Lezioni di tenebra

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Da tempo mi frulla in testa un’idea. Finora gli esseri umani hanno scritto una quantità innumerevole di storie, ma tutte rispondevano agli schemi della fiaba. Ora, si dà il caso che negli anni ’20 un gruppo di studiosi russi stesse passando in rassegna la produzione letteraria semplicemente affidandosi a un’intuizione che, col tempo, si è rivelata esatta: le storie che gli uomini si raccontano non sono casi isolati, gemme preziose rinvenute nel letto di un fiume, ma seguono tutte gli stessi schemi di narrazione. È come se tutte le storie, come gli esseri umani, avessero lo stesso tipo di scheletro, anche se poi, in superficie, ognuna di esse apparisse diversa dall’altra. Uno di questi studiosi, Vladimir Propp, nel 1928 pubblicò Morfologia della fiaba, un saggio che raccoglieva e schematizzava le strutture e i meccanismi narrativi e lo faceva immergendosi nell’enorme bacino delle fiabe russe. Insomma, una grande collezione di scheletri. La tesi del libro era molto semplice: chiunque abbia scritto una storia l’ha fatto seguendo le indicazioni degli schemi presentati e, guarda caso, il prototipo è la fiaba. Dunque ogni storia inizierà con un Eroe che per qualche motivo deve partire, proseguirà alla ricerca di un Elisir, ci sarà un Donatore che lo aiuterà, una Principessa da conquistare e così via.

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Ecco, io mi domando: che legame c’è tra l’oggetto libro fisico, che fornisce informazioni al lettore con le modalità che tutti conosciamo (per esempio sfogliando le pagine), e lo schema della fiaba di Propp? E se le due cose fossero legate? Con l’editoria digitale, tuttavia, non solo cambia il supporto – al pari, diciamo, della differenza che corre tra la narrativa orale e quella scritta – ma cosa rimane del libro se la sua natura diventa virtuale? Il libro si trasforma in un oggetto volatile, ma anche provvisorio, magnetico e ineffabile. Non solo: con un e-book non riesco a pesare con gli occhi quante pagine ho letto. Per non parlare del fatto che tutto ciò che vive nell’etereo internet è fragile e, di fatto, senza garanzia d’esistenza. Il libro diventa un fantasma, un’ombra che racconta le ombre. Allora si torna all’idea-domanda iniziale: se le storie scritte con gli schemi proppiani fossero scritte così perché i lettori le sfogliano, non potremmo pensare a scrivere storie con “altri” schemi, magari sconosciuti, perché adesso i libri si leggono (anche) toccandoli? Da un lato è mostruoso, ma dall’altro fa rima con… avanguardia.

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L’ho presa abbastanza alla lontana, ma l’oggetto del quale parliamo stavolta, in qualche modo risponde a queste domande. Giulio Marzaioli è un poeta che ha scritto questo libro cartaceo interessante: Arco rovescio. Per inciso, l’arco rovescio è anche un ingegno dell’architettura e consiste in un arco sotterrato per rafforzare un arco visibile. Un doppio, insomma. E proprio come l’arco rovescio ingegneristico anche questo libro di poche pagine compie salti tra pieno e vuoto, visibile e invisibile, tra presenza e assenza. La storia è il mito di Apollo e Dafne, ma ad ogni pagina il testo visibile varia, nella misura in cui i segmenti di testo che leggiamo e dunque apprendiamo a volta sono presenti, a volte invece ci sono sottratti. Il piacere della lettura, allora, non è nel godersi la storia – che peraltro, essendo un mito, è conosciutissima – ma nel capire quale porzione comparirà adesso.

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E in fondo l’estremo fascino di Arco rovescio, questo libro-installazione, è nel mistero che si rinnova continuamente dell’eventualità di quale parola comparirà. Quale porzione di storia ci sarà nella prossima pagina? Sarà in ordine cronologico oppure avverrà un salto quantico (Marzaioli lo cita esplicitamente nella prefazione)? Presenza/assenza, dicevamo. Interno/esterno. On/off. Bene/Male. Tutto il mondo si regge su opposizioni. La simultaneità, evocata, espressa, rappresentata, fa piazza pulita di queste dicotomie e di fatto si muove in quel mondo quantistico che apparentemente sembra assurdo. Inoltre le parole dialogano con le immagini, anch’esse trattate con la stessa procedura, per così dire. Il mito di Apollo e Dafne esce dalla griglia della pagina e vive molteplici vite: si fa fotografia rovesciata, parola sottratta, parola tesa, materia, pulviscolo. Insomma, una installazione a tutti gli effetti. Per non parlare delle note a piè di pagina, anch’esse un plus di significato. Si dirà che questo non è un… libro. Che questa non è una storia, ma solo un’opera d’arte avanguardistica, al pari di un quadro. Tuttavia il libro, oggi, è anche questo: continuamente attraversato da ombre e tenebre, che di volta in volta lo nascondono o lo rivelano, come se attraversasse innumerevoli varchi spaziotemporali dai quali porzioni di quel mito comparissero o sparissero con una logica che ci sembra assurda, ma solo in apparenza. Forse è questa la risposta alla mia domanda. Forse non è possibile scrivere storie diversamente da come Propp le schematizzò, ma è possibile giocare con quello che sta sotto la superficie delle parole, ovvero con lo spazio e con il tempo. Forse è questo il mistero che spetta di risolvere ai libri del futuro, che siano fatti di carta o di particelle invisibili.

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Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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