Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagioni 2 e 3

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(Le prime puntate di questa recensione le trovate: qui l’introduzione e qui il commento alla prima stagione).

Ogni stagione del Trono di spade è caratterizzato da un conflitto, si diceva, e la seconda stagione non sfugge alla regola.
In questo caso il nuovo conflitto è la necessaria continuazione del precedente: la ricerca di giustizia invana che Eddard Stark ha provato a mettere in atto deve giungere ad una doverosa conclusione, possibilmente mettendo sul trono il re giusto. Con un nuovo consiglio regale al cui capo c’è Joffrey e in cui la mano del re è suo nonno Tywin Lannister (Charles Dance), che ha mandato momentaneamente a far le sue veci Tyrion (che nella seconda stagione appare in tutti gli episodi), in tale ruolo assolutamente perfetto, e con molte persone ambenti al trono: Robb Stark cerca l’indipendenza del Nord ed entrambi i fratelli di Robert, l’ambizioso e glaciale Stannis (Stephen Dillane) e l’insicuro omosessuale Renly (Gethin Anthony), son pretendenti disposti ad uccidersi pur di averlo. Stannis ha dalla sua un nuovo culto monoteista basato sul Dio del Fuoco e sulla sua profetessa, l’inquietante e potentissima Lady Melisandre (Carice van Houten), mentre Renly ha semplicemente il potente esercito dei Tyrell, casata a cui appartiene una moglie che lui non ama (Margaery Tyrell, interpretata da Natalie Dormer) ed il suo amante, un romantico spadaccino (Loras, fratello di Margaery, interpretato da Finn Jones).
Mentre i Lannister si scontrano su come dev’essere mantenuto il regno, Sansa Stark vive come ostaggio nel palazzo reale, la sorella Arya fa avanti e indietro tra accampamenti amichevoli e prigionie sul campo di battaglia, e gli altri Stark trattano con nemici ed amici per continuare la guerra. Theon Stark comincia ad agire di testa sua e va in una direzione sbagliatissima causando il caos a Winterfell, e mentre all’estremo Nord Jon Snow si infiltra tra i selvaggi per sapere tutto il possibile sui loro piani, in Oriente la figlia del re schizofrenico spodestato, Daenerys, attraversa il deserto con un esercito sempre più piccolo e debole ma reso speranzoso dagli imponenti draghi della fanciulla, che di giorno in giorno crescono di forza e di dimensioni, fino a che non giungono nella città mercantile di Qarth dove non succede esattamente lo sperato.
È in arrivo una battaglia e tutti faranno del loro meglio per brillare durante essa.

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La seconda stagione si dimostra superiore alla prima in tutto per un semplice motivo: se la prima era costituita da un lento crescendo verso il caos assoluto, nella seconda, da un punto di vista narrativo, tutti sguazzano nel caos dal primo all’ultimo minuto. È impossibile mantenere sotto controllo tutte le relazioni interpersonali, non c’è una minima regolamentazione nella costituzione dei personaggi, e le sceneggiature vanno da tutte le parti in maniera profondamente libera e anarchica. Il nono episodio, scritto da Martin e diretto da Neil Marshall, dedicato completamente ad una battaglia tra l’esercito navale di Stannis e i Lannister, contiene delle scene d’azione dirette con una grazia ed un senso dell’epica unico, e la sceneggiatura è condita con dialoghi glaciali e perfettamente in linea con l’umore della serie.
Questa è la stagione dedicata di più al lato affascinante di Tyrion e alle sue capacità come rappacificatore o mediano, o semplicemente in alcuni momenti come capo, e tali enormi capacità finiscono o sprecate o fraintese a causa di un errore minimo o semplicemente non riconosciute perché nessuno avrebbe il coraggio di riconoscere qualche pregio ad un nano. Tutte le varie sottotrame si spezzettano molto di più rispetto alla prima stagione ed i personaggi sembrano tutti andare confusamente da una parte e dall’altra, separandosi sempre di più.
La sottotrama più disturbante è forse quella che gira attorno a Theon, che tradisce gli Stark cercando l’onore e finisce per diventare ancora più inetto e per cadere vittima dei propri abusi di potere esagerando in violenza e stupidaggine verso le persone con cui è cresciuto (e verso la casata di cui porta il nome). La sottotrama di Daenerys procede regolare giungendo ad un climax giusto nel finale: si segue la regina interpretata da Emilia Clarke e si comprende insieme a lei le difficoltà nel dover regnare e nell’avere il potere, ed il processo che la giovane sovrana compie, apparentemente sconnesso da quello del resto della trama, non serve ad altro se non a delineare il suo personaggio come una sorta di monarca ideale (per il perfetto bilanciamento di crudeltà e tenerezza), nonostante gli indubbi problemi nell’esserlo.
Per il resto, anche qui la serie è un crescendo, non in senso sociopolitico ma in senso emotivo, per come ogni episodio nega o conferma le svolte delle relazioni interpersonali espresse fino all’episodio precedente. Il climax è l’episodio della battaglia, ma il successivo episodio, il finale, più calmo e rilassato, ha comunque le sue sequenze di violenza, mistero, esplosione cromatica. Eccessi verbosi, musiche enfatiche, sottotrame vicendevolmente meno interessanti, montaggio confuso o troppo semplice: i difetti sono onnipresenti, ma sono meno evidenti che nella stagione precedente, insieme anche, forse purtroppo, alla quantità e alla qualità sia delle scene violente sia delle scene erotiche, di non poco contributo alla fama della serie. C’è anche un miglioramento nelle colonne sonore.
E passiamo alla terza stagione.

