La trilogia del Cornetto di Edgar Wright (e Simon Pegg (e Nick Frost))

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Edgar Wright ha dato inizio, precisamente dieci anni fa, ad una trilogia tematica tra le più esilaranti della Storia del Cinema (moderno). Non si sta trattando, ovviamente, di capolavori assoluti, né di capisaldi, né di rari gioielli estetici, ma di instant-cult del genere comico: tre film pregni di anarchia dal sapore «british» e profondamente colmi di grande spirito. Il primo, giust’appunto del 2004, è L’alba dei morti dementi, demente traduzione dell’originale titolo Shaun of the dead che mischia il nome del protagonista Shaun alla pronuncia della parola dawn, alba (Dawn of the dead è infatti il titolo originale di un meraviglioso zombie-film di George A. Romero del 1978, il cui titolo in Italia è stato tradotto in Zombi; il primo film di zombi di Romero si intitolava però, in italiano, La notte dei morti viventi, fedele traduzione di The night of the living dead); il secondo, del 2007, è Hot Fuzz; invece, il terzo ed ultimo capitolo, La fine del mondo, è uscito nel 2013, dopo il primo film completamente americano del regista, nel 2010, Scott Pilgrim vs. the World, esilarante cinefumetto avantpop tratto dall’omonimo romanzo grafico del canadese Bryan Lee O’Malley.
Tutti e tre presentano delle scenette ricorrenti: la gag, innanzitutto, della presenza continua del cornetto Algida, che dà il nome alla Trilogia (per ogni film c’è un gusto di Cornetto diverso che è «in tinta» con il genere che il film prende in giro: Shaun of the dead è caratterizzato da un cornetto alla fragola, in cui il rosso della fragola richiama il rosso del sangue da film zombi; in Hot Fuzz c’è il cornetto originale, blu come le divise da poliziotti; infine La fine del mondo è caratterizzato sporadicamente da un cornetto alla menta, verde e marrone, colori che dovrebbero rappresentare il livello fantascientifico del film); e poi gag riferite ai gemelli/doppi, ai videogiochi, la birra e le staccionate. E, ovviamente, non può mancare un’overdose di citazioni e riferimenti ai film appartenenti ai tre generi presi in giro dal regista Wright, dal suo co-sceneggiatore (e attore protagonista) Simon Pegg e dall’attore co-protagonista di tutti e tre i film, Nick Frost.
Wright definisce la sua trilogia «simile alla trilogia dei Tre colori di Kieslowski, ma con i cornetti». L’umorismo autoironico ed anarchico dell’autore ha creato una scoppiettante avventura comica composta da tre pellicole impossibili da mettere in ordine di qualità.
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Anarchia

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È impossibile non notare la completa mancanza di regole che Wright prova ad imporsi, o forse è meglio dire la rigorosa imposizione dell’andare oltre i limiti delle regole presenti. Shaun of the dead, il più innovativo dei tre (solo perché è il primo) è anche il più libero: come in tutti i film di zombi, mentre regna il Caos, come possono esserci regole da imporsi? Andando oltre i limiti delle proprie capacità, i protagonisti Shaun (Pegg) e Ed (Frost) lottano per la propria sopravvivenza — o almeno così giustificano il loro disperato, disperante ed assurdo tentativo di lottare per i propri interessi in una situazione paradossale che finisce per assumere un carattere principalmente negativo.
Qua l’autoimporsi delle regole sembrerebbe una sorta di maniera di riordinare, ma l’assurdità della situazione e delle reazioni all’interno delle relazioni interpersonali tra i personaggi rende impossibile ed inadeguata la possibilità di democrazia: l’Anarchia regna, con esso il Caos e l’irrealismo.
La sospensione dell’incredulità è essenziale anche per l’apprezzamento dell’estremamente antirealistico Hot Fuzz, dei tre film forse quello più politico in quanto parte con l’idealizzazione di una «giustizia poliziesca» rappresentata in tutta la sua perfezione dal poliziotto Nicholas Angel, un Simon Pegg decisamente meno gigioneggiante e più monocorde rispetto a quello degli altri due film, e si avvia lentamente, poco prima di una conclusione finto-buonista ma apparentemente sulla scia dell’utopico, ad un’anarchia violenta come unica soluzione ad un’irrespirabile situazione di malessere totalitario, con il personaggio interpretato da Pegg che, per rispondere all’imbecillità di una società dove giudice, giuria e boia sono lo stesso, imparziale concetto, prende tra le proprie mani i fucili, diventando un eroe imbecille e tamarro a metà tra Clint Eastwood e Bruce Willis, e passa bombolette per graffiti ai bambini: la rivolta, il Caos, la rinascita di una giustizia diversa e relativa.
La fine del mondo ha un risvolto simile, solo che la giustizia e le regole sono intese in senso più lato e non si immedesimano in un mondo in effetti legislativo, bensì nella maturità dei compagni di liceo del protagonista Gary King, contrapposta all’immaturità adolescenziale del personaggio succitato, interpretato ovviamente da Simon Pegg. Considerando che, a livello di risate ed impatto concettuale, La fine del mondo sembra fino agli ultimi venti minuti di gran lunga il minore dei tre, direi che è importante considerare come questi ultimi venti minuti lo portino decisamente al livello dei film precedenti, quando l’«essere umani» dei protagonisti si identifica con un’ennesima idea di rivolta ad ideali democratici sopravvalutati per far rinascere un’anarchia dove i concetti di maturità ed immaturità non hanno più senso e gli uomini semplicemente combattono per sé stessi e per ciò che è a loro caro, con onestà, sarcasmo e voglia di vivere — ed un po’ di ubriachezza. Solo così si ritorna ad un’esistenza umana più piatta e meno moderna ma proprio per questo anche meno servile, e più perfetta nella sua stupida imperfezione.
(continua)

