Le migliori interpretazioni di Philip Seymour Hoffman

pshoffman0

Prima di passare la parola a 7isLS, una doverosa precisazione: il nostro valente critico non è affetto dalla sindrome del morto famoso (vedi in proposito Zerocalcare), per cui appena muore una celebrità immediatamente era l’attore/cantante/stilista/qualcuno preferito di tutti. Il nostro, P-S H l’apprezza da un sacco di tempo, e ha tutte le carte in regola per pubblicare un pezzo come quello che segue senza la minima ipocrisia, e perfino per mettere in apertura un’immagine come codesta sopra, che non è didascalica né banale: è triste, celebra una perdita. E ora, la parola al nostro.

Innanzitutto vorrei iniziare dicendo che prima di due settimane fa consideravo Philip Seymour Hoffman il più grande attore americano vivente. Chiaramente ora devo omettere l’ultima parola, ma rimane uno dei più grandi attori americani di sempre: ha dimostrato più volte, sotto varie regie, che il suo patetismo trasformista aveva un che di nobile. Da un momento all’altro poteva tramutarsi dal più viscido degli sfigatelli di provincia al più solenne erede di Orson Welles, con una versatilità che faceva onore al suo cinema corporale, al suo sguardo pallido ed intensissimo, alla sua personalità controversa, alla sua depressione ossessiva. È l’attore di cui il cinema americano ha avuto bisogno per anni ed ora come ora il lutto rimane. In suo onore, vorrei ricordare quelle che per me sono le sue dieci più grandi interpretazioni, in ordine non di qualità di film ma di qualità dell’interpretazione — e chi ha il coraggio di seguirmi regolarmente non rimarrà stupito di fronte alla primissima posizione. Quelle che seguiranno sono sia recensioni dei film trattati che, soprattutto, delle interpretazioni del grande attore, capace di essere imponente anche nei film più mediocri o leggeri, come il cult giovanile I love Radio Rock di cui è protagonista.

10

pshoffman10

George Clooney, concediamoglielo, ha sempre avuto le doti per essere un grande regista. Non sempre le ha sfruttate, ovviamente, ma Le idi di marzo (2011) è un film di cinema americanissimo e classico con un intrigo politico abbastanza riuscito e delle belle finezze di regia, ma il suo punto forte è soprattutto la recitazione. Da una parte splende Clooney stesso nel ruolo megalomane dell’aspirante presidente USA al centro dell’azione, dall’altra c’è Ryan Gosling che (come fa spesso) rende accettabile la sua inespressività, ma a splendere è ovviamente Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Paul Zara, uomo-ponte tra il personaggio di Gosling e quello di Clooney e vera chiave di lettura del film. Hoffman basa l’intera interpretazione sulla sospensione del proprio giudizio con espressioni facciali «a metà» tra un’emozione e l’altra, rimanendo il personaggio più ambiguo del film e quello costruito meglio; fa un po’ male pensare a come poco è sfruttata la sua presenza, ma in fondo è accettabile, considerato il contesto.

9

pshoffman9

Uno dei primissimi film con Hoffman è stato Scent of a woman (1992), rifacimento con Al Pacino del classico italiano Profumo di donna (1974) di Dino Risi con Vittorio Gassmann. Scent of a woman non penso sia un grande film per il semplice motivo che non sono mai riuscito a capire come mai bisognerebbe guardare un film solo per gli attori, visto che praticamente non c’è altro, in tutte le due ore e mezza di film, oltre alle grandi interpretazioni di Pacino (che vinse il suo unico Oscar), Hoffman e compagnia. Ma Hoffman offre un fantastico ritratto di un perdente bulletto e disgustoso, antitetico rispetto a quello che è diventato il suo ruolo più tipico, interpretando quindi uno stereotipo a cui riesce a fornire una componente ancora più immorale rispetto a come il personaggio era stato scritto — e ce ne vuole.

