Ivano e l’anello

tannhauser

Lettore, in questa rubrica trovi ogni volta la mia narrazione di un episodio del ciclo di re Artù, seguita da una sua variante moderna. Sei invitato a scrivere il finale secondo la tua fantasia, in sintonia o in opposizione alla vicenda base, e inviarlo alla maestra entro le ore 20 di domenica prossima. Le soluzioni migliori saranno pubblicate nella «vetrina» della puntata, insieme al finale della storia scritto da me. A Natale chi avrà dato i contributi più abbondanti e interessanti riceverà un libro omaggio.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Sopra, un disegno con Tannhäuser diretto al monte di Venere, di Aubrey Beardsley).

Carla Muschio
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Re Artù e la sua corte si trattennero presso Ivano e la sua sposa al Castello della Fontana banchettando per tre mesi. Al momento di partire, Artù pregò la Dama della Fontana di lasciar andare Ivano per tre mesi, così che egli potesse rivedere la Tavola Rotonda. A malincuore, la Dama acconsentì.
Quando Ivano si ritrovò a Camelot, la vita di corte tanto lo assorbì da fargli dimenticare i suoi impegni verso la sua dama. Trascorsi i tre mesi, non fece ritorno.
E quando contavano tre anni da che Ivano aveva lasciato la dama, giunse a Camelot la damigella di questa. Si avvicinò a Ivano, gli sfilò dal dito l’anello che la Dama della Fontana gli aveva donato, lo apostrofò come infedele e infame e subito se ne andò.
Ivano cadde in un profondo abbattimento. Subito l’indomani, senza dir niente a nessuno, lasciò la corte di re Artù e prese a vagare nella foresta come un pazzo, vivendo al pari di un animale selvatico. Un giorno, debole e affamato, capitò nel parco di una vedova. Ella ebbe pietà di lui, con un unguento portentoso e sollecite cure lo riportò alla salute e alla civiltà. Una volta risanato, Ivano aiutò la vedova a riacquistare delle terre che le erano state sottratte, dopo di che riprese ad errare per il mondo.
Un giorno, incuriosito da un sospiro udito, scoprì che Luned, la damigella della Dama della Fontana, languiva in prigione e presto sarebbe stata uccisa se non fosse giunto Ivano a liberarla. Egli si fece suo campione e la riportò, superando molti ostacoli e vincendo molti antagonisti, al castello della Dama della Fontana.
Nessuno riconobbe Ivano per via dell’armatura che indossava, né egli volle rivelare il suo nome. Lo pregarono di restare, ma egli disse che non poteva fermarsi in alcun luogo finché la sua signora non l’avesse perdonato. La Dama della Fontana si stupì che un cavaliere tanto valente faticasse a ottenere il perdono dell’amata. Non sapeva di essere lei stessa quella intransigente!
Ivano vagava nei pressi del Castello della Fontana e intanto la damigella spingeva pian piano il cuore della Dama alla dolcezza. Quando fu giunto il momento opportuno, la damigella fece incontrare la Dama e il cavaliere. Si riconobbero e tornarono ad amarsi. Da allora non si separarono più. Ivano tornò altre volte alla corte di re Artù, ma sempre con la sua amata dama.

La variante

Maria, medico, aveva scelto un incarico impegnativo: lavorare per Medici Senza Frontiere. Si trovava in un villaggio del Mali, dove c’era un’emergenza sanitaria. Il lavoro era intenso, pressante. Nelle poche ore libere, c’era in tutti un grande desiderio di svagarsi. Così Maria iniziò una relazione amorosa con Philippe, un collega del posto che lavorava nello stesso ospedale da campo. Ambedue erano molto innamorati, felici della loro relazione. Un giorno Philippe portò una sorpresa per Maria: due anelli gemelli, uno per lei e uno per lui, di fattura tradizionale. «Quasi un matrimonio», si dissero.
Qualche mese dopo scadeva il mandato di Maria, che dovette tornare in Italia.
«Tra tre mesi ritornerò», disse nel partire.
Ma non ritornò. Non solo: anche la comunicazione con Philippe si affievolì. Maria non telefonava, non rispondeva alle lettere e presto si dimenticò dell’Africa e dell’amore che vi aveva lasciato.
Trascorsero tre anni. Un giorno Maria era in ospedale, nel suo reparto. Nel suo orario di ricevimento si presentò un uomo di colore.
«Mi manda Philippe», spiegò. «Forse ricorderà. Mi ha incaricato di sfilarle dal dito un anello. E di dirle di non farsi vedere mai più».
Maria si guardò la mano e si rese conto di aver continuato a portare quell’anello dimenticando il suo significato. Il messaggero le sfilò l’anello dal dito e se ne andò.

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