Lamb of God / As the palaces burn, dieci anni dopo

logpalaces2

I Lamb of God («Agnello di Dio») sono un gruppo di Richmond, Virginia, che ha tra le fondamentali prerogative la costruzione di sonorità marcatamente groove metal, dall’impatto grezzo e pesante. Plasmatisi in maniera quasi perfetta con il loro secondo album in studio, As the palaces burn (terzo, se consideriamo il loro esordio come Burn the priest, «Brucia il prete», con un album dal titolo omonimo), proprio grazie a questo i LoG fuoriuscirono finalmente, a distanza di  circa 4 anni dal loro primo album, dal clima underground in cui erano rimasti confinati.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

NWOAHM?

As the palaces burn slancia il sound della banda in nuovo stadio evolutivo: si sente eccome il cambiamento nelle loro sonorità e nei riff, ora decisamente più diretti, incisivi e pedanti fino al collasso, tant’è che da quel momento vengono etichettati proprio come groove metal band, al punto da essere (erroneamente) considerati da alcuni gli eredi diretti dei Pantera, a loro volta iniziatori del groove metal stesso, frequentemente chiamato post-thrash (essendo un diretto derivato del thrash metal, nonostante gli elementi in comune siano piuttosto pochi). In linea con il supposto retaggio, i LoG sono stati arruolati nella cosiddetta New wave of American heavy metal (abbreviato in NWOAHM, letteralmente «Nuova ondata di Heavy Metal americano», che prende palesemente spunto dalla celebre New wave of British heavy metal, in cui vi rientrano gli ultranoti Iron Maiden e tanti altri gruppi tra i quali è d’uopo citare Saxon, Def Leppard e per certi versi anche Judas Priest e Motorhead).

Palaces 1

logpalaces1

«Ciancio alle bande» e ritorniamo all’argomento principale, i nostri LoG: a 10 anni di distanza dalla pubblicazioni del disco che li ha consacrati come uno dei gruppi più validi nella scena metal mondiale, per festeggiare l’anniversario il gruppo ha deciso di rimasterizzare l’album in toto (aggiungendo qualche demo) e ri-pubblicare il tutto con tanto di copertina ritoccata (colori tendenti al rossiccio e con la presenza del volto di Gesù visibile nella Sacra Sindone, ricreato appositamente da Ken Adams, artista che ha lavorato a tutti i successivi dischi dei LoG).
La decisione della rimasterizzazione, per chi conosce bene l’album, è piuttosto ovvia: ricordiamo che la prima versione è stata missata da Devin Townsend, che eseguì un lavoro madornale, alle prese con i tantissimi problemi tecnici con il mixer ed i vari software che dovette utilizzare. La post-produzione fu così stressante da portare Townsend ad arrivare in studio quasi in lacrime (potete approfondire gli aspetti ed i vari retroscena del “making of” nel dvd rilasciato insieme al cd rimasterizzato). Il risultato finale fu una registrazione non eccelsa, né pulita né nitida: molto sporca, «opaca» e pestante. E sapete qual è la cosa migliore? Che tali elementi hanno reso quest’album un lavoro unico nella loro intera discografia. Quella produzione, sia stato voluto implicitamente o meno (sembra proprio di no?!), ha enfatizzato esponenzialmente la presenza massiccia di quello che renderà i LoG ciò che sono oggi: riff potentissimi affiancati in maniera ambivalente da stacchi e breakdown (quella parte del brano dove solitamente il ritmo rallenta e si utilizzano accordi ripetitivi da parte delle chitarre, con batteria martellante) ultra-violenti e da «sub-riff» molto melodici (accostamento che è un’altra caratteristica dei nostri).

Palaces 2

Josh Wilbur si è occupato di rimasterizzare l’album (ha lavorato anche per il missaggio dei due ultimi album dei LoG, Wrath e Resolution) dichiarando di aver voluto mantenere costanti i parametri della prima versione migliorando leggermente i suoni, rendendoli ancora più diretti. Sicuramente una pulizia totale dei vari strumenti avrebbe snaturato ciò che rende unico As the palaces burn, quindi la sua scelta è stata molto azzeccata. Lo stesso cantante, Blythe, sostiene che il potenziale dell’album è ancora presente. Analizziamo dunque i pochi ma sostanziali cambiamenti effettuati dal sig. Wilbur.
L’impatto di Palaces è sostanzialmente lo stesso, ma più diretto ed incalzante. A livello strumentale son stati totalmente rielaborati i suoni della batteria: come chiara dimostrazione basta ascoltare lo stacco di batteria di Chris Adler nell’intermezzo di Ruin, poco prima del furioso breakdown.
La parte vocale è rimasta la stessa, nessun ritocco. La chitarra ha subito leggerissime modifiche, avendo ora acquistato più profondità di suono ma rimando, volutamente, sempre molto sporca e grezza. La profondità delle chitarre è sicuramente enfatizzata dal basso il cui volume è stato notevolmente incrementato in modo tale da renderlo piuttosto udibile. Possiamo chiaramente ascoltare la gravosità dello strumento di John Campbell ascoltando l’intro di Vigil (in cui, dopo il primo arpeggio, parte lo stacco di basso) oppure la seconda parte di 11th hour.
Molti da questa operazione si aspettavano qualcosa di più pulito, un rifacimento in stile Ashes of the wake (terzo disco del gruppo, eccelso a livello di produzione, e non solo) ma in tal caso, riprendendo ciò che è stato detto in precedenza, si sarebbe totalmente eclissata la fase di transizione che rappresenta Palaces, tramite ideale tra il loro primo album (New American Gospel) ed il terzo, dal momento che ingloba le sonorità asciutte ed oscure del primo e l’originalità musicale ed atmosferica del secondo.
Concludendo: i cambiamenti ci son stati, si sentono, forse non tanto chiaramente al primo ascolto, ma con un minimo d’attenzione riescono a farsi ben notare, rendendo il suono decisamente più brillante e più furioso. Un ottimo risultato per un album che già nella sua prima versione non aveva affatto deluso.

Aperitivi

LAMB OF GOD: VIGIL

 

LAMB OF GOD: 10 ANNI DOPO, IL PROMO

 

Vincenzo Rimola

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *