Inception, il piano di Nolan (parte I)

Intro

Nolan è stato considerato da alcuni il Kubrick della nuova generazione per il suo modo di avere gli stessi temi nei propri film, i quali sono facilmente riconoscibili per struttura e regia, ma anche perché riesce ad essere d’avanguardia e d’autore pur mantenendo nella norma i canoni del genere che rispetta. Anche ribaltandoli. Per fare un esempio: sia “Shining” come horror/thriller psicologico che “Il cavaliere oscuro” come film di supereroi non hanno particolarità che li fanno uscire dai canoni del genere, però sono così adulti e spinti agli estremi da essere allo stesso tempo film che definiscono il genere e film che non sono troppo all’interno di esso. E così anche “Inception”, che è al contempo un blockbuster ed un film psicologico.

Kubrick

Per non far credere subito che si tratti di un capolavoro, meglio specificare: non lo è. È un blockbuster manipolatore che, grazie al cast stellare, al regista e alle premesse, ha avuto la fortuna, non del tutto casuale, bisogna dire, di essere uno dei maggiori incassi cinematografici di sempre: al 29esimo posto per numero di soldi ricavati, un po’ sotto “Il cavaliere oscuro”, altro film di Nolan che ha perfino superato il miliardo di dollari (e che aveva il vantaggio del persoaggio del Joker interpretato da Heath Ledger – pace all’anima sua – che ebbe un Oscar postumo tra i più meritati di sempre), e di essere diventato un ‘instant classic’, un ‘cult’ già dall’uscita nei cinema. Anche “Inception” ha avuto un certo numero di statuette: quattro, come “Matrix” che ha in comune i connubio blockbuster-filosofia ma che è molto meno profondo, avvincente e riuscito, precisamente per effetti speciali, sonoro, fotografia e montaggio sonoro. Tutti meritatissimi. Altre nomination: film (ma vinse il discreto “Il discorso del re” di Tom Hooper, anche miglior regista dell’anno), sceneggiatura originale (anch’essa per “Il discorso del re”), colonna sonora e montaggio (entrambi andati a “The Social Network” di Fincher: se la colonna sonora – seppur bellissima – si può discutere, per il montaggio concordo con la giuria dell’Academy).
Un’altra similitudine tra Nolan e Kubrick, seppur involontaria, è che il titolo dell’opera d’esordio di entrambi è un riassunto sbrigativo del resto della loro filmografia. Per Kubrick: “Paura e desiderio”, i due sentimenti umani che più permeano le inquadrature del regista di “Arancia Meccanica”. Per Nolan: “The Following”, ovvero ‘ciò che segue’. Se prendiamo letteralmente, invece che darci all’intercalare che in effetti dà il significato al titolo (‘ciò che segue significa che ecc. ecc.’), e se traduciamo ‘ciò che segue’ con ‘ciò che viene seguito da chi’, troviamo il tema di Nolan: persone che seguono i propri desideri. Se il Guy Pierce di “Memento” segue il desiderio di vendetta, il Pacino di “Insomnia” segue il desiderio di far svanire il rimorso e tornare a dormire la notte. Se il Batman dei due (tra poco tre) film con Christian Bale segue il desiderio di essere considerato eroe senza ‘una doppia faccia malavagia’, per rievocare uno dei suoi acerrimi nemici (Aaron Eckhart), Hugh Jackman in “The Prestige” segue il desiderio di sconfiggere il rivale Christian Bale, che a sua volta prova qualcosa di simile verso l’altro. E in tutti questi casi, i tali personaggi finiscono per ingannare sè stessi.

