Le opere a tesi di Steve McQueen (l’altro)

2008. Mentre agli Oscar c’è la conquista assoluta di “The Millionaire” e di “Milk”, mentre Colin Farrell vince il Globo d’Oro per “In Bruges” e mentre nei circuiti di distribuzione medio-grandi spopola il “Bronson” di Nicolas Winding Refn, a Cannes la Camera D’Or per la migliore opera d’esordio va a “Hunger” di Steve McQueen. No, niente a che fare con il celeberrimo attore bianco e usamericano di “La grande fuga” e di “Papillon”: si tratta di un britannico artista nero all’epoca nemmeno quarantenne, che alterna sculture e fotografie a regie e sceneggiature (nelle interviste è vanitoso fino alla spocchia, purtroppo. Per fortuna le sue opere parlano meglio di lui).

Due storie

Con influenze da Jean Vigo, McQueen ha diretto con lentezza ed emozione, per ora, solo due film (e sta progettando un terzo, nel quale vi sarà Brad Pitt), entrambi con Michael Fassbender, noto all’epoca solo per un piccolo ruolo in “300”, “Hunger” e “Shame”, “Fame” e “Vergogna”. Entrambi sono film validi, per un motivo o per l’altro, e se “Hunger” ha avuto la Camera D’Or, “Shame” ha avuto la Coppa Volpi a Fassbender per la migliore interpretazione maschile.
Entrambi i film parlano del rapporto psicofisico che si crea tra un uomo solitario (Fassbender) e la società, gli oggetti e le persone che lo circondano. “Hunger” è la storia vera di Bobby Sands, terrorista poetico (o poeta terroristico?) dell’IRA che si è lasciato morire di fame come forma di protesta contro il governo del Regno Unito; “Shame” è la storia di Brandon, un uomo dipendente dal sesso, confuso dal suo rapporto quasi incestuoso con la sorella (Carey Mulligan, bravissima, una vera promessa della sua generazione – da vedere anche in “Drive”). In “Hunger” c’è anche un prologo di mezz’ora in cui non si vede nemmeno Fassbender: i protagonisti sembrano essere altri due prigionieri protestanti ed un poliziotto depresso che successivamente viene ucciso. “Hunger”, pur essendo del 2008, è uscito nei cinema italiani giusto quest’anno a causa del successo di “Shame” a Venezia ed in tutto il mondo (17 milioni di dollari d’incassi, pochini ma abbastanza per un film con 6 milioni di dollari di budget). In “Hunger” il rapporto più che psicofisico è filosofisico: Bobby Sands non è privato del suo fascino poetico, ma deve essere giudicato dallo spettatore per quello che è, non con vero cinismo, ma con la propria opinione soggettiva. È una persona violenta e la cui visione del mondo è sicuramente piena di falle, ma aveva le sue ragioni, il suo coraggio, la sua filosofia profonda e i suoi motivi per possederla. Nel corpo di Fassbender viene scavata una personalità cruda e scarna ma non priva del fascino di un mostro, in senso principalmente romantico. In “Shame” invece contano, paradossalmente, trattandosi di un film a tematica quasi completamente sessuale, più gli oggetti dei corpi. La sciarpa attorno al corpo di Fassbender ha la funzionalità allegorica di un cappio, e pure la presenza di un bagno in una determinata posizione o del modo in cui Carey Mulligan si trucca hanno anch’essi un significato, un motivo di esistere, di essere presenti.
Si trattano entrambe di storie su di come la mente può influenzare ciò che accade al corpo. “Hunger”, come “Bronson” di Nicolas Winding Refn, è una finta bio-pic. Usa come pretesto un uomo, i suoi difetti ed i suoi pregi, per narrare una storia sul genere umano in generale, sulle proprie contraddizioni, sul suo fascino, sulla sua mente. Entrambi, inoltre, trattano di un ambiente carcerario e di un uomo violento, la cui vita è raccontata con fedeltà ma anche con libertà registiche: Bobby Sands in “Hunger” è un malinconico, un triste, le cui ferite causate dalla sua scelta di morte sono in realtà anche scavi del suo passato nel suo corpo, dei suoi traumi, delle sue incertezze sulla vita e, con esse, del suo cattolicesimo disperato che ha un culmine scenico e dialogato nel dialogo con il prete (piano sequenza di 15 minuti con seguente, straziante monologo); Michael Peterson in “Bronson” non è che una vittima delle proprie azioni con un Es fuori controllo, vanitoso al punto da vantarsi della propria vocazione per l’Ultraviolenza, citando Kubrick (o meglio Burgess), sul siparietto nella propria testa. “Shame” invece è qualcosa di più complesso in quanto tratta della disperazione dell’uomo, ma con esso del genere umano. Ha i suoi limiti nel voler trattare, come esempio di disperazione, della perversione umana e della dipendenza da sesso e masturbazione, risultando non sempre emozionante e potente quanto vorrebbe (la colonna sonora aiuta), e più spesso sembra voler scioccare senza riuscirci troppo (abbiamo tutti visto “Ultimo tango a Parigi”). Si tratta comunque anch’esso di un film assai valido.

Titoli

Entrambe opere a tesi, quindi non complete, in cui il titolo è molto più importante di quanto sembri. “Hunger” sembra più un film sulla filosofia di Sands che sulla fame, ma è in realtà la fame stessa (e l’avidità) il nucleo della sua filosofia. E “Shame” non parla di vergogna ma di dipendenza, ma anche di vergogna in quanto Brandon non è del tutto consapevole di come le sue azioni e i suoi desideri influiscano sulla sorella depressa, e solo alla fine se ne vergogna. Ma non abbastanza.
Speriamo che il percorso artistico di McQueen e Fassbender continui su una scia d’alto livello.

7isLS

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