La visione di un uomo d’acciaio

MAN OF STEEL

Dal nostro inviato losangelino,  una bella recinzione dell’uomo che ha imparato da poco a mettere le mutande sotto i pantaloni: Rocco Siffredi. Ah, no: Clark Kent.

Attenzione attenzione: sto per recensire un film veramente brutto quindi a volte nella scrittura mi ricorderò quant’era brutto il film e per cercare di dimenticare che sono un recensore che sta affrontando un brutto film, cercherò di passare al lato comico della forza. Non sempre ci riesco, auguratemi buona fortuna.

Snyder, Nolan, Bay

Era da tempo che non compariva Superman al cinema, tanto, tantissimo tempo. Dal 2006, precisamente, da quel Superman returns diretto dal Bryan Singer di I soliti sospetti, con un calvo, inquietante, inutile, moscio Kevin Spacey nel ruolo dell’arcinemico Lex Luthor. Fu un flop pazzesco, critica, pubblico, a nessuno piacque. Ed è nelle mani di Zack Snyder che la produzione Legendary mette in mano il progetto di far rivivere il classico supereroe che, per i quattro gatti che non lo conoscono, è un alieno proveniente dal pianeta Krypton, giunto sulla Terra da bambino mandato dai propri genitori nel tentativo di salvare il figlio e preservare la propria razza (Krypton, infatti, è esploso).
Il ragazzino, ovviamente di fattezze umane, viene cresciuto da una famiglia del Kansas che conosce i suoi poteri ma non vuole parlarne con lui. Lo chiamano Clark e gli appioppano il proprio cognome, Kent, gli fanno fare una vita relativamente normale per un po’ ma succedono cose strane: Clark ha dei poteri, Clark piega cose, Clark distrugge cose, è forte, solleva, vola. Come ci ricorda il Bill fanatico di fumetti interpretato da David Carradine in Kill Bill, Vol. 2, film di Tarantino che ormai un po’ tutti hanno visto, «l’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa […] i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede». Che l’opinione di Bill sia discutibile è ovvio, personalmente di supereroi che preferisco a Superman ce ne sono a bizzeffe, ma è comunque divertente come caratterizzazione di un personaggio fumettistico.
Ma qui il problema è il regista: dobbiamo ricordare chi è Zack Snyder? Tra i maggiori terroristi dell’arte cinematografica odierna il suo nome è tra i più altisonanti e terrificanti. Regista inizialmente di videoclip e spot televisivi (e si nota, cristo se si nota), il suo esordio cinematografico è stato nel 2004 con lo scarsissimo remake di L’alba dei morti viventi, rifacimento del classico Zombi (1978) del grande George A. Romero (il secondo a tema, dopo il prototipo del 1968 La notte dei morti viventi). Ha poi proseguito la sua carriera con 300, che nel 2007 ha dimostrato che al peggio non c’è mai fine: polpettone fascista, stereotipato, deriva fumettistica ribombata in chiave da spot televisivo (ovviamente), patinatissimo ed epicheggiante nella sua overdosata ricerca della lode senz’arte né parte della virilità ariana, sudata, in moviola; tratto da un romanzo grafico altrettanto se non più vomitevole del pur buon fumettista Frank Miller. Un film fetente, di cui è già in preparazione un seguito (ma di cosa, che sono morti tutti?).
Ha poi proseguito con Watchmen, un simpatico cinecomic del 2009 che però poteva essere infinitamente meglio, a partire dal presupposto che il fumetto da cui è stato tratto, di Alan Moore, è un capolavoro assoluto della narrativa disegnata. Con Il regno di Ga’hoole, film animato in 3D del 2010 con protagonisti delle civette, ha firmato un filmetto per bambini parecchio insulso e noioso (che rimane comunque il suo film migliore dopo Watchmen), e successivamente con Sucker Punch ha creato un film talmente demenziale, becero e cretino che non si può commentare in alcun modo se non ricordando l’oggetto di scena più importante dell’intera raffinatissima costruzione scenografica e narrativa: le tette delle protagoniste.
Giungiamo quindi con il cuore in mano a Man of steel, l’ultimo lavorone di questo autore! Prodotto (ed in parte scritto) da Christopher Nolan. Avete letto bene, Christopher Nolan. Sì, lui. Quello di Memento, The prestige, The following e Inception. Ah e qualcuno (molti, troppi) lo ricorderà pure per i suoi tre Batman (di uno ho parlato qui). Un mestierante dotato in parte di una sensibilità autoriale invidiabile, dall’altra però anche un regista pieno di sé che sfrutta, soprattutto con i progetti supereroistici, la sua bravura del mezzo per raccontare subliminalmente la sua maniera irritante di vedere il mondo e l’America, con quella forza repubblicana e quel respiro potente ed ingombrante tipico di molti registi del paese. E Nolan è britannico! Detto ciò, c’è chi fuori dalla sala ha detto che Man of Steel sembra più di Nolan che di Snyder: probabilmente è vero, ma sembra anche più di Michael Bay che di Nolan.
Ricordo a quei fortunelli che non conoscono Michael Bay che costui, regista di capolavori assoluti del trash involontario (?) come Transformers o Armageddon (che io ricordo principalmente come uno dei film preferiti di John Egbert, eroe del webcomic Homestuck), è l’ennesimo fetente che con la macchina scossa ed una sequela impressionante di esplosioni e budget buttato all’aria crea film che fanno i milioni e i miliardi mentre David Lynch nello sgabuzzino della sua casetta su Mulholland Drive fa meditazione trascendentale e si lamenta che non ha soldi per comprarsi una pentola nuova. E c’è tanto Bay proprio a causa della macchina scossa inutile, delle esplosioni altrettanto importanti per lo svolgersi della trama: se c’è un oggetto nel film, bisogna essere sicuro che arriverà qualcosa o qualcuno e lo farà esplodere.

