Inception, il piano di Nolan (parte II)

Eames, la chiave

(La prima parte di questo articolo è stata pubblicata qui).
“Inception” ha un protagonista assoluto: Dom Cobb. Ma ha anche 7 comprimari principali, ognuno con una funzione precisa: Arthur è il manovratore, colui che cerca di far andare tutto nel modo giusto, curando i particolari; Ariadne è l’architetto, la costruttrice quindi di tutto, la scenografa, utilizzando un termine filmico; Yusuf è il chimico, ovvero, utilizzando le parole dell’attore Dileep Rao (presente in “Avatar”) ‘un farmacista all’avanguardia che rappresenta una risorsa per persone come Cobb che desiderano svolgere questo lavoro senza alcuna supervisione o approvazione da parte di nessuno’; di Saito s’è già discusso abbastanza, il suo personaggio sarebbe il turista; Maurice Fischer è il bersaglio; Mal è l’ombra; e, infine, Eames. Eames è il falsario, il trasformista, il mostro, il freak, il personaggio positivo più negativo, l’ennesimo antieroe. E per la lettura più ostica di “Inception”, quella dell’apologia del trasformismo, è lui la chiave, proprio per la sua abilità di prendere le sembianze di chi gli pare all’interno dei sogni.

Eames, l’inganno

Lui è l’ingannatore. Il film è un inganno. Lo spettatore se non vuole essere vittima del film deve immedesimarsi in Eames. Bisogna vedere la storia di cui tutti sono vittime e allo stesso tempo nessuno è vittima attraverso gli occhi di chi più assomiglia ad un carnefice: l’antieroe di passaggio, cinico, menefreghista, curioso, forse vagamente omosessuale (e l’hanno capito le fangirls che fantasticano su di lui e Arthur), non privo di ironia. Perché si dovrebbe fare un’apologia, un discorso di difesa per il trasformismo? Non è niente di grave. Eppure “Inception” è un’apologia del trasformismo, è qualcosa che si pone tra lo spettatore e il tramutatore e chiede ad entrambi un giudizio positivo dell’altro.
Il tramutatore, Eames o volendo pure Nolan, si pone in piedi rispetto ad un ipotetico spettatore seduto: è in vantaggio, conosce il meccanismo. Lo spettatore è la vittima del film che non deve lasciarsi ingannare, deve comprendere e lasciarsi andare, osservare il film e giudicare in base a criteri soggettivi la persona che gli si para davanti. Un giudizio completamente oggettivo è forse impensabile per un film che va oltre i limiti e si pone a metà tra film illusivo e illusione filmica. Se ciò è un bene o un male lo possono stimare da sè solo i critici specializzati, forse, a suon di stellette sulle cineguide.
E, se la nemesi/controparte di Eames è Arthur, si può considerare in questi l’anti-immedesimazione dello spettatore, anche se non l’antagonista. Arhur è troppo preciso e troppo fuori dal caos che compone e scompone l’unità confusionaria del film. Cita Dostoevskij e crea una dimensione colta totalmente esterna al film, che dev’essere puro ragionamento grezzo. Un film privo di dimensioni culturali-citazionistiche ma allo stesso tempo pieno di citazioni letterarie: a partire da Ariadne, il ragno. Un po’ l’antitesi di tutto. “Inception” è caos in quanto contiene caos. Ariadne è l’architetto in senso stretto ma anche metaforico, costruttrice di trame, complotti, idee dalle conseguenze radicali che hanno sia una luce che un’ombra, ovvero Mal. Mal è il personaggio ovviamente più enigmatico del film, ma se lo si osserva da vicino non lo è: tutte le azioni sue sono state involontariamente comandate dal subconscio – o anche dall’inconscio – di Cobb, il cui Es non è più controllabile. Se si può individuare un antagonista, è il padre di Maurice Fischer, che si vede per poco. È lui che crea l’ordine, che crea la missione che i protagonisti devono svolgere, morendo. Il caos è l’ordine in “Inception”, film che è come la mente, mente che è come l’Es dentro il quale si svolge una storia coerente la cui unica funzione è quella di emozionare.

Nella scena in cui Maurice Fischer nel sogno si trova davanti al padre, si raggiunge un livello emotivo estremo: la musica dà i brividi, Fischer piange, la scena è una sorta di ribaltamento dello stereotipo del conflitto edipico e vi si può trovare mezza citazione da “La Coscienza di Zeno” di Svevo. Non a caso l’unico testimone di quella scena (in cui, per inteso, si assiste ad un inganno interno che è a sua volta un inganno esterno: Fischer crede di essere stato ingannato, ma il suo essere stato ingannato è un inganno; il caos regna sovrano nella mente piena di inutilità concrete dove l’astratto dovrebbe regnare incontrastato) è Eames che con cinismo non si lascia commuovere, aspetta che la scena finisca e accende le cariche. Il finale sembra lieto. Sembra.

L’enigma eterno

È meglio se chi non ha visto il film smette di leggere adesso, perché questa è un’analisi del finale. Il finale è ambiguo, già di culto, e si basa su un semplice oggetto: la trottola di Mal, ora in possesso di Cobb. La trottola di Mal è un totem, un oggetto che si porta dentro i sogni e che ha una caratteristica che può essere tale solo in essi. Per esempio, il totem di Arthur è un dado truccato che nei sogni è un dado normale (nel film non viene fatto capire troppo bene). La trottola invece nei sogni non smette mai di girare. Alla fine del film, Dom Cobb torna dai propri figli e riesce finalmente a vederli in volto. Per essere sicuro che non sia un sogno, prima di abbracciarli fa girare la trottola, ma preso dalla gioia è distratto e non la osserva mentre cade. I titoli di coda si bloccano mentre la trottola gira, anche se sembra sul punto di cadere.

