La prepotenza del rap di area vasta: Macklemore, Ryan Lewis e i parallelismi

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Ho finalmente sentito per intero uno degli album d’esordio più chiacchierati degli ultimi anni, The Heist, del duo formato dal rapper (bianco) Macklemore e del suo fidato DJ Ryan Lewis, e mi è venuto da meditare su vari album a questo paragonabili, per eccesso o per difetto. E mi è venuto da meditare sul presente, sul passato e soprattutto sul futuro del rap mainstream in tutte le sue accezioni. E, come un mastro di cerimonia, vado a dire.
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Recensione

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Innanzitutto è necessario un commento riguardo all’album stesso. Partendo dai membri del duo, non posso che dire senza peli sulla lingua che il più «perfetto» come musicista è di certo Ryan Lewis e la produzione dell’intero album è un lavoro mastodontico e ambizioso, anche se un poco derivativo: sembra voler avere proprio la forza monumentale di My beautiful dark twisted fantasy, l’album di Kanye West che nel 2010 distrusse le certezze di tutti sul musicista di Chicago, creando un monolito rivoluzionario nella storia della produzione dei «beat» nel rap più popolare. Ryan Lewis, infatti, modula la sua produzione principalmente basandosi su crescendo e su atmosfere irreali ed astratte, sia nei brani più commerciali (Cant hold us ha molti tratti in comune con All of the lights di West) che in quelli «in sottofondo», creando un’atmosfera compattissima anche quando variegata, e sempre legata al mondo di West e di chi la lezione del succitato disco ha già seguito. Parallelamente rispetto al bravo DJ, è necessario descrivere le capacità di Macklemore e le sue potenzialità, sia le sfruttate bene sia le sfruttate male.
Cominciamo con la principale nota dolente: il rapper, pur alternando alla perfezione e con giusto bilanciamento un ottimo flusso (flow: secondo Wiki, la sequenza di rime rap basata sulla prosodia, sulla cadenza ritmica e sul tempo di scansione) e emozionanti momenti di quasi-parlato, è così convinto della profondità sempre e comunque dei propri testi da esaltarsi anche quando non dovrebbe, e finendo per stonare blandamente e così consegnare all’ascolto il retrogusto (retroascolto?) grezzo, roco e «da fumatore» della sua voce apparentemente pulita. Ne è un esempio una serie di rime a metà della seconda strofa del singolo più famoso dell’album, Thrift shop, in cui vi è la discutibile scelta di usare per tre volte di fila la rima con la parola «motherfucker»: Macklemore è così convinto di essere spiritoso che la parola si metamorfizza sino a diventare irritante. E se a volte invece la tecnica funziona, soprattutto nei brani più emozionali come la traccia migliore del disco, il singolo Wing$ (notevole il video), che tratta della sorta di culto che circonda le scarpe Nike e Snickers negli Usa, culto che finisce per cambiare la vita delle persone per inutili motivi consumistici, altre, ancora, il cantante è eccessivamente melodrammatico e cade nel patetico (vedi la melassa di Thin line).
Paragonando Macklemore a Kanye West (del resto il rapper bianco si auto-paragona spesso al musicista di Chicago, a partire dalla primissima traccia del disco in cui dice che musicalmente si sente come una miscela tra West e David Bowie), vince il secondo: semplicemente perché l’unica capacità che Macklemore ha in più rispetto a West è la profondità teorica dei testi. Il discepolo di Jay-Z ha un flow ed un’intonazione non proprio ottime ma più perdonabili di quelle di Macklemore grazie all’originalità e alla potenza della produzione, che viene solitamente curata, tra l’altro, da Kanye West stesso.
Make the money, una delle più belle tracce di The Heist, assomiglia troppo, da un punto di vista stilistico, ad una canzone che potrebbe essere presa a caso da Graduation di West. Macklemore, si diceva, ha in effetti qualcosa in più per quanto riguarda la scrittura dei testi: più umani, anche spesso e volentieri troppo didascalici e «sociali», ma molto schietti e condivisibili. Perfino Thrift shop, nel suo essere una critica agli eccessi di glamour nella concezione moderna della moda, ha una qualche sorta di profondità, e il singolo Same love è probabilmente la canzone rap più intensa sul tema dell’omofobia, con un ritornello che rimane in testa a lungo – come quello, del resto, di tutti i migliori singoli del disco.
Il fatto è però anche che troppe volte a rimanere in testa sono i ritornelli (cantati da altri, come Wanz e Mary Lambert nelle ultime due canzoni nominate) anziché le strofe, il che non dona particolarmente ad un album che punta senza dubbio molto sulla personalità del rapper e all’ora circa di intrattenimento che offre all’ascoltatore. Le canzoni migliori sono, per quanto mi riguarda, Wing$, la ballabilissima Cant hold us e la prima traccia del disco, Ten thousand hours, perfetta per introdurre l’atmosfera di un album dalla valutazione semplicemente sufficiente.
(continua)

Il trono

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A suon di tirare in ballo Kanye West come fonte di ispirazione per The heist, è indubbio che io senta il bisogno di fare un paragone più diretto, usando Kanye e il suo mentore Jay-Z come esempio di un «rap del passato» da frapporre asimmetricamente all’album di Macklemore & Ryan Lewis. Infatti Yeezy e Hov (questi due tra i molteplici soprannomi di West e Jay-Z) nel 2011, un anno prima quindi di The heist, hanno pubblicato un album insieme, il discusso Watch the throne, tra i maggiori successi commerciali in America negli ultimi 5 anni.
Diciamolo subito: non è un capolavoro, ed entrambi i rapper appartenenti al duo che l’ha partorito ne hanno prodotti almeno due a testa, ma è soprattutto importante dire che è un album assolutamente incoerente con se stesso a partire dalla data d’uscita: 2011, ovvero un anno dopo My beautiful dark twisted fantasy, il più grande successo di critica di West, e due anni dopo The Blueprint 3 di Jay-Z, che nonostante il successo commerciale è stato considerato immediatamente l’album più debole della carriera del rapper newyorchese — ma semplicemente perché non era ancora uscito Magna Carta Holy Grail.
Watch the throne è difatti perfettamente in bilico tra i precedenti due album solisti dei due rapper, nel senso che non è «né oro né sterco» ma soprattutto nel senso che li alterna alla perfezione: è metà l’uno e metà l’altro. Pur partendo dal presupposto che i brani più belli sono in media meno interessanti di My beautiful dark twisted fantasy e che invece quelli più scarsi hanno più da dire della maggior parte di The Blueprint 3, l’album è un connubio di eccessi di egocentrismo da parte dei due, che non fanno mai a gara a chi è il migliore semplicemente perché nel singolo amano decantare le proprie lodi, gasandosi e raramente provando emozioni sincere – o notevoli sostituti. Esempio? Il celebre singolo Otis che, pur essendo scandaloso nella maniera in cui campiona la voce di Otis Redding dal classico capolavoro Try a little tenderness, è molto accattivante nella costruzione delle inutilissime strofe basate su come West non andrà all’Inferno perché ha scritto Jesus Walks (canzone «cristiana» contenuta in The college dropout, 2004 — successivamente West ha cambiato religione ed è diventato… gnostico) e su come Jay-Z ami fumare sigari sudamericani e guidare macchine di lusso.
Le tracce notevoli ci sono, sono semplicemente nascoste dalle blandissime mediocrità di Lift off, il cui testo è cantato da Beyoncè (che per chi non lo sapesse è anche la moglie di Hov), Niggas in Paris, Thats my bitch e altre. La canzone d’apertura, per esempio, No church in the wild, pur non essendo brillante, ha un notevole ritornello cantato da Frank Ocean, anche per composizione contenutistica; Gotta have it e New day costituiscono un’ottima doppietta, con il secondo brano dal testo relativamente originale (riguardante come i due rapper non vogliano che i propri figli abbiano un grande ego perché sarebbe meglio se crescessero senza i problemi che Kanye e Jay hanno avuto in gioventù) e dalla produzione curata dal grande RZA degli Wu-Tang Clan; Murder to excellence è una canzone sincera, piena di paura e preoccupazione; Why I love you, che chiude il disco, è la canzone migliore in assoluto di Watch the throne per la produzione ed il flow di Jay-Z, con un testo che mischia e confonde l’amore di questi nei confronti di Kanye ed il difficile rapporto con i rapper che sono diventati famosi grazie a lui e che poi l’hanno «tradito» in nome della fama — no, non so di chi stia parlando.
C’è poi un disco bonus, che contiene quattro brani di cui tre notevoli: Illest motherfucker alive ha un beat meraviglioso ma detiene il record di stonature da parte di Kanye West che proprio non sembra saper tenere in mano un microfono; HAM ha un tono a suo modo epico che fa perdonare il testo autoreferenziale; Primetime ha una produzione magnifica. Ma l’autoindulgenza dell’operazione come totale è imperdonabile soprattutto perché sia West che Jay non si riferiscono a sé stessi come musicisti o come esseri umani, ma come celebrità, come «Kanye West quello che ha fatto soffrire Taylor Swift ai VMAs» e «Jay-Z quello sposato con Beyoncé che tutti, compresi quelli che non hanno mai sentito Reasonable doubt, amano».
È per questo motivo che The Heist è superiore a Watch the throne: non tanto per la qualità musicale (il beat di Illest motherfucker alive vale più di mezzo disco di Macklemore) quanto per la schiettezza dell’operazione e la sua moralità. The heist è il risultato notevole e giustamente celebre di una collaborazione che funziona tra due artisti emergenti come Watch the throne è il risultato spento ed ipocrita di una collaborazione che funziona parzialmente tra due artisti di culto. Inoltre, ci si può girare molto attorno, ma Watch the throne, per la produzione (chiaramente di matrice ispirata a My beautiful dark twisted fantasy, con la sua maestosa pomposità) è un album di Kanye West con molte collaborazioni di Jay-Z più che l’album di un duo, e, come tale, è il disco peggiore di Yeezy dopo 808s & Heartbreak (2008). E detto ciò, è ancora più tragico che The heist sia superiore, in quanto tra le due imitazioni del capolavoro di Kanye sembra vincere quella meno legata in senso fisico allo stile del rapper di Chicago. Troppo Ego fa male.
(continua)