Trama (?)

Il punto interrogativo è importante, perché la trama non esiste. Cioè esiste, ma è così insulsa che non riesco a concludere questa frase. Cominciamo con questo prologo eterno (poi ho letto che sono venti minuti, ma a me è parso più lungo di Sàtàntàngo) pieno di esplosioni e CGI buttata all’aria in cui assistiamo alla fine di Krypton, il pianeta nativo del nostro eroe. Suo padre, interpretato da Russel Crowe che più inespressivo di così è inconcepibile (è il peggiore di tutto il cast, e questo la dice lunga), così calato nel ruolo che sembra che stia sul punto per esplodere in un «Al mio segnale scatenate l’inferno», vuole proteggere la razza kryptoniana mandando suo figlio sulla Terra: proprio come nel fumetto, solo con qualche esplosione e qualche scena d’azione in più.
Suo rivale? Un terrorista malvagio chiamato Zod, interpretato da Michael Shannon, uno dei più grandi attori del momento: potreste averlo visto nella serie TV Boardwalk empire nel repellente ruolo del poliziotto, oppure in My son my son what have ye done di Herzog, Revolutionary road di Mendes o nei primi due film di Nichols, tra i quali spicca Take shelter. Mi è seriamente impossibile spiegare quant’è sprecato nei panni di questo antagonista dotato di una caratterizzazione e di una profondità pari a quella di uno scopettino del water. Divertente però come la prima frase che Crowe dice a Shannon sia «this is madness», ricordando come in 300 tale frase abbia scatenato una scena di (s)culto, che ormai purtroppo quasi tutti conoscono, in cui l’ambasciatore persiano dice a Leonida tale frase e riceve come risposta «madness? THIS IS SPARTA!», con seguito di pedatona all’ambasciatore che lo piomba giù in un pozzo (che chissà cosa ci fa lì). Io mi aspettavo uno Shannon arrabbiatissimo che dicesse «madness? THIS IS KRYPTON!». Almeno il trash sarebbe stato volontario ed un po’ divertente, ed invece no. Però l’assistente di Zod, interpretata dall’attrice tedesca Antje Traue, è una topa bruna con le tette enormi, quindi va bene secondo gli standard snyderiani.
Giungiamo quindi sulla Terra con Kal (questo è il nome del piccolo Superman), cresciuto in Kansas sotto il nome di Clark Kent da Kevin Costner e Diane Lane che si sentono fuori posto ma non hanno il coraggio di dirlo, soprattutto premettendo che Kevin Costner ha quasi sessant’anni e l’hanno invecchiato (ah? Ehhh…) con il trucco per trasformarlo in un quarantaseienne. Uno qui nota come (stranamente davvero) l’estetica da spot Snyderiana sia stata messa quasi da parte per cercare di rendere più serio il risultato, più «realistico». Non riuscendoci, ovviamente, «ma quella è un’altra storia e verrà raccontata un’altra volta». Nonostante ciò è spiacevolissimo notare come, a differenza del già citato Nolan ma anche di, per esempio, il JJ Abrams di Star Trek: Into Darkness, Snyder comunque non inquadri quello che succede, bensì quello che lui ritiene il fulcro concettuale di quello che succede. Non inquadra Superman che solleva delle travi mezzo nudo, inquadra i suoi addominali, così virili, potenti, ah che bella cosa essere potenti e sapere sollevare le cose ed essere bianchi, americani e perfetti. Peccato Supes sia a tutti gli effetti un immigrato, eh? Pure clandestino, a pensarci.
