distribuisce anche Noriko’s Dinner Table, prolisso e ancor più teorico di Suicide Club (i due film sono ambientati nello stesso universo e girano attorno agli stessi eventi: fanno parte di un’ideale trilogia di cui non si è ancora visto l’ultimo capitolo), l’horror Strange Circus,non molto riuscito, ma spesso esaltato, che ricalca un po’ Audition di Miike ed un po’, con pretenziosità, il Lynch di Fuoco cammina con me!, e pure il dramma criminale Hazard.
Exte: Hair Extension, che pur non essendo vergognoso è tra i film meno interessanti del regista, ha il grande difetto di essere uscito nel 2007, l’anno prima dell’anno di uscita del massimo capolavoro del regista, uno dei massimi capolavori della storia del Cinema giapponese e anche del Cinema tutto: l’esplosivo e geniale Love Exposure, primo capitolo di un’ideale trilogia incentrata sull’odio, il cui seguito è composto dagli altri, ennesimi, epocali Cold Fish (2010) e Guilty of Romance (2011).
Dopo il toccante Himizu, film basato su un manga che ha gareggiato a Venezia nel 2011 facendo vincere al protagonista Shota Sometani un premio per il miglior attore, il regista ha sfornato il dramma convenzionale (ma non troppo, ed è qui che sta il genio) The Land of Hope (2012) e, giusto l’anno scorso, Why don’t you play in hell?, che gareggiò a Venezia nella categoria Orizzonti.
Solo da poco ho avuto la possibilità di vederlo. È qualcosa di clamoroso ed esplosivo.
(continua)

Suicidio ideologico

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Sul set di Love Exposure, Sion Sono si dichiarò deluso dal risultato ottenuto. «Probabilmente è il mio film peggiore, ho fatto molto di meglio in passato», diceva, credo riferendosi ai suoi film pre-Love Exposure più acclamati dalla critica, ovvero Suicide Club e Noriko’s Dinner Table. Per me, con Why don’t you play in hell? Sion Sono ha UCCISO il se stesso di quell’affermazione: le citazioni esplicite al mondo di Love Exposure, al suo umorismo ossessivo ed al suo avantpop sferragliante sono troppe per non poter paragonare i due film e il processo ideologico ed artistico del regista. 5 anni, tra un film e l’altro, ed in mezzo ad essi molti film principalmente drammatici: Love Exposure invece è una commedia demenziale dai toni esistenziali e Why don’t you play in hell? un divertissement dell’assurdo che si prende gioco del Cinema tutto, a partire dalla citazione a Bruce Lee e a Kill Bill, entrambe riprese parodistiche che, venendo mischiate, fanno rotolare nella tomba l’attore cinese e fanno venire i brividi a Tarantino (che non è nessuno in confronto a Sion Sono). Ma lo fa con passione, con epicità, con metacinema (e meta-arte, e meta-fisica, e meta-tutto) e soprattutto con un umorismo scoppiettante e delirante che compone quella che è per me senza dubbio tra le più grandi commedie di tutti i tempi, a dir poco. È quasi un eufemismo, a dire il vero.
Il film ha essenzialmente due difetti, entrambi di poco conto considerando la genialità del totale: il primo è che parte in maniera troppo immediata. Love Exposure, con la sua durata titanica (4 ore, e il director’s cut, il «taglio del regista», che devo assolutamente vedere prima di morire, è di 6 ore), prima di esplodere nella follia creava un’atmosfera a metà tra l’etereo e il folle, con l’ossessivo Bolero di Ravel a dare un sapore quasi onirico a scene di vita quotidiana presto trasformate in delirio mistico. Più il film diventava folle e a volte anche stereotipato, più ci si abituava al mondo in cui si era ambientato.
Why don’t you play in hell? invece preme subito sull’accelleratore: i primi venti minuti, caotici e montati con velocità, sarebbero stati troppo enfatici anche se ficcati dopo due ore di Love Exposure. Non è una cosa così grave, ma se il film si fosse rivelato poco più di quello che i primi venti minuti sembravano mostrare ciò avrebbe molto influito sulla mia concezione dell’opera e di Sion Sono in generale.
Il secondo difetto è anche meno grave del primo e già parzialmente presente anche in Love Exposure, ed è l’inevitabile influenza della scarsezza di fondi a disposizione per le scene d’azione splatter. Il sangue in CGI fa schiantare dalle risate, e fa schiantare dalle risate anche in eccesso, ma fa anche il suo effetto negativo.
(continua)