Stupidità

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La stupidità è un’altra chiave all’apprezzamento del folto e delirante umorismo della trilogia. Del resto, è su di essa che si basa quasi completamente la follia di Shaun of the dead: la teoria su cui campa il film, infatti, è che non abbiamo bisogno di un’apocalisse zombi, e che -nel caso giungesse- tra gli umani non cambierebbe nulla né durante essa né dopo di essa. Come mai? Perché noi umani siamo già zombi. I titoli di testa sono abbastanza esplicativi, con delle comparse tipicamente britanniche che fanno cose a caso con  ritmi ripetitivi, monotoni, quasi dei tic, che li rendono tutti uguali, fatti con lo stampino… e l’apocalisse zombi non è ancora cominciata. La colpa è di tutte le forme di anticultura enunciate brevemente durante il film, tra il rincorbellimento fornito dalla tv o dai videogiochi e la distruzione di neuroni di massa che comporta l’imposizione della religione. Geniale il finale, in cui alla fine dello Z-day (così vengono chiamate le 24 ore dell’apocalisse zombi di Shaun, concluse prepotentemente da una risposta armata dell’esercito, richiamando il D-day) sulla tv scorrono gli stessi stupidi programmi televisivi di sempre: talk show, roba alla GXT, interviste, inchieste e simili… con gli zombi integrati, come vittime schiavizzate dalla stupidità umana, nell’intrattenimento di massa e nella sua ridicola messa in atto.
Dato che Hot Fuzz, come ho asserito precedentemente, è dei tre il più politico, è automaticamente anche quello che meno si concentra sull’analisi ironica dell’intelligenza umana: ma il fatto che Nicholas Angel diventi più stupido e tamarro, grazie all’educazione filmica ignorante e burina del compagno Danny, è inequivocabile. E, per La fine del mondo, c’è un dialogo essenziale (tra i più divertenti del film) che non si può non collegare a quello che ho detto riguardo al film nel paragrafo precedente: quando gli amici di Gary si chiedono se quest’ultimo, che si trova davanti a loro, è umano oppure è un alieno travestito da Gary, il personaggio interpretato da Pegg, per dimostrare la propria «umanità» sbatte più volte e con forza la testa contro un palo di legno, per poi fare versi di dolore urlando: «Questo prova che io sono umano!». Gli amici, all’unisono, rispondono: «Questo prova che sei stupido», al che Gary non può che replicare, entusiasta: «ESATTAMENTE». Al che gli amici capiscono che è proprio lui.
Applicando la teoria «essere umani = essere stupidi», onnipresente dal prologo di Shaun, Wright crea una perfetta giustificazione/scusa per l’immaturità di un personaggio instant-cult e anche in questo enfatico divertissement (il film, di per sé, si può considerare una sorta di elogio alla birra della durata di due ore) fa regnare l’anarchia.
(continua)

In pillole – pessimismo autoironico

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È la fetta più importante della genialità della trilogia: la critica nichilista, ironica, grottesca e demenziale della stupidità non è niente di così originale. L’hanno già affrontata, in maniera più sfrontata, i fratelli Coen (vedi e vedi). Ma nei film di Wright la cosa più geniale è la consapevolezza pessimista della glorificazione dell’Idiota: Shaun è un imbecille, Nicholas è un rimbecillito, Gary (Fucking) King, per Dio, è un enorme imbecille. Ma sono tutti e tre degli eroi.
Questa autoironia, che si basa sulla positivizzazione dei lati più stupidi dei tre personaggi e dei loro stili di vita (birra e videogiochi in primis), è estremamente pessimista perché si basa anche sul rendere grotteschi (in senso negativo) i personaggi di contorno, spesso macchiette il cui unico ruolo è quello di essere negativi in quanto macchiette — gli zombi di Shaun of the dead, la N.W.A. di Hot Fuzz e gli alieni di La fine del mondo. Questo ammasso di creature stupide, violente, bambini dagli impulsi violenti, chiaramente non possono che rendere positivi questi protagonisti stupidi ed ingenui (ma che risultano vincitori, con qualche mezzo) – in particolare se hanno compagni snob come il David di Shaun.
Nonostante le tante risate, i lieti finali e le gag deliranti, è indubbio che la visione generale del mondo che si ricava dall’analisi comica che Wright e Pegg fanno a partire dai piccoli villaggi britannici non è una visione positiva: dietro ad ogni angolo ci sono male e violenza (non a caso, almeno nei primi due film della trilogia, sono presenti anche scene splatter), ogni sorriso non è un sorriso completo, le ultime decisioni dei protagonisti spesso giungono dopo momenti di massima disperazione. Non a caso in tutti e tre i film, prima dei finali esplosivi, vi sono momenti di grande dramma: quando la madre di Shaun diventa zombi, quando Nicholas viene rincorso dagli assassini dopo aver scoperto il loro segreto e le loro malefatte, o infine quando gli amici di Gary scoprono il suo segreto strappandogli le maniche all’interno dell’ultimo pub. Questo pessimismo mascherato (a volte enfaticamente melodrammatico) nasconde e allo stesso tempo rivela alcune delle più evidenti trovate brillanti dietro il lavoro che Wright (e Pegg (e Frost)) hanno messo nel lavoro di questa trilogia veramente geniale, da vedere in ordine cronologico fino a slogarsi le mandibole dalle risate, ma senza mai spegnere il cervello.

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