Poi però il giovane Superman diventa Henry Cavill e lui è un figo sul serio, mannaggia anvedi che muscolacci, soprattutto quelli facciali che a volte si muovono con una drammaticità che manco Jack Nicholson, è ovvio che ce la farà a compiere la propria missione primaria, che non è salvare il mondo ma copulare con Amy Adams, che in realtà penso sia la missione primaria di tutta l’umanità. Inevitabilmente: bellissima l’introduzione di Amy Adams, con un paio di battute di un’idiozia in ommentabile ed una scena fantastica in cui, in un’astronave a caso in mezzo al ghiaccio, fotografa un coso robotico gigante che fluttua senza farsi prendere dal panico mentre questo potrebbe ucciderla; cose che in confronto la truppa di Prometheus si comportava con una logica al pari di un episodio di Sherlock.
Entriamo così nel giro vizioso delle simpatiche avventure di questo team bizzarro in cui ad un certo punto rispunta Russell Crowe, così, a caso, nonostante sia morto da anni, e dice di essere la coscienza dell’astronave e aiuta i buoni, dà a Superman la sua tuta attillatissima ed imbarazzante (ma almeno dai, hanno levato le mutande rosse…) e, in una scena che suppongo abbiano eliminato, pure un rustico rasoio kryptoniano, visto che tra una scena e l’altra a Clark Kent scompaiono dieci centimetri di barba. E poi c’è anche la filosofia: dai, da Batman begins in poi non si può fare un cinecomic senza un po’ di filosofia dell’eroe, questi concetti così belli e potenti e per niente banali, per niente stereotipati, per niente brutti nel senso stretto del termine. O forse sì?
Comunque la figura cristologica del personaggio protagonista aumentata dal fatto che ha 33 anni (buttate pop corn allo schermo per favore) acquista profondità grazie al meravigliosamente inutile flashback in cui, da bambino, spinto da un bulletto, si vede che leggeva un libro di Platone.
Cosa. Diamine. C’entra. Platone.
Platone sta a Superman come Anne Hathaway sta al talento recitativo. Poi ci sono tante scene d’azione in cui il troppio stroppia, esplodono tante cose, c’è Lawrence Fishburne che aiuta un paio di persone a non morire motivandole con frasette da pubblicità della Barilla, poi torna Michael Shannon con una barbetta ridicolissima e di nuovo l’assistente tettona e fanno un po’ di casino e vogliono un codice per distruggere l’umanità e ricreare Krypton sulla Terra, e il codice (attenzione: spoiler) è stato nascosto da Russell Crowe nel sangue del figlio: quando si dice amore paterno (anche qui, c’è molto dell’amore di un essere intangibile che manda il figlio a morire inchiodato a due assi. E che Cristo).
A questo punto subentra il profondissimo approfondimento psicologico profondamente profondo del dibattito interno di Superman: la patria natale o l’America? Ovviamente sceglie l’America perché viva le stelle e strisce, viva i bianchi, viva i maschi eterosessuali muscolosi ariani! Michael Shannon però s’arrabbia e si leva l’armatura mostrando un’imbarazzantissima protuberanza in mezzo alle cosce a causa di una tuta aderente pacchianissima. Poi c’è pure il momento semi-comico con Shannon che butta Superman addosso ad una scritta «There have been no accidents in the last 16 days» e la scritta cade e il 16 diventa uno 0: questo è grande cinema, gente, questo è Quarto potere in confronto al resto del film. Poi bello anche che cadono una quindicina di grattacieli uccidendo milioni di persone ma chissene frega, suvvia. Finale all’insegna dello schifo e della banalità (come se il resto del film fosse Fronte del porto, va’) per un film brutto, imbarazzante, caotico, privo di un pregio che sia reale. Un’ottima lezione su come non vanno fatti i blockbuster. 