Fabbrica dei sogni

Così succede anche in “Inception”. Per chi non conoscesse la trama, ormai comunque universalmente nota, il protagonista è tale Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), sospettato di aver ucciso la propria moglie (la grandissima Marion Cotillard, Oscar per “La vie en rose”), che è considerato uno dei migliori nell’arte di entrare nei sogni altrui per estrarre idee. Ed è infatti ciò che fa per mestiere, illegalmente, levando idee dalla mente di industriali per conto di altri industriali. Si avvale di amici fedeli come Arthur (Joseph Gordon-Lewitt), che gli ‘costruisce i set’ facendosi chiamare architetto, e Eames (Tom Hardy, bravissimo in “Bronson” di Nicolas Winding Refn e cattivo del prossimo Batman), un cosiddetto falsario. Quando un milionario (Ken Watanabe) gli rivela di essere così potente da poter eliminare il suo caso giudiziario di uxoricidio, Cobb decide di fare un lavoro per lui: invece di estrarre un’idea, innestarne una, per la precisione nell’inconscio di un milionario (Cillian Murphy) a cui è da poco morto il padre. Si farà aiutare anche dalla giovane Ariadne (Ellen Page) che è l’unica che sa il suo terribile segreto: la moglie morta popolerà i suoi sogni in eterno e lui non riuscirà a staccarsela di dosso in quanto vive di amara nostalgia. Un’amara nostalgia che lo segue nei sogni altrui anche quando non dovrebbe esserci, con conseguenze disastrose.
Le scelte principali di Nolan sono due: dare un senso psico-filosofico ad ogni singola sequenza, perfino quelle di azione (a partire da quella del treno che passa per le strade della metropoli) ed eliminare ogni singola possibilità della presenza di un fattore astratto all’interno nei sogni. Tutto si realizza concretamente nella mente delle persone. Eccetto che nel ‘limbo’, ovvero il quinto ed ultimo dei cinque livelli narrativi in cui si svolge la missione di Cobb e dei suoi colleghi (il primo è la realtà, un aereo; il secondo una metropoli sotto la pioggia; il terzo un hotel; il quarto una fortezza innevata chiamata ‘ospedale’ per motivi che non sto a rivelare). Questo ‘limbo’ è un posto dove sono assenti tempo e spazio. “Inception” invece è una vera e propria rappresentazione filmica del tempo e dello spazio nel cinema e nel sogno. E in quanto riesce a rappresentare realisticamente sia la parte filmica che quella onirica di quest’analisi, il film vuole mica suggerire implicitamente che il cinema è, in effetti, una fabbrica dei sogni?

