Lupin III: Fujiko Mine nelle mani di Sayo Yamamoto

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Spesso ho parlato di anime. Anime brutti, anime belli, anime intermedi; ma raramente ho usato sul serio veri e propri termini di paragone estremi nel trattarne uno. Mine Fujiko to iu onna, ultima serie di Lupin III (storico manga di Monkey Punch da cui è stata tratta una classica serie animata e vari film dagli anni ’60 agli anni ’80), è probabilmente il miglior termine di paragone estremo che si possa usare nel parlare di anime in quanto è in assoluto il prodotto più originale, profondo e graficamente compatto che l’animazione televisiva nipponica ci abbia mai donato.
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Iniziando

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Le brevi nozioni di cui abbiamo bisogno per avvicinarci al mondo di Lupin III riguardano innanzitutto i personaggi. Il protagonista è, ovviamente, Arsenio Lupin III, detto semplicemente Lupin, discendente del celebre ladro della letteratura francese Arsenio Lupin, che, come l’antenato, passa il tempo a rubare, con peripezie stravaganti ed un eccentrismo non da poco, cercando il più possibile di prendere in giro la polizia fornendo informazioni sul luogo del suo futuro colpo e godendo nel riuscirci ugualmente (di solito).
La polizia che gli corre dietro è personificata dall’ispettore Zenigata, uomo dal forte senso della giustizia per cui Lupin è un nemico acerrimo. Tra gli alleati di Lupin incontriamo: Daisuke Jigen, furbo ex gangster della mala Usa [grazie, Fra – vedi commenti] abilissimo come pistolero, con la costante della sigaretta ciancicata in bocca, degli occhi coperti dall’ombra del cappello e della paradossale barba nera volta verso l’alto; Goemon, anacronistico samurai dal forte senso dell’onore e dalla irrealistica capacità di tagliare in due qualsiasi cosa con la sua katana, a velocità pazzesca; ed infine, dulcis in fundo, Fujiko Mine, la donna più bella che sia mai stata disegnata nell’animazione giapponese (i vari tentativi di eguagliarne il fascino, compresa la Faye Valentine di Cowboy Bebop, non sono riusciti nell’impresa), dal capello rosso, dal seno prosperoso e dalle gambe lunghissime. Fujiko incontra spesso Lupin nelle proprie avventure, anche se i due solitamente non viaggiano insieme: si rivaleggiano, combattono, fanno l’amore (Fujiko seduce lo scimmiesco ladro, per parafrasare), e tutto torna come prima. Che Lupin sia innamorato è indubbio, che Fujiko sia altrettanto coinvolta è discutibile – anzi, spesso pare che non provi niente nei confronti del protagonista. Ed è su di lei che si incentra questa intera serie.
Alla regia è stato messo il nome di Sayo Yamamoto, abile allieva di Shinichiro Watanabe (regista del succitato Cowboy Bebop ma anche di Samurai Champloo) che aveva già diretto Michiko e Hatchin. L’obiettivo del progetto qual era? Semplice: creare un anime che vivesse a metà tra l’anime ed il manga, con la tipica inchiostrazione a carboncino di Monkey Punch (ed altre meravigliose finezze grafiche), e che raccontasse una trama a metà tra il prequel e lo spin-off.
Spin-off, «costola», nel senso che dal ramo originale della storia viene preso, ritratto e trattato principalmente il personaggio di Fujiko, l’unico ad apparire in tutti gli episodi e quasi sempre come protagonista; prequel nel senso che, difatti, con questa serie si riesce a raccontare storie precedenti agli eventi che noi tutti conosciamo, compresi il primo incontro tra Lupin e Fujiko, tra Lupin e Jigen, tra Jigen e Fujiko e tra Fujiko e Goemon (e anche tra Goemon e Jigen, ma il loro incontro verrà sicuramente dimenticato da entrambi per motivi inspiegabili senza il contesto dell’episodio in cui la scena ha luogo — l’ultimo). E allora addentriamoci nei meandri di questo vero e proprio impareggiabile capolavoro, come al solito utilizzando le quattro S: storia, struttura, stile e sensazioni.
(continua)

