Mario Irarrázabal

Mario Irarrázabal è uno scultore cileno nato nel 1940, che attraverso una strada tutta sua (filosofia negli Usa, teologia a Roma e infin scultura in Germania, mentore Otto Waldemar) è giunto all’arte. Grazie a materiali come bronzo, alluminio, pietra e legno, lo scultore «comunica sus ideas en torno a una temática cristiana- humanística, de marcada tendencia social», come dice il Portal del arte cileno; e qui potete trovare maggiori informazioni e una galleria di immagini delle sue opere, che personalmente trovo parecchio silenti (inteso: non mi dicono granché; e la pietra in tal senso non può essere muta). E questo è Irarrázabal.
Il deserto di Atacama è il più arido del pianeta e si trova in Cile, terra lunga e di grandi contrasti climatici (anche).
Codesta pubblicata sopra e sotto è la Mano del deserto di Irarrázabal e si trova, infatti, nel deserto di Atacama, appunto; e mentre lo scultore voleva enfatizzare la vulnerabilità dell’uomo, c’è chi vi ha visto, invece, un messaggio di speranza, del tipo «anche nel deserto più secco del mondo c’è sempre qualcuno che ti dà una mano»; e già che c’è evidentemente te ne passa uno rollato bene. Invece, mentre, appunto e infatti.
L’idea originale di questo monumento nasce in un diverso mare, acquatico: Punta del Este, una cittadina vacanziera uruguagia, e il suo nome dice cosa significhi: Monumento all’affogato. Parere personalissimo, ma una mano che si staglia così, come il massiccio montuoso australiano di Uluru, all’improvviso, sorgendo da un mare di solo sabbia, fa una impressione enorme. Ed è enorme! Le dimensioni contano. Bella, bravo.
(Via The environmental graffiti).

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