L’autoironico e delirante “topo”: Alejandro Jodorowsky

Intro

Il suo nome è Alejandro Jodorowsky. Ed è pazzo fino al midollo. Nel 1971 il drammaturgo cileno ha scritto, diretto ed interpretato El Topo, western surreale e spirituale che, diventato il film preferito di John Lennon, fece nascere i “midnight movie theaters”, cinema che trasmettevano film underground dopo la mezzanotte, grazie ai quali molti registi di nicchia sono passati a Hollywood o comunque al grande pubblico (un nome fra tanti: David Lynch con Eraserhead nel 1977). El Topo, film sicuramente non adatto alle masse nella sua complicatezza, ebbe invece un enorme successo, soprattutto grazie al “beatle” che ne promosse la distribuzione in varie sale. Successo tale che gli creò una strada in discesa per la produzione e la distribuzione del suo film successivo, ancor più surreale e difficile, La montagna sacra, 1973, che ebbe un budget di più di 700.000 dollari. Dopodichè, tra progetti di scarso successo (Tusk) e film che non ebbe la possibilità di fare (suo, con le scenografie di Hans Ruedi Giger – designer di Alien – e le musiche originali dei Pink Floyd, sarebbe dovuto essere l’adattamento cinematografico del libro di fantascienza di Frank Herbert, Dune, ma lo fece nel 1984 David Lynch in una maniera non proprio ottimale, anche per problemi di produzione: fu un flop), nel 1989 diresse Santa Sangre, il suo ultimo film di successo, che conclude la trilogia dei suoi maggiori (relativi) successi commerciali.

Topo

Da dove cominciare? Dall’inizio, supporrei, ovvero dallo stesso El Topo: il climax, forse, della trilogia. In nessuno degli altri due film il regista riesce a lasciare alto l’impatto della trama anche durante le divagazioni visive più esplicite. La storia tratta di El Topo (ovvero “La Talpa”, che l’inizio ci ricorda essere un animale che perde la vista quando vede il Sole dopo averlo cercato a lungo), soprannome di una sorta di pistolero dai poteri divini che va attraverso il deserto uccidendo banditi insieme al suo figlio di sette anni. Dopo averne ucciso il capo, il Colonnello, El Topo lascia il figlio in balìa di alcuni frati francescani e riparte con la donna del Colonnello, che lo aiuta a vincere (barando) contro i quattro maestri della pistola del deserto. Dopodiché lo tradisce, e lasciatolo sofferente, quasi moribondo, insieme a delle persone che soffrono di malformazioni genetiche, gli fa scoprire una vita di umiltà che lo sconvolge e lo trasforma, spiritualmente e fisicamente. Sovraccarico di simbolismi ridondanti, dei tre film è il vero capolavoro, e non dovrebbe sorprendere che sia stato apprezzato così tanto da un artista poliedrico come Lennon che aveva un noto gusto, come gli altri componenti del suo storico gruppo, per le sostanze allucinogene, verso le quali Jodorowsky stesso ha pure un certo apprezzamento (soprattutto nei riguardi di funghetti psilocybe cubensis e LSD). Comprendere tutto quello che vuole dire Jodorowsky è quasi impossibile, e probabilmente molti dei simbolismi (tra i quali le lucertole morte brandite a mo’ di membro maschile) sono solo pura estetica, per nulla adattabile ad una vera e propria lettura, ma qui il regista nè esagera con i colori e con la pomposità delle ambizioni (come in La montagna sacra), nè crea una trama stereotipata e banale in cui il simbolismo è l’unico sfarzo (come in Santa Sangre). L’idea di base, o forse meglio dire il soggetto, tratta della crisi mistica/spirituale di un uomo, ovvero come questi possa passare da un Ade violento e mistico ad un Robin Hood religioso e buonista, ma le dirette conseguenze delle sue azioni prima sleali e poi ingenue portano ad una catastrofe. El Topo non tratta, come molti pensano, della morte, ma della mente e del corpo e quindi della vita, o meglio ancora, come dice lo stesso regista, della forza della vita (simboleggiata dal sangue) e dalla difficoltà che l’uomo compie nel cercare di affermare le proprie ambizioni: al che il simbolismo della talpa che dà il nome al protagonista.

Jodo, però

Jodorowsky è autoironico, però: del resto lui stesso, come la talpa che interpreta, una sorta di animale-Icaro (sia l’animale che il personaggio mitologico soffrono appena ottengono quello che cercano), vive un’opera d’arte di eccessi. Scavando e scavando tra i simbolismi, alla fine Jodorowsky/Topo vede il Sole: è bellissimo e terrificante. Artisticamente o spiritualmente poco cambia, dopo aver tanto cercato qualcosa e dopo averlo ottenuto, qualcosa di collegato all’oggetto del desiderio diventa oggetto di distruzione, ed è a quel punto che, nella spiritualità, succede la catastrofe, e, nell’opera d’arte, la tragedia diventa comica: Io Stesso, autore di ciò, mi rendo conto del suo eccesso e ne rido, ma a vostre spese.

7isLS

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *