La grande contemporaneità

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Questa recensione (che offre, sul film di Sorrentino, uno sguardo diverso da quello del nostro cinecritico titolare, 7isLS) è datata giugno 2013. Mi era stata (forse) spedita, ma si era persa nella posta. E poi gli Oscar, e Sorrentino che ringrazia le sue fonti di ispirazione, e tutti a discutere se La grande bellezza ha a che fare o no, è paragonabile o no alla Dolce vita di Fellini, e io per caso vengo a sapere che mi era stata mandata, sta recensione, ma forse, e la ricevo di nuovo quando capita proprio a fagiuolo. Ed eccola qui.

Sia che si ragioni di un libro, di un film, di un quadro, o di chissacché, per tentare di chiarirsi le idee si può far ricorso a qualcosa di analogo. Così, per esempio, si commenta un quadro che mostra una veduta paragonandolo a un altro quadro, a un paesaggio reale e viceversa, oppure un libro riferendosi a un film che contiene punti accostabili, e così via.
La grande bellezza mi ha fatto pensare ad Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.   (A  parte i riferimenti espliciti nel film, tra i quali, gustosa, la gag di un «intellettuale» a proposito dei suoi gusti letterari).

Tutto scorre

Tutto scorre sotto il segno del tempo che agisce sia sulle pietre antiche  della città di Roma, sull’acqua – che ne è il rovescio speculare in movimento, acqua di mare o piscina, del Tevere o delle fontane – e sia sulle persone. O meglio, su una piccola porzione di esse oggetto del film. E subito risalta la contrapposizione tra ciò che è persistente e ciò che è effimero.
Le storie raccontate si intersecano; alcune hanno un respiro lungo, altre meno, alcune impegnano l’attenzione prevalentemente sulle parole, altre sono dominate dalla musica, tutte dalle immagini, stupende. L’inquadratura talvolta ne mostra insieme svariate che appartengono a racconti differenti, e lo spettatore è chiamato a seguirle in una visione  «simultanante».
Le scene delle feste, in un parossismo di agitazione forsennata e dissipatrice, sono lunghe, reiterate, fino a comunicare, a tratti, un senso di  sazietà. E quando sembra stiano per concludersi, vengono riaperte, come nella prosa proustiana da un pourtant, da un voici, che  riavvia il refrain: così per esempio il ballo sulle note della canzone Far l’amore.
Anche nel film esiste una corrente primaria, costituita dal protagonista Jep (Servillo), alla quale si congiungono, come affluenti, i personaggi principali:  Romano (Verdone), amico di lunga data di Jep e drammaturgo inconcludente, Lello (Buccirosso), imprenditore, con l’ossessione del sesso, Ramona (Ferilli), anima gentile in un corpo statuario e una parlata da coatto, Viola (Villoresi), madre dolente e disarmata di un figlio sofferente, Stefania (Ranzi), con aspirazioni letterarie miracolata dalla politica, i quali si ramificano in altre storie: il padre di Ramona, che ha allestito una specie di bordello dove si esibisce come spogliarellista la figlia, il sulfureo Alfio (Popolizio), mezzo sciamano, specialista in trattamenti estetici, giù giù fino ai rivoli di Orietta (Ferrari), ricca quanto inconsistente, e altri ancora.

Roma e Jep

Alla scarsa solidità delle esistenze raccontate si contrappone Roma, la cui storia millenaria è testimoniata da monumenti di un fascino che stordisce. Questa «Non peritura parte di noi stessi» (E. Montale) è una magnificenza alla quale quel segmento di umanità appare sensibile solo perché in tale meraviglia vive, abitando case, spesso opulente, in cui la bellezza degli affacci e degli interni si dispiega a marcarne i privilegi davanti agli amici e agli ospiti.
In persone estranee agli obblighi della vita materiale, la consuetudine di vita con splendori talmente imponenti induce una forma di accidia, mista a pigrizia e disincanto.
Nobili impoveriti, borghesi arricchiti, cocottes in attività ed ex, eredi di grandi famiglie, rentiers, glorie di una intellettualità non sempre di pregio, si agitano attorno a Jep Gambardella che ne è l’elemento propulsivo. Jep personifica la persona che ha raggiunto il successo, successo che gli deriva da un libro, scritto quarant’anni prima e che all’epoca vinse un Premio, e dall’attuale professione di giornalista,  esercitata quasi come un hobby più che un impegno di lavoro vero e proprio. Jep è cercato, vezzeggiato, conteso dai fedelissimi del suo «petit clan» perché, con i suoi scritti, contribuisce a farli sentire sulla cresta dell’onda. La spiritosa direttrice della rivista di cultura per la quale scrive Jep, gli si dimostra sinceramente amica: con un sentimento di affettuosa accoglienza, lo ospita nello studio, raffinato e un po’ surreale dove lei, affetta da nanismo, tiene un enorme orso di peluche, e su un fornelletto gli riscalda minestrine che hanno il sapore del tempo-che-fu. E favoriscono l’onda dei ricordi.  Di quel tempo perduto, i minestroni e i risini portano la memoria di una semplicità remota che li rende irresistibili. E i due commensali si abbandonano a una conversazione su com’erano e come non sono più.
Il nomignolo Jep, che manifesta l’intento di sprovincializzare il nome, rompendo con una tradizione nazionale, o più angustamente meridionale, assecondando un gusto dell’esotico in cui fa capolino il mito dell’America, è rivelatore di una moda in voga negli  anni in cui si affermò come scrittore. Un po’ dandy, ma senza averne i tic più smaccati, è di gran lunga il migliore del gruppo: un sottofondo malinconico, accompagnato da una garbata franchezza, non parrebbero qualità da farlo amare in quel contesto. Ma il suo approccio verso gli altri, disincantato ma non cinico, è pervaso di indulgenza, forse più per neghittosità che per misericordia. Con un sorriso involontario negli occhi, mostra un senso di comprensione emotiva verso tutti, pur vedendoli per quello che sono, cioè simili a se stesso.
Degli habituées del gruppo, Jep conosce, e in parte condivide, gli aspetti volgari, perfino sguaiati, che in lui – per eleganza e grazia naturali (che Servillo incarna a perfezione, oppure sono sue proprie e le cede al personaggio, ma l’esito non cambia) – non trascendono mai. Li valuta, ma senza alzare il dito giudicante; al più, recita il ruolo di chi, quando è tirato per i capelli, non si sottrae a dire la verità, svelando segreti che tutti conoscono ma che le regole della società – o anche solo dell’opportunità – suggeriscono di tacere.
E dalle espressioni degli amici che assistono silenziosi e imbarazzati alla sua tirata ai danni di Stefania, c’è da scommettere che non sia né la prima né l’ultima: la tribù è disposta ad ascoltarlo con benevola e distratta noncuranza. Là dove, dopo le accensioni delle feste, tutto diventa stracco,  le conversazioni sono un rimestare il calderone del risaputo.

