Massimo Fornarelli / Viernes al Tigre

viernes

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Uno

L’uomo, un tipo massiccio, lo stesso che vi aveva accolti  con fare rude ma gentile, innestò la retromarcia  e diede gas al motore della lancha che, docilmente, arrestò la sua corsa nel mezzo del fiume. Poi, rivolto all’indietro, ma sempre con le mani ben salde al timone,  oscillando insieme alla grande barca al ritmo lento e irregolare delle onde limacciose, sbraitò qualcosa che non era udibile dato l’immenso fragore del motore. Eravate all’appuntamento. L’altro era già a poppa che vi attendeva, il viso affilato come il suo barchino. Il rumore cambiò. Un Mercury fuoribordo da 60 cavalli, acuto, lacerante e implacabile impennò appena lo scafo e un vento di prua vi investì. Poco dopo foste depositati, un po’ infreddoliti,  su di un piccolo molo di legno che conduceva ad una casa rialzata -come usa lungo il fiume- circondata da prato all’inglese e dalla vegetazione tipica della zona. Un perro vi accolse felice  senza abbaiare e dopo qualche secondo di silenzio udiste il suono delle foreste dell’alto delta del Paranà.
Nella grande lancha che risaliva da Tigre -località all’estremo sud della foce- c’era gente di tutti i tipi. Una bimba bionda come potrebbero vedersi a Oxford, con gilet blu, camicia e cravattino, dal volto molto serio, sedeva poco lontano. Teneva in mano un mazzo di carte simili alle piacentine. Le posava sulla panca vicino a sé e poi le riprendeva. Sollevava la testa senza mai dare l’impressione di essere interessata ad altro che non fosse il lento andare della barca.  Tentavi inutilmente di infilarti nei suoi occhi, ma quando ti sembrava di esserci riuscito, lei distoglieva subito lo sguardo. Mai mutò espressione. A un certo punto si spostò su un sedile più a poppa e scese alla fermata successiva. La vedesti camminare sul molo con i biondi capelli raccolti dietro le spalle senza voltarsi.
Non doveva sorprenderti. Da quando avevi varcato l’oceano e messo piede nel paese, avevi notato quella specie di riservatezza che accomuna il suo popolo, specialmente le donne. Un misto di discrezione e fierezza, senza ombra di sufficienza. Sicuramente non indifferenza, magari… saggezza. Difficile da decifrare.
L’uomo alto e affilato riapparve e capiste che sarebbe stato ancora lui il vostro ospite, eccetto il perro, beninteso. Accese il fuoco e cucinò. Quando ve ne andaste non disse niente, increspando appena le labbra in un pallido sorriso.  Subito dopo iniziò a piovere, sin parar(continua)

 

Dos

Il viaggio di ritorno fu rapidissimo.  Guardavi la sua schiena immaginando la pelle sotto la maglietta attillata a righe verdi e nere. Desideravi toccarla, ma non osasti. Ti colpì una frase che pronunciò mentre mangiavate. Come un’illuminazione improvvisa dopo un incerto chiaroscuro che ti seguiva fin dal mattino. L’accostamento tra te e ciò che per lei costituiva il bene più prezioso assunse allora un significato preciso. Nel tren de la costa prendesti le sue mani e le tenesti saldamente tra le tue. Erano lisce e fresche. Non le ritrasse finché,  dopo un indugio fulmineo di fronte ai tuoi occhi, distolse lo sguardo tornando ad immergersi in pensieri imperscrutabili.
Quando l’avevi vista la prima volta, avevi invidiato il tuo amico che l’aveva annunciata nel solito modo semiserio, ma ipercollaudato -che rappresenta una delle sue specifiche peculiarità espressive- come la sua ragazza. Simpatica e attraente, ballava la salsa divinamente. Al tavolo del Son-y-Ron eravate diventati improvvisamente troppi per i tuoi gusti abituali. Quattro donne contro due soli maschi. A prescindere dal genere dei partecipanti, non hai mai provato interesse per gli assembramenti. Tanto più se prevalentemente femminili. Nelle intenzioni che presumono questo tipo di incontri di gruppo, se si stabilissero delle regole, queste dovrebbero implicare il giusto equilibrio tra le forze in campo. L’oculato assortimento dei partecipanti, ma soprattutto decisioni ponderate senza fretta, soppesando accuratamente le diverse possibilità, compresa quella di non scegliere, non programmare, non organizzare un bel niente ed affidarsi all’ignoto.
L’esperienza, il buon senso o se vogliamo il senno di poi c’insegnano invano che l’ultima opzione, nella stragrande maggioranza dei casi, risulta sempre essere la risoluzione migliore. Anche se non viene quasi mai percorsa.
Nella nostra fattispecie,  tutto si dipanò con estrema superficialità, sull’onda di un entusiasmo dettato dalla contingenza della situazione, senza che una qualsiasi premonizione,  si potesse provvidenzialmente frapporre tra te e il disastro inevitabile  al quale eri fatalmente predestinato. Se anche il più navigato tra gli uomini, provando interesse per le vicissitudini sentimentali che ti attanagliavano da tempo, dopo averlo formulato in aree neurobiologicamente ultracompetenti, ti avesse confidato il più saggio dei consigli, la probabilità che ne avresti saputo tener conto sarebbe stata inesistente.
Qual era stato l’antefatto. Diciamo che si era trattato di una decisione di primo mattino. L’indomani del tuo arrivo a Baires. In un luogo apparentemente come tanti di una città immensa. Ma… l’appartamento era effettivamente ubicato in una calle muy fatal. Quando arrivasti, proprio davanti al portone, disteso tra un palazzo e l’altro ad attraversare la strada da parte a parte, come nel ciclismo, campeggiava uno striscione bianco sul quale una chica, usando vernice rossa, aveva scritto una frase in cui chiedeva al su hombre di… perdonarla…  (continua)

