John Carpenter doppiafaccia: leggere un film

Il signore del male

Reduce dall’insuccesso inaspettato di “La Cosa”, John Carpenter, uno dei migliori registi americani viventi insieme a Lynch e Scorsese, che si è fatto le ossa con horror e fantascienza, si è dato, nel 1987, ad una produzione a basso costo, con la quale ha creato uno dei suoi due massimi lavori: “Il signore del male”. La trama è semplice: un prete (grandissimo Donald Pleasance, potreste averlo visto in “La grande fuga” o “Halloween” e “Fuga da New York”, questi ultimi due di Carpenter) trova nella cripta di una ex-chiesa un liquido verde che sembra contenere il Male, il Diavolo. Contatta uno scienziato asiatico-americano di sua conoscenza per studiarlo, e questi porta sul posto i suoi studenti, degli scienziati, intrappolati dalle forze maligne che si scatenano. Sorvolati gli innumerabili meriti tecnici e la bellissima colonna sonora curata dal regista, questo è il film più dialogato, lento, metafisico e bestialmente controcorrente della filmografia di Carpenter: per la prima metà del film, la sceneggiatura tratta di una discussione complessa e per niente banale sulla realtà e sulla struttura della Chiesa, un’istituzione ben dimensionata di qualcosa che non dovrebbe veramente esistere.
La brutalità dell’intrappolamento dei personaggi in un posto è un luogo comune di Carpenter: il manicomio di “The Ward”, Hobb’s End in “Il seme della follia”, New York in “Fuga da New York”. La cosa che rende speciale il film è che non tratta in sè del Male ma parla di ciò che lo circonda, non parla dell’orrore, delle normali reazioni dell’uomo di fronte alla paura, ma parla (rischiando) della riflessione tramite un orrore accennato, non mostrato, non costruito in base alla suspence, ma appartenente ad una realtà, pur arrabbiata, che non è costruita in base alla dimensione filmica di un horror, ma in base a qualcosa che va oltre l’espressione per sprofondare in qualcosa di più simile all’ideologia.

Bene

Carpenter dice che il Bene ed il Male non esistono, parlando dell’esistenza del Male, più o meno come se un uomo pregasse un’entità che non esiste (il che anche è uno dei temi del film e di tutti i film di Carpenter), o meglio, dice che il Bene ed il Male sono la stessa cosa, e che non appartengono comunque, culturalmente, alla religione, ma alla cultura, all’arte. E la storia inoltre si basa sulla possibilità che in realtà ciò che è vero potrebbe sia essere ciò che è scaturito dalla Bibbia o da qualsiasi testo religioso sia ciò che magari è detto, in effetti, nel film: forse non esiste una realtà su cui la fede si deve basare, perché l’essere umano non crede in ciò che è vero ma crede in ciò che reputa vero. Il Signore del Male è sia l’Anticristo che Cristo, è un doppelgänger di sè stesso, bidimensionale, brutalmente lontano da qualsiasi via di scampo per il genere umano.
È difficile credere nel Bene quando tutto potrebbe farne parte.
Se poi il personaggio del prete si chiude nel suo guscio, si abbandona a sè stesso e si spaventa quando assiste alla nascita dell’Anticristo, il particolare più inquietante in realtà forse è il fatto che dopo l’apparente finale della storia, si comprende che gli scienziati non hanno salvato nulla: il Male resiste eternamente, l’uomo rimane in superficie costretto dalle paure, dagli incubi, che rimangono gli stessi anche se sconfitti fisicamente, per colpa dell’ossessione che rende masochista il genere umano per natura, quella che lo costringe a volersi ‘spingere più in là delle proprie idee, o delle proprie credenze’.

Il seme della follia

Dopo il divertentissimo ed intelligentissimo “Essi Vivono”, film action anti-reaganiano, e il poco interessante ma comunque valido “Avventure di un uomo invisibile”, Carpenter torna sullo schermo con quello che invece potrebbe essere davvero il suo film migliore in assoluto. “Il seme della follia”, infatti, è più di metafisica cinematografica, è pura e cristallina genialità metacinematografica, un film che davvero vuole spingersi oltre la riflessione riguardo alla realtà, ma vuole addirittura comprendere i doppi spazi, i riflessi e i difetti che pongono credibile (o incredibile) la finzione.
Anche qui la trama sembra quella di un horror tradizionale: un investigatore privato interpretato da Sam Neill viene mandato da una casa editrice alla ricerca di uno scrittore horror di nome Sutter Cane (splendido Jurgen Prochnow) che deve pubblicare il suo ultimo capolavoro, un best-seller assicurato dati i successi incredibili della sua precedente bibliografia. Già dall’inizio si sa, però, che questa ricerca porta l’investigatore al rinchiudimento in un ospedale psichiatrico. Quello che importa quindi è capire perché. Sorvolando di per sè i primi venti minuti di trama, in cui viene presentato il personaggio protagonista che viene messo in parallelo con l’enigma maniacalmente perverso che si cela dietro Sutter Cane, si giunge al momento in cui l’investigatore privato di reca ad Hobb’s End, città fittizia dei romanzi di Cane ma che in realtà esiste davvero, anche se è inquietantemente abitata da fantasmi, zombie e creature lovercraftiane.

Blu

Oltre ad essere, in realtà, una critica anche a parte del genere horror (più su carta che su schermo), ciò che deve essere compreso del film è la sua dimensione visiva-filosofica: Sutter Cane anche qui è, sì, il Diavolo, ma è anche Dio, in quanto riesce a manipolare la realtà a suo piacimento, come nella memorabile scena in cui appare in visione al protagonista in treno e gli dice “E se ti dicessi che il mio colore preferito è il blu?”, scena dopo la quale l’intero mondo appare blu al protagonista, oramai disperato e resosi conto che la sua realtà è doppia e fuorviante.
Per fuggire dalla realtà decadente, dal mondo di stress e paura su cui si regge la società emocentrica moderna, bisogna in realtà aspettarsi una sorta di Apocalisse a braccia aperte, per poter poi comprendere ciò che è l’arte più perversa di tutte: il cinema. Alla fine del film, quando il mondo appartiene spiritualmente a Sutter Cane, in mezzo al Caos, il protagonista va al cinema e vede “Il seme della follia” di Carpenter. C’è il poster davanti alla sala cinematografica, è proprio quello il film.
Bisogna quindi rivivere la visione per poter essere sicuro che sia visione e non realtà, bisogna porsi di fronte alla finzione per comprendere qual è la realtà e se esiste la realtà, e, soprattutto, bisogna sapere cos’è il cinema per poterlo apprezzare sia esteticamente che ideologicamente. Il capolavoro di Carpenter si conclude con un urlo disperato, anarchico e pessimista rivolto a qualsiasi forma di egocentrismo sociale.

7isLS

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