8

pshoffman8

Chiaramente se voglio rivedere Il grande Lebowski (1998) dei grandi fratelli Coen non è per l’interpretazione di Hoffman, ma il suo maggiordomo Brandt è uno dei volti più «cult» dell’intero film: la sua lecchinaggine imbarazzante, il suo sorriso fuori contesto, la sua grottesca solennità nei contesti più deprimenti, tutte queste componenti hanno sicuramente contribuito alla fama dell’attore, dato il successo del film, ma anche alla riuscita del film stesso; è difficilissimo immaginare un attore più adatto a questo piccolo, fantastico ruolo. Un ruolo che… «dava un tono all’ambiente», come direbbe il Drugo.

7

pshoffman7

La 25° ora (2002) è il miglior film di Spike Lee ed è un’epopea di attualità vagamente didascalica con tocchi di critica sociale ed esistenzialismo, in cui a giganteggiare è Edward Norton, forse mai più bravo. Ma la cosa più bella forse di tutto il film è l’idea secondo cui il personaggio di Norton deve «gareggiare con sé stesso» e con le sue ossessioni per poter essere pronto ad andare in prigione, minaccia che incombe sul personaggio per tutto il film: per fare ciò, deve confrontare le relazioni con gli amici e la fidanzata. Se l’interpretazione di Hoffman, soprattutto per motivi di spazio, non è bella come quella di Norton, bisogna anche dire che senza le interpretazioni di Hoffman, Barry Pepper, Rosario Dawson e Anna Paquin e dei relativi personaggi, che sostengono sia il personaggio che l’attore, il film sarebbe molto più fragile. La debolezza del personaggio del nostro, Jacob, è resa alla perfezione con un mix di imbarazzo, malinconia e commozione, che si bilanciano con la nevrosi à-la-Gordon-Gekko del personaggio di Barry Pepper, con la sensualità fresca della giovanissima Anna Paquin (alla perfezione) e con la battaglia interiore di Edward Norton. Come per dire, come il protagonista ha avuto bisogno degli altri per risaltare, anche Hoffman ha necessitato degli altri per dare un senso al proprio personaggio e alla propria interpretazione.

6

pshoffman6

Boogie nights ex aequo con Magnolia: il grandissimo regista Paul Thomas Anderson ha dato a Philip Seymour Hoffman in entrambi i suoi film un ruolo importante ma non principale, anche se in Magnolia sotto certi punti di vista potrebbe essere il protagonista (ma la natura corale altmaniana del film, molto più stratificata che in Boogie nights dove almeno c’è un protagonista assoluto – Mark Wahlberg –, non ci dà la possibilità di dire se il protagonista è Hoffman, Tom Cruise, Jason Robards, John C. Reilly o Philip Baker Hall, o tra i personaggi femminili Melora Walters o Julianne Moore, eccetera). Se in Boogie nights Hoffman interpreta un perdente patetico che prende in giro in maniera splendida gli stereotipi sull’omosessualità, in Magnolia il suo personaggio è colmo di pathos ed è tra i più tragici dell’intero puzzle emozionale che compone il film.

5

pshoffman5

Synecdoche, New York (2008) è il debutto da regista di Charlie Kaufman dopo essersi fatto dirigere più film da registi vari (Spike Jonze, Michel Gondry, George Clooney) con risultati diversi. Con Kaufman ho un rapporto difficile, non ho mai potuto dire di apprezzare a pieno un qualcosa con il suo zampino, ma ha uno stile riconoscibile come scrittore… che raggiunge la sua apoteosi (in senso positivo, ma non è niente di eclatante) in questo film, probabilmente proprio perché è anche diretto dall’autore. In questo film, il protagonista è, come sempre nei film di Kaufman, un alterego dello sceneggiatore, ed in questo caso in lui regna più che mai una desolazione ossessiva e schizofrenica ma non priva di ottimismo – e di buonismo. Tra un pianto ed una risata, Philip Seymour Hoffman commuove e terrorizza in un ruolo che sembra essere stato costruito su misura per essere interpretato da lui.