Atto d’amore

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Sion Sono ama il Cinema. Sion Sono ama il proprio Cinema. Sion Sono ama fare film e ama saperli fare. Ciò si vede nelle sue innumerabili citazioni, ma anche nella sua regia sempre emozionata, nell’uso della musica (direttissime citazioni a Love Exposure: copiati pari pari sia un brano pop giapponese che un grande classico della «musica per film», un brano spesso abusato ma sempre così bello da essere suggestivo, ovvero il secondo movimento della settima sinfonia di Ludwig Van Beethoven), nelle sceneggiature, nei personaggi e nella direzione degli attori che le interpretano.
«Ozu è troppo simile ad una sorta di “Dio” nella storia del Cinema del mio paese, e la storia non può essere rinnovata se non diventiamo anti-Ozu. Non ho niente di personale contro di lui, ma devo dichiarare di essere anti-Ozu per poter andare avanti», dice il regista, con un’asserzione geniale che non punta assolutamente alla mancanza di rispetto nei confronti di Yasujiro Ozu, tra i più grandi registi di tutti i tempi, bensì punta all’ambizione di cambiare qualcosa nel Cinema giapponese, un obiettivo di indubbio fascino che lui e Takashi Miike stanno cercando disperatamente di raggiungere, con molti successi e qualche insuccesso.
Parlando di Why don’t you play in hell?, non c’è niente di più opposto all’estetica struggente ed intima di Ozu, ma qualitativamente il salto non è assolutamente grande. Come un visionario allucinato, Sion Sono guida il proprio spettatore in un’orgia sensoriale e sanguinolenta che fa dell’umorismo la sua carta vincente e dell’epicità (un’epicità vera ma anche autoironica) il suo biglietto da visita. Con un’anarchia a suo modo pessimista ed un’ossessività sonora apocalittica (il motivetto della pubblicità del dentifricio che si ripete una trentina di volte per le due ore del film), l’ennesimo capolavoro del regista sfonda porte considerate invarcabili e ne apre altre, con macchine da presa che diventano vere e proprie armi da guerra.
È un film selvaggio che si basa anche su uno scontro tra maniere di vedere i film, come rivela una delle scene più belle ed importanti dell’intera storia del Cinema moderno, quando, poco dopo la metà del film, nella mente del personaggio interpretato dal grande Jun Kunimura (sempre più autoironico nell’interpretare capi yakuza tutti uguali) appare una visione filmica del combattimento che si svolge nell’ultima mezz’ora, in cui il rivale di Kunimura guarda i propri scagnozzi morire davanti alla macchina da presa in maniera troppo poco teatrale e realizza che per essere veri grandi attori, per fare vero grande Cinema bisogna spegnere il realismo ed essere fantasisti.
Il film è intrattenente e profondo sia se lo si vuole vedere sotto l’ottica di un festino folle diretto da Yoshihiro Nishimura su di una sceneggiatura di Mel Brooks tratta da un soggetto di John Woo, sia se lo si vuole vedere come un nuovo risultato raggiunto ai limiti del paradossale nella ricerca di cosa può riuscire a dire il Cinema moderno al giorno d’oggi.
(continua)

Cos’è il Cinema moderno?

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Spesso nei miei pezzi mi piace usare le parole «Cinema moderno»: ecco, Sion Sono rappresenta un po’ quello che DEVE essere il Cinema moderno, e il Cinema moderno deve rappresentare quello che lui rappresenta – un uscire fuori dagli schemi, uno «sfondare porte» che è anche un chiudere discorsi e aprirne altri.
Poi, con la folle anarchia umoristica che caratteristica il suo percorso autoriale, come non lo si può amare? Come non si può adorare un regista che costringe i propri personaggi a vomitare (anche letteralmente) parole di romanticismo come se fossero manie sessuali e viceversa, un regista che crea un instant-cult a basso costo con situazioni comiche classiche rese originali da un’impostazione infernale che lo rende un film unico (in tutto), dirigendo a ruota libera un mondo filmico iperbolico, allegorico, che vive di stragi fisiche per mettere in pratica stragi interiori (con sangue innocente che scorre a fiumi come metafora delle lotte tra figli e genitori, ancor più che qui in Cold Fish, Himizu e pure un po’ Noriko’s dinner table)?
Regnano ferocia, autoironia, pietas, ridicola (patetica!) parodia nipponica di tutto, realtà, finzione, film nel film nel film, addirittura festival del Cinema nel film nel film, katane e pistole. E a fine proiezione, a Venezia, pare sia già di culto il momenti in cui, mentre gli spettatori erano in visibilio, gasati peggio di tifosi allo stadio, Sion Sono si è alzato dalla prima fila urlando a ripetizione «FUCK BOMBERS» (riferimento al film), per poi incontrare e stringere la mano ai fan più appassionati ed emozionato un quarto d’ora dopo.
Dice bene, in maniera molto essenziale, Gabriele Niola nella sua recensione del film su badtaste.it: «Le parole fanno ridere, le immagini terrorizzano: Sion Sono».

