La somiglianza politica dei tre Ray

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La storiella, più che simpatica o arguta, è amorevole. Del resto i propri amori vanno coltivati e, nel dubbio, è bene seguire quelli di gioventù. È probabile, infatti, che la «triade» evocata dall’illustratore Grant Snider sia stata davvero implorata dallo stesso autore nei momenti di difficoltà. Dicevamo la storiella, che è in inglese, ma anche molto comprensibile: uno scrittore in crisi d’ispirazione chiede agli dèi della scrittura un raggio di speranza (in inglese dice proprio un «ray»). E siccome le alte sfere letterarie sono ironiche gli mandano davvero tre Ray della narrativa: Raymond Carver, Raymond Chandler e Ray Bradbury. Come i fantasmi dickensiani anche questi Ray interpellati dal cuore incerto dello scrittore dispensano ammonimenti e consigli, ciascuno alla sua maniera.

Raymond Chandler

Raymond Chandler

Carver intercetta in piccoli e minimi segmenti di vita quotidiana l’intero spettro dell’esistenza e fornisce risposte enigmatiche, chiaroscurali, dove le opposte tensioni del cosmo convivono nella fragile e paradossale compattezza della realtà. Molto più lieve e, in qualche modo spensierato, per quanto malinconico e «noir» è Chandler, che subito indirizza il questuante a trovare l’ispirazione in un night club. Bradbury, infine, fedele alla linea non ha dubbi: l’ispirazione si trova su Marte, l’importante è avere grandi idee che sorreggano le narrazioni e come premio chiede proprio una roccia di Marte, mentre Carver è più prosaicamente rivolto all’affitto del mese e Chandler a un buon whisky.

Ray Bradbury

Ray Bradbury

È tattile l’adorazione di Snider per i tre scrittori, almeno a giudicare dalle citazioni e dai riferimenti biografici dei tre. Ma ancor di più mi viene da pensare che i tre Ray abbiano somiglianze inaspettate oltre al nome. Non può esserci una vicinanza formale, perché se anche Carver e Chandler potrebbero trovarsi vicini di casa in nome di una prosa breve, secca, lineare Bradbury è molto lontano da loro ed è anche vero che l’improvvisa chiusura dei racconti carveriani era una mossa pubblicitaria del suo editor Gordon Lish. Quando in tempi recenti sono stati ristampati alcune raccolte nella versione voluta dall’autore si sono letti i racconti in Cattedrale o Principianti o Vuoi star zitta per favore? in modo completamente diverso: d’ampio respiro, quasi classico, perfino lirico e maestoso, certamente potente. Dunque la grandezza del Carver minimalista era solo una strategia di marketing, perché il demone dello scrittore era altrove.

Raymond Carver

Raymond Carver

Carver, Chandler, Bradbury: tutti e tre sono stati scrittori politici. Nelle roulotte di parcheggi sassosi, negli appartamenti in affitto, tra bottiglie di gin consumate a metà pomeriggio; nella canicola californiana e nelle delusioni messicane; nelle cronache marziane; in ciascuno di questi universi letterari diversi i tre Ray facevano politica e la facevano senza mai esplicitarla. Di recente ho letto un racconto di Bradbury che si chiama Pioggia senza fine: è ambientato su Venere dove un commando di soldati spaziali cammina sotto un eterno diluvio per cercare una Cupola Solare e finalmente asciugarsi. Una marcia esistenzialista, ma anche con riferimenti precisi all’assurdità delle operazioni militari (siamo negli anni della guerra di Corea). Per non parlare della militanza bradburiana di Fahrenheit 451, manifesto della resistenza culturale alle dittature. E quanto è politicamente schierata la scelta finale di Marlowe nel Lungo addio? Una scelta morale, lo scatto «socialista», di protesta di Marlowe, memoriale del sottosuolo, osservatore dell’oscuro oggetto del desiderio che d’improvviso non ce la fa più. Fra i tre è decisamente Carver il più completo: umanissimo e dalla visione panoramica della società e del mondo non alza lo sguardo dal suo mondo di disperati in cerca di felicità, che sbagliano, accettano, soffrono, s’arrabbiano e, spessissimo, brancolano nel buio.

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E dal buio emergono, inesorabilmente, bagliori. È l’improbabile e squallido umanesimo del pasticcere di Una cosa piccola, ma buona, che dopo aver involontariamente terrorizzato una famiglia colpita dalla tragica scomparsa del figlioletto offre loro torte e paste, nella notte più drammatica della loro vita. È in questo senso di pietas, perenne assalto agli Stati Uniti liberisti di Reagan, che Carver svolge la sua sommessa protesta. Per questo, forse, lo scrittore della vignetta di Snider alla fine scrive e scrive intere risme di fogli e porge alla ventura i doni richiesti dai suoi numi fantasma: perché lui crede nel loro valore, come si crede alla magia, come si crede alla luce.

Manoscritto autografo di Carver

Manoscritto autografo di Carver

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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