No, grazie

E poi c’è chi dice che i cinecomic vanno presi sul serio. Sinceramente, dico la mia: è possibile, ma non c’è gente che s’impegna abbastanza. Il cinecomic com’è ora, eccetto pochissime eccezioni (gli Hellboy di Gulliermo del Toro in cima), non è arte cinematografica, è puro Nulla trasformato in immagini con il sonoro. Nessun regista dotato, neanche Nolan, può tirarci fuori più di tanto un ragno dal buco, nonostante il suo talento registico che di sicuro spunta parecchio fuori nei suoi Batman, figurarsi uno Snyder qualunque con il suo epico mappazzone vuoto il cui livello di effetti speciali sprecati fa sembrare The Avengers un film del manifesto Dogma 95. E nessun meraviglioso effettone IMAX, per quanto colorato o entusiasmante o dal mal di testa, può cambiare la situazione.
All’uscita dal cinema mio padre mi ha chiesto ironicamente se esisteva la nomination al premio Oscar per l’insensatezza, perché questo film l’avrebbe vinto di sicuro. Ho risposto con una battuta al limite tra il paradossale ed il grottesco, di sicuro iperbolica, dicendo che no, non c’è, ma in compenso c’è quella per gli effetti speciali, che funziona sulla stessa linea ormai dalla fine degli anni ’90. Battuta, sì, ma che nasconde un fulcro di verità. Il gusto è cambiato, ormai bisogna distruggere le cose sullo schermo, fare Caos, fare catastrofe, per fare soldi. E chissene frega dell’arte. Chissene frega del mezzo. Chissene frega dell’anima, delle emozioni. Sono secondarie, rispetto al box office. E a scrivere queste paroline sarcastiche, nell’anime (ah, lapsus!) mi scende una lacrimuccia a pensare come le cose si trasformino, cambino, peggiorino.
Possiamo sempre cercare la salvezza: in un Tarantino, in un Lynch, in un Herzog, in un Anderson (Wes o Paul Thomas che sia), un Malick, un Miike, un Kitano, un Sion Sono, un Bong Joon-ho, un Nicolas Winding Refn. La speranza esiste, ma non la rappresenta affatto la S del costumaccio dell’eroe (il vero uomo d’acciaio è lo S-pettatore). La rappresenta la C maiuscola della Settima Arte.

7isLS

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13 risposte a La visione di un uomo d’acciaio

  1. Pippo dice:

    Scusa ma non ti senti ridicolo a voler infilare in tutti i modi la politica nella recensione di un film? Se tu fossi un quindicenne potrei anche capire, ma se sei un adulto, fossi in te mi preoccuperei.