Storia e Struttura

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Di Lupin III è nota la natura episodica: ogni puntata racconta una storia separata da quella di tutte le altre. In termini tecnici, si parla di trama verticale e di trama orizzontale: la trama orizzontale è quella di fondo, che segue un collegamento tra tutti gli eventi (esempio: un detective deve scoprire chi ha ucciso sua moglie), quella verticale è quella che in ogni episodio appare ponendo un nuovo interrogativo solitamente non collegato alla trama orizzontale (esempio: mentre il detective cerca di scoprire chi ha ucciso sua moglie, deve dedicarsi ad altri casi). Per fare degli esempi con serie TV americane, 24 o Breaking Bad vivono principalmente di trama orizzontale, senza episodi “dedicati” a sottotrame particolari; diametralmente, invece, abbiamo House (e con esso quasi tutte le serie mediche, compresa la commedia Scrubs) o Touch che sono solo essenzialmente solo trama verticale; con le doverose vie di mezzo, passando nel Regno Unito con Sherlock e Doctor Who che vivono abbastanza bene altalenando tra le due.
Passando agli anime, i lavori di Watanabe succitati sono entrambi profondamente verticali ed episodici, ma il sottofondo orizzontale da «tutto-è-collegato» non svanisce mai; roba come Paranoia Agent comincia sia verticale che orizzontale ma soprattutto verticale e finisce sia verticale che orizzontale ma soprattutto orizzontale. Eccetera eccetera eccetera. Nella serie originale di Lupin, nonostante il collegamento doveroso a causa dei personaggi in comune, la trama orizzontale era praticamente assente – e anche Mine Fujiko to iu onna (La donna chiamata Fujiko Mine) dà quest’idea sbagliatissima nei primi episodi, per poi contraddirla con un finale in crescendo.
La Storia ha quindi una vera e propria Struttura stratificata ma ben omogenea (così copro bene entrambe le S): potrà sembrare che il primo episodio sia un semplice pretesto con sottotrama esoterica per mettere faccia a faccia Lupin e Fujiko (con in sottofondo Zenigata), come potrà sembrare che il secondo sia un semplice ritratto sentimentalista noir per caratterizzare bene Jigen, che il terzo punti sull’epicità e sul buon animo per descrivere Goemon, che il quarto sia un classico episodio di Lupin con mistero ed inaspettata soluzione ed un protagonista fracassone che però sa sempre cosa fare, che il quinto sia una spericolata avventura per descrivere il primo incontro tra Lupin e Jigen, che il sesto sia un gratuito viaggio nella perversione di Fujiko e che il settimo sia semplicemente un piccolo film-episodio politico ma superficiale, ma non è così.
Tutte queste definizioni sono parzialmente azzeccate, ma dall’ottavo episodio in poi tutti gli episodi precedenti, apparentemente solo verticali nonostante qualche accenno (soprattutto nell’episodio 6) faccia capire in che direzione pare muoversi il gran finale, acquistano un valore concettuale e contenutistico inaspettato che innalzano l’opera nella sua completezza alla definizione essenziale ma perfetta di miglior anime di sempre. Tutte le linee vengono a convergere in un inquietante horror industriale di imprevedibile profondità (tranne quelle dell’episodio 7 che è in effetti non troppo necessario e molto qualitativamente diverso rispetto agli altri).
E questa storia orizzontale? Si entra nel passato di Fujiko: i suoi incubi, le sue paure, i fantasmi della sua infanzia che vogliono rapirla e violentarla e che l’hanno portata alla morbosità e all’ossessione che caratterizzano la sua passione per il rubare. Il tutto è incarnato dai cupi gufi antropomorfi e vagamente pedofili che si insinuano in maniera sottocutanea tra gli incubi visionari di Fujiko. In sottofondo, c’è la storia di Oscar, assistente di Zenigata effeminato fino al midollo ed innamorato dell’ispettore, che odia Fujiko con tutto il suo cuore e cerca di neutralizzarla con mezzi prima di dubbia eticità e poi di dubbia legalità. Nell’addentrarsi sempre di più in questa storia, abbiamo la possibilità di vivere varie avventure con tutti i protagonisti.
(continua)

Stile e Sensazioni

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Per il seguente paragrafo, ringrazio il mio competente amico Axel (autore, tra l’altro, di cotanta meraviglia), convinto come me che Lupin III: Mine Fujiko to iu onna sia il miglior anime di sempre, per l’aiuto e le consulenze in campo tecnico.
Nella serie, la Yamamoto crea, con la sua regia movimentata e con un uso moderato della CGI (la computer grafica è nettamente più invadente nella maggior parte degli altri anime di recente uscita), un’animazione dall’inchiostrazione unica, e una colorazione in grado, anche grazie al riuscitissimo abbinamento musicale (jazz, blues e musica neoclassica), di narrare atmosfere cariche di sensazioni ed emotività muovendosi sui binari dell’onirico, ma anche del noir, dello spionistico e dell’horror.
Lo stile è una reinterpretazione originale delle opere di Monkey Punch, in grado di riprenderne le caratteristiche peculiari con un’impostazione più moderna, e ancor più legata al mondo dei fumetti, con sensazionali giochi di luci ed ombreggiature, che non possono lasciare indifferente alcun appassionato del genere. Mine Fujiko to iu onna è un’opera che condensa delle vere e proprie tavole illustrative nella sua breve serie di episodi, spiccando nettamente nel panorama generale del mondo dell’animazione.
Con una durata, un’atmosfera ed una compattezza che andrebbero bene anche per un film, la dimensione emotiva in cui vive questa Fujiko, il cui character design e le cui proporzioni fisiche (come quelle di tutti i personaggi) è a metà tra realistico e caricaturale, è di una profondità suggestiva e spettrale, evocativa e raffinata, intellettuale nelle citazioni che vanno dalla mitologia greca a Hegel.
La rappresentazione psicologica di Fujiko, sorprendentemente intelligente già dalle parole che dice nella sigla, scava in profondità fino alle radici di temi raramente trattati in serie animate con tale coraggio visivo e contenutistico… per poi concludersi con una sorta di nulla di fatto, geniale nell’esecuzione e nel far tornare alla normalità il folle mondo di Lupin. Le Sensazioni, quindi, dal panico e dalla commozione fino alla risata e lo spaesamento, vengono perfettamente diretti da uno Stile sempre d’accordo con la Struttura della Storia.
(continua)