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Il conflitto principale anche stavolta è la continuazione del precedente, in questo caso la guerra scoppiata per il trono, ma è importante anche il conflitto tra Tyrion e la sua stessa famiglia e quello tra Jon ed il dilemma etico che lo divide tra i selvaggi e i guerrieri con cui è maturato. Mentre Brienne di Tarth (Gwendoline Christie) riporta Jaime verso la capitale, vengono pianificati grandi matrimoni tra la casata Tyrell e la casata Lannister: Margaery, aspirante regina, dovrebbe sposare Joffrey, e Loras dovrebbe sposare Cersei. Per par condicio e per non rendere inutile la presenza di Sansa Stark al palazzo reale, questa dovrebbe sposare Tyrion – e ciò non piace a nessuno dei due.
Nel frattempo, Arya fa conoscenza con varie persone più o meno gradevoli, Stannis continua imperterrito il proprio progetto di conquista del trono, Robb è pronto (ma non troppo) al peggio, Theon diventa vittima della spietatezza del karma, Bran (il piccolo Stark reso incapace di camminare dai Lannister) va verso il Nord per incontrare il «corvo con tre occhi» che rende inquieti i suoi sogni e, in terre più lontane, Daenerys approda nella baia degli schiavi dove avvia un progetto di conquista e liberazione.

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Questa terza stagione è considerata universalmente la stagione minore semplicemente perché è la più dispersiva e lenta, ma ha innumerevoli pregi ed episodi di alta qualità e solennità: la terza puntata si conclude con un lampo di violenza apprezzabile ma inaspettata (che scatena un approfondimento del personaggio di Jaime che lo rende lentamente un personaggio molto più apprezzabile rispetto alle stagioni precedenti), la quarta conferma la prepotenza visiva e concettuale della sottotrama di Daenerys con grezza enfasi e aumenta lo sviluppo caratteriale del personaggio di Varys, la sesta è costruita tutta attorno al significato di base di un monologo di Lord Baelish su cos’è il caos veramente ben costruito ed interessante, e la nona contiene un evento «epocale» che ha scioccato e demolito il pubblico di tutto il mondo, portandolo alle lacrime ed al panico, forse più per come è narrato visivamente che per cosa racconta: il celebre matrimonio rosso, riguardo al quale non scriverò una parola.
L’operazione rischiosissima della stagione si basa sul narrare un numero di eventi veramente minuscolo, lasciando che i momenti apicali rimangano sommersi tra decine di dialoghi, a volte prolissi o inutili, spesso minimalisti, sempre sottotono, quasi mai enfatici.
A molti non è piaciuto. Personalmente, nonostante io appunto pensi che questa sia la peggior stagione del Trono di spade, penso che sia un’operazione interessante, soprattutto per come la violenza tipica delle stagioni precedenti a volte si ritrova a scoppiare in situazioni narrative che funzionano prevalentemente per sottrazione, rendendo quindi l’enfasi sempre più inaspettata. È indubbio che alla lunga la soglia dell’attenzione tende a calare, ma l’effetto generale è comunque nobile – ed il successo spaventoso della nona puntata l’ha reso quasi un episodio dannato, spaventoso, temuto, e anche a ragione.
A domani per l’ultima parte (aggiornamento: qui).

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2 risposte a Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagioni 2 e 3

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