Tres

Il sole di marzo trapelava copioso tra le assicelle in legno della vecchia tapparella a cinghia della porta finestra. Fasci di luce solida trapassavano obliqui la tenue oscurità del salone,  proiettando sul pavimento di parquet l’immagine zebrata della serranda. Una miriade di granelli di polvere luminescenti vorticava  lentamente nell’aria satura di umidità. Tu e Pepe, seduti uno di fronte all’altro, vi accingevate a consumare una impeccabile colazione a base di caffè all’italiana e leche granular liofilizado di ottima qualità attingibile a cucchiaiate  da un grosso barattolo di vetro che stazionava costantemente al centro della grande tavola.  Mentre l’amico ritrovato narrava le sue storie sul sottofondo della musica di Jaco, tu assaporavi il cambiamento. Godevi finalmente, dopo cinque anni di vuoto, della sua vicinanza e cominciavi ad onorare al meglio la breve vacanza che ti eri concesso. Ascoltando il timbro inconfondibile della voce oriunda che parlava di questa ragazza conosciuta in una clase de tango, con la quale, per usare un eufemismo, pareva fosse quasi giunto al punto che ci potesse scaturire un feeling, seguivi distrattamente le carambole armoniche di Pastorius alle prese con Donna Lee. Cullato da quelle parole, pregustavi la prelibatezza delle lucidatissime brioches de azucar y manteca acquistate la sera prima dal fornaio d’angolo. Allineati in bell’ordine sul piatto da portata, i lieviti emanavano un inebriante aroma dolciastro. Più che mai ti sentivi incerto su quale addentare per primo…
Placati gli appetiti, decideste il programma della serata. Ascoltare musica afrocubana live in un locale, in compagnia di ragazze. Possibilmente due. Pepe che doveva adempiere ai suoi doveri di manager, ti affidò l’organizzazione, lasciandoti -si fa per dire- ampia libertà di scelta. Avresti chiamato la sua ragazza, con la quale, in vista del tuo arrivo imminente, aveva già preso una bozza di accordo. Dal canto tuo,  per non sembrare da meno, ti eri subito proposto di coinvolgere l’arquitecta italiana conosciuta in aereo.
Gli inviti furono a mezzo telefono. Frasi di rito imbarazzate per rompere il ghiaccio, qualche cenno di risa e poi, tutto liscio.  Le due tipe, ignorando che sarebbe venuta anche l’altra, accettarono con entusiasmo. Entrambe dissero che avrebbero chiamato un’amica. Era inevitabile.
Fortunatamente o sfortunatamente, l’italiana laureata in architettura che aveva viaggiato con te e non ti aveva particolarmente attratto fin dal momento in cui aveva disposto le sue membra sul sedile accanto -ma ti eri sentito in dovere di invitare per ragioni che sfuggono alla normale comprensione- e l’amica che l’aveva accompagnata, e di cui hai immediatamente perso ogni ricordo, avevano un importante appuntamento il giorno dopo temprano. Con quella scusa non tardarono ad andarsene.
La provvidenziale dipartita permise il riequilibrio, anche se solo in apparenza.  Rimasti in quattro, l’altra era un autentico disastro e, peggio che mai, ballava fuori tempo. Non avevi scampo. Quando la musica diventò troppo forte, la ragazza di Pepe non si scompose. Si mantenne sorridente finchè non ve ne andaste. Molto tempo dopo quel giorno, ti disse che non eri sembrato particolarmente interessato a lei. Il che -per usare un intercalare abituale di Pepe- è del tutto corretto. A parte forse la richiesta di una sigaretta, ce l’avevi messa tutta per far finta di niente, ma la verdad era che…  (continua)

