L’altoforno

altoforno

Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno 2013 si vincono altri tre libri (i primi tre son già stati spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

L’altoforno è un tipo di forno enorme utilizzato nell’industria metallurgica per produrre metalli, soprattutto ferro e acciaio. Può raggiungere un’altezza di 80 metri e un diametro di 8. Pur essendo oggi un capolavoro di tecnologia, esso ha origini antiche. Già nell’XI secolo esistevano altiforni in Svizzera, Germania e Svezia. I monaci cistercensi contribuirono alla sua diffusione in Europa.
Esso ha una forma a tino alimentata dall’alto. Esternamente è costituito da una corazza di acciaio speciale, rivestita internamente di mattoni refrattari su un sostrato di cemento, anch’esso refrattario.
Una volta acceso, un altoforno viene portato a una temperatura di circa 1.800 gradi centigradi ed inizia a lavorare, 24 ore su 24, a regime termico costante. Dall’alto vengono introdotti a intervalli regolari gli strati della carica: coke e minerale ferroso, alternati. Essi scendono lentamente, si fondono ed escono dal basso.
Da quando è stato acceso, un altoforno deve essere seguito costantemente da squadre di lavoratori che garantiscano il mantenimento dell’impianto e il suo corretto funzionamento. Dopo circa 7 anni di attività costante l’altoforno viene spento per la manutenzione: si rinnovano le pareti in acciaio e il materiale refrattario presente al suo interno. Per spegnersi e permettere la realizzazione dei lavori l’altoforno impiega circa 20 giorni.
In un complesso siderurgico c’è più di un altoforno e accanto ad essi c’è la cosiddetta cokeria. A Taranto, ad esempio, ci sono circa 200 forni in sequenza. Volendo spegnere tutto l’impianto di Taranto, sono necessari almeno due mesi e l’operazione è delicatissima, in quanto il minimo errore può provocare il crollo di tutto l’impianto.

(notizie tratte da Wikipedia e da un articolo del professor Donato Firrao del Politecnico di Torino)

Carla Muschio
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