4

pshoffman4

Capote: a sangue freddo (2005) è il film che ha fatto capire ai caproni di Hollywood che Philip Seymour Hoffman è bravo. Infatti, mai prima di quel momento era riuscito a mostrare, in una produzione ben distribuita dalle major americane, quanto era trasformista e fisico nelle proprie interpretazioni. Philip Seymour Hoffman diventa Truman Capote: diventa le sue ossessioni, diventa la sua voce, le sue movenze, la sua personalità. In un film che rischiava di essere didascalico e piatto ma che riesce a trasporre perfettamente le atmosfere gelide che caratterizzano A sangue freddo, il romanzo di Capote attorno al quale gira il film, lui è il monolite che regge il film per tutta la sua durata, senza eliminare le connotazioni negative del personaggio, come la sua spocchia, ma dandogli un’umanità commovente. Per il film ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista.

3

pshoffman3

Happiness (1998) di Todd Solondz è un film di emozioni completamente inemozionale, nel senso che parla di emozioni senza mostrarne né suscitarne. Manca la felicità, al massimo c’è la soddisfazione ma neanche tanto, più che altro vi sono degradi psicologici mostrati con un distacco deprimente ed una freddezza necessaria, creando un effetto terrorizzante ma che non fa né ridere né piangere. Qui Philip Seymour Hoffman interpreta Allen, dei vari protagonisti il più patetico, colui per il quale si prova più tristezza che disprezzo, nonostante alcuni atti un poco immorali di cui si macchia. Le smorfie sudaticce di Allen sono impressionanti per sporcizia interpretativa e lirismo grottesco e aiutano decisamente il film con un’infallibile precisione – che caratterizza anche gli altri attori dell’opera.

2
pshoffman2

Sidney Lumet ha concluso la sua carriera con uno dei suoi migliori film, Onora il padre e la madre (2007), brutta traduzione di un meraviglioso titolo originale (Before the devil knows you’re dead, ovvero «Prima che il diavolo sappia che sei morto»), pessimista ritratto di una crisi economica, psicologica, famigliare, socio-politica, etica. Teatrale nella (melo)drammaticità, formidabile e provocatorio (anche negli schemi narrativi), questo grande film ha donato a Philip Seymour Hoffman uno dei suoi migliori personaggi, Andy Hanson, la cui tragica cornice biografica dà vita ad uno dei film americani più belli e deprimenti degli ultimi anni. Andy Hanson è un antieroe che si auto-sopravvaluta e che vive nella suspense e nella paura di sé stesso. Hoffman, brillantemente, gioca al meglio uno dei suoi più bei trucchi recitativi: vulnerabilità totale (e quindi passività) ed esplosioni di rabbia; spesso insieme, nella stessa scena.

1
pshoffman1

Con Lancaster Dodd, (co-?)protagonista di The Master (2012), capolavoro assoluto di Paul Thomas Anderson con cui ho sicuramente rotto le scatole, Philip Seymour Hoffman ha dimostrato al mondo di non essere capace solo di interpretare deboli tormentati patetici, ma anche nobili personalità tragiche con la potenza recitativa di un Orson Welles di vecchio stampo. In un film in cui la recitazione è perfettamente bilanciata (tanto è Hoffman sottotono quanto è il protagonista Phoenix esageratamente gigioneggiante), Lancaster Dodd è protagonista della più vecchia ed affascinante delle storie d’amore: amore tra padrone e schiavo. In cui Dodd è il più debole (per autocontrollo) dei padroni, carismatico uomo di religione, politica e filosofia pieno di verve combattiva e potenza psicologica, ipnotizzatore delle masse ma anche fragilissimo padre di famiglia, vittima dei propri desideri lussuriosi e delle torture psicologiche di una moglie/Lady Macbeth.
È quasi commovente che tra gli ultimi ruoli di Philip Seymour Hoffman ci sia proprio questo personaggio, egoista quanto umano, insopportabile quanto solennemente necessario, ed è decisamente triste pensare a come un attore così fisico e mentale allo stesso tempo abbia potuto partecipare ad uno dei più grandi film della storia del cinema e ad uno dei più grandi personaggi che si ricordino proprio poco prima di abbandonare questo mondo; e mi viene un po’ da lacrimare quando vedo tutta la vitalità dell’attore nella poetica, entusiasmante scena della moto.
Grazie, Lancaster Dodd, grazie di tutto, Philip.

7isLS

Taggato , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *