La ninfa nella spazzatura

Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

LA NINFA NELLA SPAZZATURA

Un uomo camminava in una foresta in un pomeriggio d’estate. Oltre gli alberi vide uno stagno sulle cui acque volavano mille libellule, inebriate dal sole. Si sedette sulla riva. Poco dopo udì un canto che non era di uccello e alzò lo sguardo per vedere chi fosse a cantare. Era una ninfa, con le alucce iridate simili a quelle delle libellule che danzavano sull’acqua. Il suo corpo nudo poggiava con grazia sul ramo di un albero che sporgeva sullo stagno. La ninfa si pettinava i lunghi capelli d’oro con un pettine d’oro e sommessamente cantava. L’uomo le si avvicinò e lei non volò via, restituì il suo sguardo. L’uomo le prese la mano, la aiutò a saltare dal ramo sulla tenera erba e lì lui l’amò. Era troppo bella perché un mortale potesse resisterle. Trascorsero il pomeriggio d’estate nella ridente radura, felici. Quando lo stagno cominciò a farsi grigio per le ombre del crepuscolo, l’uomo dovette partire, ma non voleva lasciare la ninfa che l’aveva ammaliato. Così la portò a casa con sé.
Era felice perché non era più solo. Lei lo rallegrava come un raggio di sole e spesso cantava per lui.
La prima volta che l’uomo dovette uscire di casa, si preoccupò. La ninfa alata poteva volare via e lui sarebbe morto di dolore se l’avesse perduta. Allora legò alla sua caviglia sottile un cerchio d’oro da cui si dipartiva una lunga catenella anch’essa dorata, che fissò al pavimento al centro della casa. Così non poteva scappare.
Si scoprì ben presto che l’amore dell’uomo con la ninfa aveva dato frutto. I fianchi e il ventre della bella si ingrossavano: aspettava un figlio. L’uomo era al settimo cielo per la felicità.
Un giorno tornò a casa prima del previsto, recando un gran mazzo di fiori. Entrò zitto zitto per fare una sorpresa alla bella ed ecco in che posa la vide: era davanti a una finestra aperta sul cui stipite sedeva una donna simile a lei. Le due ninfe conversavano e ridevano insieme. Alla vista dell’uomo, l’alata visitatrice volò via e la ninfa arrossendo chiuse la finestra.
L’uomo era adirato. Non voleva che la ninfa continuasse a coltivare i rapporti della sua vita precedente, non accettava che volassero in casa esseri a lui estranei, voleva averla tutta per sé. Da quel giorno, quando usciva di casa prese a far accoccolare la ninfa nel bidone della spazzatura, che lui aveva alto e largo, e sul coperchio metteva un peso, così che lei non potesse uscire. Poi, non appena tornava a casa, la liberava. La ninfa scuoteva dalle alucce le bucce di patata e le radici di insalata e riprendeva a volare per casa, a rassettare per lui, a cucinare il cibo, come fanno le donne mortali. Ma ora non era più la stessa. Insieme al bambino in grembo, cresceva la sua malinconia. La ninfa era infelice.
Un giorno nacque il bambino, un maschio. A lei piaceva dargli il latte e farlo sorridere. Per lui riprese a cantare. L’uomo era fiero del bambino, che era bello, forte e, come lui, privo di ali. Quando usciva chiudeva madre e bambino nel bidone e si sentiva sicuro.
Il bimbo crebbe e un giorno andò a scuola. Voleva diventare grande come il suo papà e bello come la sua mamma. ma la mamma non appariva più così bella. Quando l’uomo apriva il bidone e la liberava, le sue carni bianche erano lordate dai semi di pomodoro, tra i capelli aveva gusci d’uovo. Era ancora laboriosa e devota, ma pallida e silenziosa. Quando si adagiava nel letto accanto a lui, l’uomo non la prendeva più tra le sue braccia. Le diceva: tu puzzi, non ti posso più amare.
Anche il figlio, imitando il genitore, prese a disprezzare la ninfa che l’aveva generato. Non era una mamma come le altre, e puzzava.
Quando tornava da scuola, il figlio gettava nel bidone della spazzatura dove era rinchiusa sua madre torsoli di mela e carte di caramella, e non solo. Buttava dentro anche i brutti voti, i brutti sogni e tutte le sue insicurezze. Ogni giorno esse ricrescevano e ogni giorno le buttava nel bidone dove era rinchiusa sua madre.
Un giorno il padre morì e il figlio lo pianse. La ninfa si sentì ancora più sola e infelice.
Il figlio rimase nella casa. Più noncurante del padre, certi giorni dimenticava di aprire il coperchio del bidone, lasciando la ninfa prigioniera del buio, consolata solo dai ricordi della luminosa giovinezza.
Un giorno la ninfa trovò in casa una lima e la nascose nel bidone. Una volta rinchiusa, nelle lunghe ore di solitudine limò e limò finché non ebbe reciso la catena. Quando il figlio la sera aprì il bidone, lei uscì con un guizzo e volò via. Tornò allo stagno nel bosco dove vivevano le sue amate sorelle. Si bagnò nell’acqua calma, che lavò via ogni lordura, ricordo e dolore. Era tornata bella come il primo giorno.
Il figlio si sentì molto solo. Sgomento davanti alla finestra aperta da cui s’era involata sua madre, amaramente pianse.
Trascorse del tempo. Un pomeriggio d’estate andò a camminare in una foresta. Oltre gli alberi vide uno stagno sulle cui acque volavano mille libellule, inebriate dal sole.

Carla Muschio
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