Il perdente

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Nel 2014, ai Grammy, The heist ha vinto il premio come migliore album rap, partecipando due anni dopo la sua uscita e battendo quindi Yeezus di Kanye West, Magna Carta Holy Grail di Jay-Z, quella porcata di Nothing was the same di Drake e soprattutto quello che era il più apprezzato disco dell’anno dalla critica (Yeezus escluso), ovvero Good Kid, m.A.A.d. City di Kendrick Lamar.
Se infatti Yeezus è un album tutto sommato abbondantemente discutibile, l’importanza immediata di Good Kid, m.A.A.d. City ha fatto molto discutere riguardo alla scelta di premiare The heist, facendo capire ancora di più ai fan del rap in tutto il mondo che il disco di Macklemore e Ryan Lewis è essenzialmente un disco pop più che un disco rap. Un disco più adatto ad un pubblico ampio pronto a cantare ritornelli accattivanti in piazza con le mani verso il cielo più che ad un pubblico con librerie piene di vinili di The Notorious B.I.G., A tribe called quest, GZA e altri grandi musicisti; un pubblico che quindi non sente il bisogno di leggere ed interpretare i testi di Macklemore parola per parola, come bisognerebbe fare invece con l’album di Kendrick Lamar, perfetto per produzione e flow ma soprattutto per composizione dei testi, semplici nel vocabolario ma molto più profondi di quello che può sembrare — e si può capire al meglio ascoltando il disco dall’inizio alla fine e leggendo i testi delle canzoni in ordine come se fosse una narrazione univoca.
Kendrick Lamar compone un concept album di dolce compattezza e fluida complessità, uno dei migliori dischi rap degli ultimi 10 anni ed un piccolo grande terremoto nell’industria. I singoli Bitch dont kill my vibe e Swimming pools (Drank) sono canzoni compositivamente ottime ed orecchiabili anche per il pubblico meno esperto, ma molto raffinate considerando che, come il resto del disco, sono legate al rap «vecchia scuola» di Dr. Dre (produttore esecutivo) e compagnia, ma sono in ogni caso connesse ad una nuova maniera di vedere la produzione (la «nuova maniera» rivoluzionata da My beautiful dark twisted fantasy, forse) e perciò ottime. Diciamo che questo disco di Kendrick rappresenta il disco perfetto e compatto che Tyler the Creator, con lo stesso desiderio di mischiare produzione moderna e testi di contemplazione egoica à la Eminem, non riuscirà mai a registrare.
Insomma, Kendrick Lamar aveva tutte le carte in regola e tutti i motivi possibili per vincere il Grammy per il miglior album rap, ma The heist gli ha soffiato l’oro. Per quale motivo? La mia teoria è molto semplice: numero di visualizzazioni su YouTube. Del resto la maggior parte dei soldi che deriva dai singoli viene dal numero di visualizzazioni dei videoclip e delle riproduzioni ufficiali dell’audio dei brani in uscita, e Thrift shop di Macklemore ha quasi 600 milioni di visualizzazioni (superando quindi ogni videoclip di Eminem solista eccetto I love the way you lie — sembra paradossale) mentre Kendrick Lamar non può sperare più di 70 milioni, che sono comunque molti per un rapper le cui sonorità spesso sembrano appartenere ad un ambiente di nicchia. Ma Good Kid, m.A.A.d. city verrà sicuramente ricordato dalla maggior parte degli appassionati con più amore di The heist – e influenzerà molti grandi album nel futuro, ne son certo.
(continua)