Le opzioni sono tre: 1) la trottola dovrebbe cadere pochi secondi dopo; 2) Nolan è un furbacchione, vuole mettere il dubbio ma non sa nemmeno lui cosa significa l’inquadratura finale; 3) tutto il film, eccetto tutti (?) i flashback, è un sogno di Cobb. Ma è sufficiente un’analisi completa.
Innanzitutto, in una scena del film Cobb fa girare la trottola mentre è completamente da solo: in una stanza d’albergo con una pistola in mano pronta da puntarsi alla testa nel caso che la trottola non cada, per suicidarsi e svegliarsi. Ma la trottola in effetti cade, quindi ripone la pistola. La possibilità è che lui sia costantemente in sogno a Mombasa e si dia a poche pause giornaliere, insieme ai vari del posto che vengono sedati da Yusuf. Il sogno diventa la sua droga, specificando. Ciò si può capire nella scena in cui lui prova il sogno a Mombasa, si sveglia e va a provare a far girare la trottola nel bagno, ma essa cade immediatamente poiché si trova su di una superficie bagnata. Oppure ancora: la trottola è stata rubata da Cobb dentro un sogno della moglie, e chiaramente non si può rubare materialmente qualcosa in un sogno, ma solo concettualmente… a meno che la realtà non sia un sogno, appunto. “Inception” è una specie di matrioska filmica in cui i livelli narrativi si frappongono formando non poche incongruenze o forzature (Mal che si uccide per far suicidare Cobb, non pensando che poteva far prima uccidendolo e poi uccidendosi; Saito che riesce a fare operazioni assai complesse molto velocemente). Ma forse sono solo brutte incertezze di sceneggiatura. Se ne può discutere a lungo, comunque, di come sogno e realtà si incrocino creando spesso scelte stilistiche non sempre completamente riuscite. Il finale rivela l’identità derivativa di “Inception”: ma quanto? Del resto, basta aggiungere al già citato “Matrix” lo stile di Nolan ed un pizzico di “eXistenZ” di Cronenberg e il risultato è molto vicino a quello di questo bel film. Certo, l’ambiguità delle ultime inquadrature è stata forte e scioccante per molti internauti: un’illustre opinione ottimista è quella di Michael Caine, vincitore due volte dell’Oscar e presente nel film nel ruolo del suocero di Cobb, che dice «I giovani mi chiedono: “alla fine, quando compari, è un sogno o la realtà?”. È la realtà, se ci sono io, perchè non sono mai nel sogno». Benché sia un parere autorevole, molti fattori vanno contro di lui (tra i quali il fatto che è possibile che le poche scene con Caine siano in effetti parte del sogno). Sempre attorno al concetto della trottola-totem bisogna notare una genialata di Nolan di inserire implicitamente un secondo totem per Cobb, ovvero il suo anello nuziale, la sua fede, che indossa nei sogni e non nella realtà. Notata la sua assenza nell’ultimissima scena, bisognerebbe dar ragione a Michael Caine.

Fate il vostro giro

È necessario, dopo questa recensione-narrazione-analisi confusa, un riassunto. “Inception” è un ottimo film che parla di caos e di sogni riuscendo (con ottima perizia tecnica e ottimi attori) a mettere in scena momenti onirici senza entrare nell’astratto. Il protagonista, o meglio il personaggio che si vede di più, è Dom Cobb, interpretato da Leonardo Di Caprio, un antieroe inetto che si lascia ingannare, ma il vero personaggio in cui vi deve essere l’immedesimazione dello spettatore è Eames, un trasformista cinico che non si lascia ingannare dalle apprenze, dalle fattezze ingannevoli della forma concreta del film, e che rende possibile la lettura del film come un discorso di difesa per lui. “Inception” è ragionamento grezzo che porta ad un enorme grattacapo, è il modo che ha Nolan per porre ai fan un quesito: come risolvere il cubo di rubik? Come si può fare in modo che tutti i livelli narrativi, tutti i ‘dreams within dreams within dreams’ si sciolgano rivelando la realtà? Del resto, per riuscire a racchiudere l’essenza di tempo e spazio, bisogna avere nell’opera d’arte una certa estensione temporale e spaziale. Ed “Inception” lo dimostra, allargando o stringendo le inquadrature (allargandole nel limbo, stringendole a Mombasa), sfruttando gli effetti sonori, i colpi di scena fuorvianti, dilatando le pause dei dialoghi e delle scene d’azioni, utilizzando i paradossi come metafora del film stesso che a sua volta è una metafora amara della vita: per ottenere quello che si vuole, bisogna ricorrere ad atti infimi e difficili che spesso possono far ricordare gli errori della propria vita. Ed è ricordandoli che Cobb diventa vittima della propria fatuità e comprende che Ariadne, l’Arianna di Teseo, è la voce della ragione. Forse, però dare una lettura personale al finale può essere un modo per apprezzare di più il film, ma forse ancora è meglio non doverne dare uno ed apprezzarne la moltitudine di ambiguità e spazi vuoti.

Il messaggio implicito richiede allo spettatore di vedere il film poche volte. Sembra dire che Cobb vive male in quanto vive di ricordi, e il modo migliore con cui una persona può vivere il ricordo di “Inception” è rivedendoselo. Non è forse che Nolan ha paura che qualcuno si renda conto che l’impeccabile struttura è in realtà profondamente fragile?

7isLS

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