Cuatro

…sulla via del ritorno, proprio mentre il Boeing tagliava l’Equatore -erano le 8 di sera, ora di Baires- apristi gli occhi e guardasti la traccia dell’aereo tratteggiata sullo schermo. Avevate appena staccato il Brasile puntando l’Atlantico. Lasciavi il Sudamerica e tornavi nell’emisfero in cui… il sole è sempre a Sud. La confusione e il disorientamento stavano sparendo. Ti stavi vertiginosamente allontanando da un luogo straordinario e finalmente tutto si chiariva. Non stavi più sognando.
Qualche ora prima, nel tacho diretto all’aeroporto, mentre percorrevate la 9 de Julio, l’autista per rompere il silenzio, ti aveva detto accennando all’azzurro del cielo, «dia muy lindo». «Sì», rispondesti e poi, mentre eravate sull’autopista per Ezeiza, piangesti senza lacrime.
El domingo, prima di andartene, avevi cercato di chiamarla dalla casa di Pepe, giustificandoti  dicendo che telefonavi alla tua ragazza. Ti sembrò di averglielo detto almeno due volte a Josè Luis, come lo chiamava lei, per esser certo almeno che lui, Pepe, intendesse quello che tu stesso facevi ancora finta di non capire.
Avevano risposto che non c’era e non avevi neanche capito bene che cosa ti avessero effettivamente risposto.
Pensasti «Io parto e lei se ne va in piscina… o non so dove… que barbaro!… Ma… la vida continua… como antes!?… corretto».
«Ciao Max, quando torni? Risparmia e vieni». «Ciao Pepe, chissà».
Prendesti il taxi immaginando che forse l’avresti incontrata in aeroporto. Sicuramente, avresti provato a richiamarla.
La seconda volta che vi incontraste, la sera dopo la passeggiata alla Costanera, comprò le sigarette per te. Ora hai appena fumato l’ultima.  (continua)

Cinco

Il pomeriggio  in cui ti aveva telefonato per parlare di chissà cosa  e vi eravate visti all’esquina entre Scalabrini y Santa Fè, e poi eravate andati al Malva a mangiare una empanada al roquefort, ti eri di nuovo accorto che stava  succedendo qualcosa.
La conferma l’avesti quando fosti molto imbarazzato ad accordarti telefonicamente con lei per il viernes a Tigre davanti a Josè Luis e a suo nipote Daniel, passato a salutare lo zio. Pepe doveva essere della partita, ma aveva dato forfait per una… «riunione dell’ultimo minuto». Avevi udito bene. Ti stava dicendo con tono serafico che la sua presenza non era poi indispensabile. Facesti finta di non capire per cercare di prender tempo. Probabilmente pensasti che era proprio ciò che avresti voluto che fosse. A quel punto non era più possibile nascondersi e arrossisti.
Come da programma, l’indomani –el jueves– insieme a Pepe eri in gita a una piccola città sull’altra sponda del golfo, in territorio uruguajo. Sul far della sera, in attesa di riattraversare lo spicchio di mare che s’incunea come una spina per più di cento miglia nautiche nel fianco del continente sudamericano, segnando il confine tra i due stati, dall’alto del faro che domina il porto, contemplavi il panorama. Il paesaggio di case piccole e basse dai tetti imbiancati ordinatamente digradanti verso le banchine di attracco, perdeva gradualmente i connotati diurni. Gli  alberi radi sparsi qua e là sembravano macchie scure e indistinte schiacciate sui muri dipinti. I colori pastello svanivano per lasciare il posto al bagliore giallognolo uniforme della luce riverberata dai lampioni. Il vento, immancabile a quell’ora vespertina, scompigliava ogni cosa, non soltanto i capelli del tuo amico che, inspiegabilmente, aveva preso a ridere. Nuvole rossastre ritagliate nell’azzurro cupo del cielo australe correvano indisturbate verso la notte incipiente. Aspirando la fragranza salmastra che giungeva da sud, mentre aguzzavi lo sguardo per scorgere le luci della immensa megalopoli adagiata al di là dello stretto, avevi sinceramente pensato che forse avresti preferito non andare a Tigre nel viernes. Ti dava una specie di nausea l’idea di rimanere ancora solo con lei, senza Pepe.
Se poi la annoiavi…? Non sei mica tanto simpatico… in fondo!

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