Attese

Il nostro è un mondo nel quale la fama è destinata a un’obsolescenza rapida se non si provvede ad alimentarla continuamente: solo i politici si possono permettere di rimanere tanto a lungo sulla scena; ma nel film i politici sono rigorosamente espunti: impresentabili? Troppo scontati?
Cosa trovano in Jep i suoi amici, che li spinge ad invitarlo e a farsi invitare, a fare di lui il centro del loro interesse mondano? Non ha una ricchezza stratosferica né un’origine blasonata, non risulta appartenere a una lobby potente, ha una conversazione la cui ironia flemmatica richiede una sensibilità che persone così non sembrano possedere: è vero che Jep ha un coté vacuo: mi piacciono questi trenini perché non vanno da nessuna parte, ma sa essere intransigente: nell’intervista a una performer assai bislacca, la mette alle strette sulla fumisteria del linguaggio che usa (reminiscenza del «chi parla male pensa male»?). Insospettabile che un giornalista possa essere così potente e agognato. E tanto a lungo.
La lentezza di alcune parti ricorda certe zone «grigie» dei romanzi, pagine di descrizioni, o di digressioni, che fanno diventare impazienti alcuni lettori ma  servono loro a farsi il fiato, a sedimentare la lettura precedente, a creare un orizzonte d’attesa. A una prima visione alcune scene erano sembrate attardarsi: per esempio, oltre alla prima festa di compleanno, l’esposizione delle migliaia di foto-tessera con l’ esito di dar vita a una torsione narcisistica e autoreferenziale dello Yad Vashem ridotto a certificare l’identità giornaliera di un adulto, moltiplicandone indefinitamente la vacuità (e intenerendo inspiegabilmente Jep), o il rito del baciamano alla suora ultracentenaria, o la seduta del botox. Ma ad una visione successiva, il senso di sproporzione si è ridimensionato e sono parse adeguate al racconto.
A proposito di quest’ultima scena, quando viene somministrato il botulino in una sorta di comunione blasfema, l’allestimento ricorda le anticamere delle case di tolleranza viste in altri film: corrispondenza perfetta, perché anche qui è luogo di mercimonio, con l’assistente che chiama i clienti i quali disciplinatamente si sottopongono alla prestazione, e la cassiera che conclude il servizio.
Tra le scene più coinvolgenti, veri pezzi da antologia, sono – a mio gusto – la visita notturna a palazzi e giardini, in cui la Ferilli, avvolta in un mantello regale, pare una divinità che officia riti misterici; la declamazione dei principi fondamentali su come presenziare ai funerali per risultare  inappuntabili: recitata con la compunzione imposta dal tema, in un atelier algido come un grandioso sepolcro marmoreo consacrato all’estetica. Infine, per la loro genuina simpatia umana, i colloqui tra «farabutta» e «dottore strano»: pieni di affetto, ironia e rispetto reciproco.

Maddalene

I numerosi ricordi che Jep ha della propria infanzia – talvolta sollecitati talaltra no – sono connotati da pathos, da una tenerezza mesta e struggente perché «la dolcezza del passato non può darsi se non come perduta, quand’anche non sia perduto il suo potersi dare ancora con dolcezza» (Francesco Orlando,  Gli oggetti desueti…, p. 140).
Particolarmente evidente quando Jep ricorda il primo incontro con l’amore: con un effetto di condensazione onirica tra il ragazzo che fu e l’adulto di oggi, il ricordo è collocato in un’isola del Mediterraneo piena di incanto, in un tempo della giovinezza suo personale ma che assume una valenza universale e conferisce alla scena la potente atemporalità del mito.
Altro punto proustiano appare l’esito della vicenda del protagonista: toccato dall’incontro con la suora santa, Jep formula il proposito di scrivere un nuovo libro (la scrittura come forma di ascesi o per dare un senso alla propria esistenza?). E il contenuto in quel libro si suppone essere il film che abbiamo visto.

Sollievo

Come il Narratore della Recherche al quale, sentendo che «le luci della festa della mia vita non sono più così brillanti come all’inizio», all’improvviso si rivela la propria vocazione di scrittore e decide di portare a compimento l’opera. E il lettore sa che sono le ultime pagine e tutto il lungo romanzo compiuto è quello alle spalle.
Rileggiamo ora la citazione in esergo da Celine che dice, tra l’altro: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario.[…] Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, niente altro che una storia fittizia».
Quindi La grande bellezza è da guardare come pura favola, irreale, ingannevole, fantastica: altro che affresco dei nostri tempi.
Ah, che sollievo!

Nicoletta Scalari

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