La novità

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Sono particolarmente legato alla questione di Macklemore per ragioni personalissime: dovrò sorbirmi quasi tutto The heist in concerto all’Openair Festival di Frauenfeldt, festival rap di tre giorni a metà luglio a cui andrò soprattutto per il grande ritorno degli OutKast, ma anche per Nas che suonerà per intero il suo disco d’esordio, Illmatic, ormai al suo 20esimo anniversario. E se il duo composto da Big Boi e Andrè 3000 farà da gruppo principale il primo giorno ed il newyorchese dietro NY state of mind sarà l’ultimo musicista a suonare l’ultimo giorno, saranno Macklemore e Ryan Lewis a capitanare il giorno centrale. Ovviamente ho dovuto informarmi sugli altri musicisti che si sarebbero esibiti in questi tre giorni di fuoco, e oltre al dover inevitabilmente conoscere The heist, mi sono anche imbattuto nei grandissimi Mobb Deep, in M.I.A., negli Immortal Technique, in Chance the Rapper, in quel folle imbecille di YG, in Pharrell Williams, in T.I., e tanti altri piccoli grandi nomi su cui uno in particolare regnava sovrano: Iggy Azalea.
Questa ventiquattrenne bionda dal fondoschiena in silicone e dal viso vagamente maschile (che mascella virile!) sotto i chili di trucco è in una posa provocante nell’elenco dei musicisti che suoneranno come spalla degli OutKast sul sito del festival, e ha subito attirato la mia attenzione, più che per l’aspetto fisico, per come, dai vestiti e dal portamento, sembrasse appartenere ad un altro genere, magari a quel dance pop che è tornato di moda con Lady Gaga e Ke$ha (eppure no, Iggy Azalea fa rap).
Ho quindi sentito, sotto consiglio e pressione di alcuni miei conoscenti, il suo unico disco, The new classic, uscito poche settimane addietro, giungendo alla conclusione che è pura spazzatura, anche se avrei potuto dedurlo anche solo dopo la visione del videoclip del singolo Work, che tra una citazione di Tarantino ed una sculettata di troppo è veramente indecente, sia visivamente sia musicalmente – anche se almeno può far ridere per il suo squallore, più o meno come un video di Andrea Diprè e Giuseppe Simone.
Il talento della Azalea è praticamente nullo: ha una voce sgradevole, non ha un buon flow, la produzione dei suoi brani è banalissima, legata più all’elettronica terra terra di David Guetta che non, come lei dice ereticamente, al’hip hop purissimo di 2Pac. Qual è il motivo dell’apprezzamento universale nei suoi confronti, dei numeri eccessivi di visualizzazioni ai suoi video? Non posso che rispondere eccessivamente e consapevolmente sboccato: il qlo.
Non c’è nessun’altra spiegazione possibile. Iggy Azalea ha un qlo rifatto ipnotico che mette ossessivamente in mostra in concerti e video, e trattando di temi banalissimi (che mischiano volgarità autoironiche e autoesaltazione di un culto «glamour» ed erotico intorno a lei – insomma, il peggior 50 Cent incontra Lady Gaga per un mix esplosivo nel senso più escrementizio possibile), in maniera volgarissima etica/esteticamente, non può che ricevere infiniti consensi.
Iggy Azalea si vanta nelle interviste di come a 13 anni avesse una carta d’identità falsa ed andasse nei bar a fare sesso selvaggio con i maggiorenni fingendo di essere più grande; Iggy Azalea racconta senza peli sulla lingua nelle interviste di come abbia smesso di buttarsi sulla folla durante i concerti per paura che i fan («Ma soprattutto le fan!» dice ridacchiando ma anche un po’ irritata) tentassero di masturbarla; Iggy Azalea ha la sua propria linea (ovviamente pacchiana e tamarrissima) di moda; Iggy Azalea dice che si fa influenzare da 2Pac. Iggy Azalea è la rappresentazione dei più grandi difetti che hanno la cultura pop e la concezione musicale di questo fenomeno, come se i vari Justin Bieber o One Direction non avessero già abbastanza soddisfatto i nostri bisogni di squallore.
Iggy Azalea è il futuro del rap, è il The new classic, il nuovo classico. Il suo album verrà ascoltato o anche solo sentito nominare da più persone di quante hanno sentito Good Kid, m.A.A.d city e lei anno dopo anno avrà sempre più fan in tutto il mondo che tesseranno le lodi della sua gradevole vocina squillante, della fluidità del ritmo delle sue canzoni e della profondità dei testi che compone — ma soprattutto della disturbante mole del suo deretano.
Io, sinceramente, mi tengo Kendrick Lamar, ma volendo anche Macklemore.

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2 risposte a La prepotenza del rap di area vasta: Macklemore, Ryan Lewis e i parallelismi

  1. mymc dice:

    il miglior giudizio su iggy azalea lo ho letto qui

    “Io non lo so chi sia questa, ma penso che sia il posto dove le malattie veneree vanno a svernare nella stagione degli antibiotici.”

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