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4 risposte a Metacinema (auto)citazionista: Sion Sono contro tutti

  1. Giovann dice:

    Dopo aver visto Guilty of Romance ho voluto recuperare altro di Sono che ho sempre trovato un regista interessante, valido, controcorrente. Ma questo prima di vedere i suoi film. Rozzi, senza alcun valore, non affatto dirompenti, moderni come vuoi chiamarli tu. E tutti i presunti colpi di scena dei suoi film risultano così banalmente scontanti, i personaggi così bassamente monocordi, dal carattere schematico, da manuale “come scrivere un film”.
    Il suo stile poi, un tripudio di sesso, violenza, buttato la senza un minimo di decenza stilistica se non il dilettantismo e la sozzeria.
    E credo che l’ accostamento a Miike sia quantomeno in parte erroneo: il grande giapponese (Miike) infatti non possiede un registro linguistico solo ma sfrutta una poliedricità innumerevole per dimostrare di essere non un genio (quello lo erano Oshima e Wakamatsu e lo è Kitano, forse, insieme ad Oguri) ma un autore che sa il fatto suo. Che passa dagli eccessi in film come Imprint per perdersi e farci anche tremendamente annoiare in film come Izo o Zebraman (pur non perdendo la propria visonarietà) fino ad arrivare a punte di diamante come Big Bang Love.

    • "L'autore" dice:

      Secondo me a dire il vero Sion Sono di manuali ne deve aver letti proprio pochi, mi sembra tanto più anarchico e fuori dagli schemi di come lo dipingi tu. Anche più di Miike che, pur essendo molto diverso da Sono, è sicuramente meno indipendente (non ha mai scritto una sceneggiatura, mi pare). Per me i film di Sion Sono non sono affatto rozzi e sono anzi varissimi (Cold Fish e Love Exposure per rappresentazione della violenza sono praticamente agli antipodi), e quando utilizza personaggi monocordi, beh… è perché non c’è bisogno di personaggi particolarmente interessanti! Alla fine in Why don’t you play in hell? i personaggi hanno tutti funzioni metaforiche, non hanno la pretesa della profondità che ci può essere ad esempio in Guilty of Romance o in Cold Fish in cui, in effetti però, i personaggi HANNO qualcosa da dire. E COME lo dicono!

  2. Giovanni dice:

    Ne approfitto della tua precisazione riguardo Guilty of Romance per poter un po passare in rassegna in maniera più dettagliata quelli che ritengo i punti critici della questione Sono. Tu li chiami profondi, scavati i personaggi di Guilty io li trovo semplicemente abbozzati. Con quel’ idea, quella possibile strada da percorrere ma che non viene mai percorsa. Uno stadio superficiale, da manuale, con il personaggio stereotipato in tutte le sue declinazioni. E non servono piccoli momenti di (mi)probabile poesia come il piscio finale, o la vendita di salsicce allo specchio per rialzare il tenore piatto del film.
    Lei moglie che vive una vita tranquilla con un marito famoso, inizia la sua discesa negli inferi, incontra una professoressa universitaria che si prostituisce in un tugurio, con un passato oscuro, e se ricordo bene anche tendente all’ incestuoso, con un madre che la odia? Poi lui, il marito, in aggiunta scrive i suoi romanzi d’ amore, quelli per cui è acclamato da tutti mentre scopa la professoressa-puttana? Una storia del genere mi sembra di averla già vista e raccontata con molta più profondità, ma di quella vera che scava dentro le viscere umane.
    Storie di tradimenti, amori, famiglie disfatte, colori zampillanti (quei sacchetti di colori che ogni tanto esplodono). E quella che tu chiami anarchia è per me soltanto la non padronanza del mezzo, la furbizia di autore. Sicuramente un genio del marketing.
    Poi le opinioni sono le opinioni.
    Complimenti per il blog comunque…

    • "L'autore" dice:

      Certo, certo, mica volevo che cambiassi idea. Io comunque lo trovo un Cinema estetico e contenutistico in cui i personaggi, belli e brutti che siano, non contano mai veramente così tanto, a differenza che, per esempio, nel cinema americano stereotipato di David O. Russell e colleghi.
      Grazie per i complimenti conclusivi, e saluti! :)

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