    • Coso del Cantone dice:

      risponderà poi l’autore, se ne ha voglia. ma le critiche si fanno nel merito, altrimenti son solo blabla e quaraquaquà

    • "L'autore" dice:

      Contesto politico e sociale sono importanti per analizzare il contenuto di un film. Specie se fa cacare.

  2. Anonimo dice:

    Davvero patetica questa recensione. Una recensione composta di parole dette da altri che mostrano tristemente una mancanza di pensiero personale. Triste e becero, non il film, la recensione.

    • Coso del Cantone dice:

      in effetti “la recensione è becero” è alquanto personale. sei bravissima

    • "L'autore" dice:

      Se la mia opinione assomiglia a quella di altri (mi sa che ti riferisci al Frusciante) allora significa che manco di individualità? Minchia oh, mi sa che non devo più avere un’opinione in vita mia.

      • Anonimo dice:

        Non ass […]. Interrompiamo il commento del valente anonimo che finge di non conoscere il recensore. Senza rancore, tuttavia: ecco in regalo un bell’avataro per la prossima volta, cliccando qui. Ciao, Peppo.

  3. sebach dice:

    “Un mestierante

    dall’altra però anche un regista pieno di sé che sfrutta la sua maniera irritante di vedere il mondo e l’America, con quella forza repubblicana e quel respiro potente ed ingombrante tipico di molti registi del paese.”

    Perdonami ma questa descrizione di Nolan è fuorviante e inesatta a voler essere generosi…………………

    • "L'autore" dice:

      Nolan è un ottimo regista, ma non si puó dire che con la politicizzazione supereroistica abbia fatto un lavorone… I suoi Batman sono anche più amati universalmente di quelli di Burton, che personalmente considero notevolmente superiori … Questa nella recensione non é che la mia opinione: ovvero Nolan è bravo ma ha rotto il pipi (senza strello).

      • sebach dice:

        Nolan è un ottimo “autore”, non soltanto regista. E la politicizzazione c’entra poco e niente, i suoi Batman affrontano semplicemente problematiche relative alla società post-11 settembre, tentare di “schierarli” da una parte o dall’altra è un meccanismo superficiale.
        Sul confronto Burton/Nolan può andare benissimo a gusti, tanto più che parliamo di 5 pellicole stupende, ma per il resto a Nolan bisogna rendere grazie per essere riuscito a (ri)sdoganare e (ri)nobilitare il kolossal d’intrattenimento, in un’era in cui la gente spende soldi per vedere obbrobri che più che intrattenere annoiano. Il suo coinvolgimento nel rilancio di Superman è incidentale, la mente dietro questo progetto è David Goyer.

  4. Daniele dice:

    Recensione imbarazzante. Non per il giudizio (Man of Steel può piacere o meno, ci mancherebbe), ma per le motivazioni e le argomentazioni addotte in generale nel pezzo.
    In particolare, citare il famoso monologo di Tarantino significa non sapere nemmeno di cosa si sta parlando, perché benché il monologo sia bellissimo, non centra minimamente il personaggio. Nelle millemila interpretazioni di Superman da parte degli autori che lo hanno scritto, non ce n’è una che dia credito a quella interpretazione. Tarantino lo vede così? Bene, ma Superman non è così, non lo è mai stato.
    Poi, scrivere che 300 è un fumetto fascista del “pur buon” Miller, significa davvero straparlare: Miller è fascista, tutte le sue opere contengono le tematiche che emergono in 300, quindi il distinguo non ha alcun senso.
    Mah… Ma documentarsi prima di scrivere di un qualsiasi argomento?

    • "L'autore" dice:

      La citazione tarantiniana l’ho messa “tanto per”, non ne condivido una parola.
      Frank Miller io lo ricordo “buono” per Batman: il ritorno del Cavaliere Oscuro, alcuni Daredevil e Sin City. Ne ha fatte altre di stronzate oltre a 300, ovviamente, tipo quella roba con Ctuhlu e non mi ricordo cos’altro, però insomma, non si può dire che sia un completo pezzo di sterco. Forse.

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