La mente di Cobb

Il titolo del film è “Inception”, “Inizio”, che vale anche come “Innesto” (per esempio, l’inizio di una coltura di cellule per un trapianto, che è a suo modo un innesto). Il Dom Cobb di DiCaprio è incaricato di innestare un’idea, quindi il titolo non è certo un mistero, ma è meglio andare oltre: del resto, se uno vedesse il film senza sapere il titolo, non è che considerebbe “Inception” il titolo più ovvio e banale, tutt’altro.
Si può dire innanzitutto che la scelta del titolo è metafilmica: l’innesto è il film, che viene innestato nella mente dello spettatore. Data la forte valenza morale, forse l’ambiguità che si cela nell’ambizione di Nolan rivela che questi vuole, in un certo modo, cambiare i suoi spettatori. Vuole forse far loro capire i loro desideri e le loro ipocrisie? Vuole cercare di far capire loro cosa sono le conseguenze nel mondo? Lo spettatore non deve fare come Cobb, non deve vivere di ricordi, deve vedere il film e realizzarlo da sè. Lo spettatore deve fare come Ariadne, la protagonista morale del film, deve riuscire a capire i limiti tra bene e male, deve trovare soluzioni, deve vivere, supportare e sopportare, o infine improvvisare. Cobb è un personaggio, in fondo, malvagio, un antieroe implicito che vive di persona le conseguenze delle proprie azioni, come nei film dei Coen (in cui c’è sempre un fatto dal quale si diramano altri fatti spesso causati dalla stupidità delle azioni dei protagonisti – i serial killers di “Fargo”, l’allenatore di “Burn After Reading”, il veterano de “Il Grande Lebowski”). In quanto antieroe, anche le sue massime non sono affidabili.
Una teoria che è stata posta è che Cobb sia, addirittura, schizoide. Sa che i pezzi del sogno coincidono, e quindi sa che l’innesto è possibile, in quanto li ha visti cadere, distruggersi, dividendo la sua mente. Chi l’ha visto capirà: il finale è incredibilmente ambiguo e molti l’hanno letto, catastroficamente, in una maniera secondo la quale tutto il film è un sogno di Cobb. Ci potrebbe essere qualcosa da ridire, ma non completamente: sarebbe l’ennesimo pseudo-antieroe nolaniano che finisce per auto-ingannarsi. Ciò sin dal doppio inizio: si comincia con una prolessi (ovvero un anti-flashback, qualcosa che succederà in futuro) in cui Cobb si trova davanti a Saito invecchiato nel limbo e che si chiede cosa sta succedendo, avendo perso tutto, compresa la concezione di tempo e spazio (che rappresentano l’identità del film), ed essendo diventato dentro di sè un ‘uomo vecchio e pieno di rimpianti, destinato a morire da solo’. Da lì si passa al momento in cui Cobb, tempo addietro (e inizio della storia) era entrato insieme ad Arthur nei sogni di Saito, lavorando per la Cobol Inc., incaricati di rubare idee di cui non viene specificato nulla. Il palazzo è lo stesso della prolessi. La mente di Saito (il comprimario maschile più complesso, indubbiamente) ha ricostruito quindi, nella prolessi, un palazzo da sogno, letteralmente, rifacendosi ad un subconscio derivativo e ingannevole. Saito esiste davvero, nella prolessi? O è un’illusione creata da Cobb?
Il palazzo è troppo precisamente simile. E come si capisce dall’inizio della storia dopo la prolessi, il sogno era di secondo stadio, in un terzo, quindi, livello narrativo di un sogno dentro un sogno. Cobb dentro esso incontra la moglie Mal che sperava di non incontrare. Viene ingannato da ella, tramortisce le guardie (finte) di Saito, cerca di rubare le idee. Mal e Saito lo beccano e sparano al ginocchio di Arhur, in quanto il dolore può persistere nella realtà. Saito, Cobb e Athur si svegliano quindi nel primo stadio, un covo d’amore di Saito. E continua con Saito che capisce tutto, Cobb che diventa nemico della Cobol, Inc. e cose simili. Non è troppo importante. Quello che è importante è lo sviluppo mentale di Cobb, saltando la prolessi: entrare per rubare; lasciarsi ammaliare ed ingannare; provare a rubare; uscire; lasciarsi nuovamente ammaliare ed ingannare, stavolta da Saito che gli chiede la libertà. Parlando di Di Caprio si può creare un parallelismo con il suo personaggio in “The Departed” di Scorsese (Oscar al miglior film, regia, sceneggiatura – William Monahan – e montaggio – Thelma Schoonmaker nel 2007): un personaggio alla ricerca disperata della libertà, ma ancor meglio di un’identità, in cui l’amore per il mondo e per le persone non è che un’auto-analisi paradossale che finisce con l’automatico, indesiderato masochismo.

Apologia del trasformismo

Se “Inception” si può definire in due maniere veloci (sostantivo + aggettivo), sono blockbuster filosofico ed avventura onirica. Se Cobb si può definire in due maniere analoghe, sono antieroe romantico e mostro masochista. Forse anche nichilista. “Inception” si può definire, a questo punto, quasi come un finto non-noir. Essendo un’espressione un po’ confusa, specifichiamo: in un film noir spesso la violenza si contrappone alla mancanza di sentimenti e al taglio espressionista della regia, parlando di anni ’40 e ’50 soprattutto (ma non anche di film più recenti, anche solo “Seven”, 1995, “Il silenzio degli innocenti”, 1990, e “Mulholland Drive”, 2001, tutti noir impliciti). Eliminata la regia espressionista (Nolan è l’opposto), la mancanza dei sentimenti sembra qualcosa di assolutamente avverso all’identità del film, data la profonda storia d’amore tra Cobb e Mal. Ma è una storia d’amore o è solo finta disperazione? L’amore è qualcosa di vanesio in “Inception”, ed è analizzato in maniera profondamente cinica. Profondamente noir. Ma il taglio d’action e le frasi romantiche (volontariamente fatue) ingannano. “Inception” è il noir onirico di inizio millennio che verrà di più ricordato per la peculiarità di poter essere letto in decine di maniere diverse, tra le quali una che non molti hanno notato: un’apologia del trasformismo.

7isLS

Continua nel prossimo articolo, esattamente qui.

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