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Non c’è niente di più perfetto di Lupin III: Mine Fujiko to iu onna. Potete, volendo, criticare la sceneggiatura per la sua implausibilità, ma quando mai Lupin III, con i suoi improbabili aggeggi e i suoi rocamboleschi colpi, ha voluto essere realistico?
Il primo episodio è montato alla perfezione, è un meraviglioso inizio che gioca con il paranormale e l’esoterico per introdurre i temi della serie (e la sua storia viene inaspettatamente ripresa in futuro). Il secondo episodio, sentimentale e noir, riprende atmosfere dai classici del Cinema gangster giapponese e li accoppia con personaggi di contorno deformatissimi nella loro bruttezza per far risaltare il fascino grottesco di Jigen. Il terzo infantile episodio, come il settimo, sono tipici episodi di Lupin… senza Lupin, con Goemon che fa valere il suo onore insieme alle abilità camaleontiche ed attoriali di Fujiko in situazioni epiche tra infantilismo (episodio 3) e politica (episodio 7). Il quarto episodio è un grande shock generazionale per tutti noi comuni esseri umani (Fujiko fa sesso con Zenigata) ed un’affascinante ode alla musica lirica — il suo leitmotiv è la Tosca. Il quinto episodio è un’intrigantissima puntata sulla scia del Lupin classico, pura ed essenziale per tutti i fan. Il sesto episodio è un geniale e raffinato apologo dell’erotismo saffico ambiguo in ogni suo particolare e surreale nelle implicazioni grafiche e musicali, contenente scene di spessore psicologico e grafico la cui maestosità lascia spiazzati.
L’ottavo episodio, visionario e fuori dagli schemi, apre nuove porte per una trama che precedentemente era ferma ad un bivio. Il nono episodio tratta temi importanti – da un punto di vista sia socio-politico che psicologico – in maniera inaspettata per una serie come questa, e li interpreta meravigliosamente. Il decimo episodio è semplicemente il miglior episodio che si sia mai visto in un anime: un viaggio allucinatorio ed intellettuale che tocca varie sfere concettuali con una perizia grafica ineccepibile ed uno sviluppo caratteriale e narrativo di forte ed inequivocabile intensità. L’undicesimo episodio sfiora la qualità del decimo con un’altrettanto forte emotività di fondo, atta allo sviluppo meraviglioso di un personaggio «secondario» che ha molto di più da dire di molti protagonisti di anime odierni: il giovane ed effeminato Oscar. Il dodicesimo è il più horror ed ambiguo, ed è in un continuo crescendo di tensione fino al Gran Finale che sembra aprire vie di epicità inaudite per l’ultimo episodio… che pur essendo meraviglioso, è inferiore ai precedenti tre sotto tutti i punti di vista, anche se narrativamente e concettualmente crea attorno a Fujiko e Lupin uno sviluppo adattissimo a quello che i personaggi diventeranno dopo, cronologicamente, nella storia, e prima per quanto riguarda quel che ricordiamo e sappiamo dalla serie classica e dai grandi film.
Questo vero e proprio capolavoro (non c’è altra maniera di definirlo) raggiunge vette artistiche quasi improponibili, precedentemente, per un anime, e supera i limiti qualitativi di compattezza e profondità che spesso le serie televisive in generale sembrano imporsi. Una visione imperdibile, per tutti.

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3 risposte a Lupin III: Fujiko Mine nelle mani di Sayo Yamamoto

  1. Francesca dice:

    Mi devi perdonare se ti correggo: Jigen non è un ex yakuza, ma stava nella mala americana(lui è nato in Usa); il secondo episodio non ricorda molto i film gangster giapponesi, sinceramente, oltre al fatto che sono coinvolti degli italo-americani; beh, Goemon e Fujiko, per quanto strano possa sembrare, qui sono una coppia, anche se qualcosa tra loro traspare sia nelle altre serie sia in film/Oav/special. ;-)

  2. Francesca dice:

    Di nulla!! ;-)

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