Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagione 4

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(Le altre puntate di questa recensione le trovate: qui l’introduzione, qui il commento alla prima stagione e qui il commento alla seconda e alla terza).

Il conflitto della quarta stagione è riassumibile con le parole «Tyrion Lannister vs il mondo»: viene compiuto un tragico omicidio a King’s Landing e l’ultimo gesto dell’ucciso consiste nel puntare l’indice verso Tyrion, dunque sotto processo.
Il suo animo più rabbioso ed individualista è in maggiore evidenza rispetto a prima, e ciò non è che un bene essendo uno dei personaggi più complessi ed interessanti della serie. Allo stesso modo, anche Arya cambia radicalmente, mostrando un lato più oscuro mentre attraversa i Sette Regni con il Mastino, e personaggi precedentemente troppo banali (come Jon Snow o Sansa Stark) o poco ambivalenti (Jaime Lannister) ottengono ulteriore utilità nei rispettivi processi narrativi: il rapporto tra Jon Snow e i selvaggi, l’istinto di sopravvivenza di Sansa col supporto di Baelish, il cambiamento etico del mondo di Jaime dopo le peripezie con Brienne. Nel frattempo Daenerys ha i primi veri screzi nel rapporto con il suo consigliere e migliore amico Jorah Mormont (Iain Glen).

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La quarta stagione è la mia preferita, semplicemente perché riprende tutti i pregi della seconda e li amplifica con un maggiore senso dell’oscurità, del male e della violenza. La stagione inizia con due episodi esplosivi e si conclude con un episodio-battaglia diretto da Neil Marshall (un po’ troppo esuberante nelle scene d’azione e nell’abuso degli effetti speciali e quindi meno interessante della precedente puntata del regista) e poi con un finale grande in tutto, in cui sia Arya sia Tyrion hanno i loro grandi momenti. Ma l’intera seconda parte della stagione mostra un equilibrio registico quadratissimo per una serie fantasy: tra il meraviglioso processo nel sesto episodio, lo sviluppo dei personaggi di Lord Baelish nel settimo e nell’ottavo episodio, in cui è presente anche un fantastico duello, si sente un continuo processo di miglioramento di sicurezza da parte di registi e sceneggiatori. Il cosiddetto matrimonio viola, tra Joffrey e Margaery, presente nel secondo episodio della stagione (scritto da Martin), è una scena girata con una perizia e una sensibilità allegorica personalissime, che rendono la macrosequenza una delle scene migliori di tutta la serie – presente, per gli appassionati di post-rock, un cammeo dei Sigur Ròs che suonano una loro versione di The rains of Castamere e vengon scacciati malevolmente da Joffrey.
Gli archi narrativi sono tutti bilanciati con umanità e semplicità e con il giusto tempo per tutti, anche se c’è forse troppa poca Daenerys. Il rapporto tra Tyrion ed il resto della famiglia Lannister, oltre che verso la sua prostituta preferita Shae (Sibel Kellili, ex-pornattrice tedesca), è curato con una tale minuzia nei piccoli particolari intimisti da essere paragonabile alle reti famigliari/Famigliari dei Soprano (tra Tony Soprano e Anthony Jr., per esempio) per dramma e forse anche per risultato – del resto, l’HBO ha sempre trattato in una maniera o nell’altra il tema della famiglia disfunzionale, spesso con accenni simili anche nella costruzione narrativa.
Irregolare magari nei picchi emozionali, e come sempre spesso verboso nei dilungamenti non narrativi, Il trono di spade raggiunge alla quarta stagione uno status di culto tale che è costretto a scegliere tra due vie: rivoluzionarsi completamente o continuare sulla stessa strada con qualcosa in più o in meno. La scelta giusta è ovviamente la seconda: Benioff, Weiss & co. rendono i personaggi stessi più importanti dei loro archi narrativi, perché lo spettatore, l’appassionato o addirittura semplicemente chi si è fissato con la serie ormai non è più tanto condizionato dalla narrazione quanto dal piacere di seguire i personaggi che tanto ama, guidati nelle azioni e nelle parole dagli sceneggiatori che ha imparato ad apprezzare (oppure odiare) e nelle espressioni facciali e nelle emozioni dagli attori a cui si è affezionato. È una questione di semplice proseguimento della linea retta condotta da Tim Van Patten con tanta maestria nei primi episodi, giunta ad un apice assoluto nella seconda metà di questa stagione.

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Concludendo. Per ora. Con Harry Potter, prima che con Il signore degli anelli.
Perché tirare in ballo, parlando di questa serie, di nuovo Harry Potter? Il successo delle due saghe, il numero ufficiale dei libri ed il fatto che Rowling e Martin si conoscano quasi mi costringono. Inoltre, le affermazioni contrarie dell’una e dell’altro rispetto al far morire i personaggi delle proprie saghe sono esilaranti: come la Rowling dice che si sente in colpa nel far morire i suoi personaggi, Martin dice che si diverte a vedere che effetto può fare creare situazioni in cui il lettore è convinto che l’eroe sopravviverà perché è l’eroe, ma poi le cose non vanno come immaginato – creando una situazione un po’ anti-Aragorn, o forse addirittura anti-Tolkien.

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È un discorso interessante, quello di George R. R. Martin, che usa ogni espediente narrativo possibile per creare una situazione stratificata e complessa di giochi di potere ridondanti: incesto, omicidio, e perfino una sorta di innaturale realismo per una situazione fantasy rendono il mondo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco un universo terribile oltre che una riflessione sul mondo reale molto più palese e meno eccessivamente barocca di come potrebbe essere stata l’enorme allegoria della prima guerra mondiale nel Signore degli Anelli di Tolkien. Questa brutalità di fondo serve a Martin per approfondire non gli organismi politici ed i loro movimenti, ma semplicemente gli impulsi umani verso il peccato, la ricerca di desiderio, potere e violenza – o giustizia, e spesso chi cerca quest’ultima finisce con la propria testa ficcata su di una picca.
Dialoghi eccessivamente verbosi, stereotipati e pieni di spiegoni irrealistici invece forniscono un lato più ironico a quest’universo, a quest’immaginario così complesso e spesso volontariamente artificioso, come se l’autore cercasse di suggerire che, nonostante gli impulsi descritti sono reali, i personaggi non lo sono, e si può ridere delle loro ricerche disperate di attenzione o di onore.
A volte viene usata la malinconia, a volte la rabbia, a volte l’indifferenza, ma Il trono di spade riesce a rappresentare alla perfezione le emozioni di fronte a queste ricerche egoistiche ed assolutamente umane, soprattutto nei personaggi in cui è più facile immedesimarsi, come Arya Stark, che essendo giovane ed innocente è impreparata come lo spettatore di fronte agli orrori che deve affrontare, ma si adegua con invidiabile noncuranza ed ironia (questo almeno dopo la prima stagione, spesso tragica dal suo punto di vista), e Tyrion Lannister, in quanto il suo punto di vista da vittima naturale del destino lo rende, principalmente, l’anello debole (e quello buono, schietto) della nobiltà di Westeros, un personaggio borghesotto ma indipendente ed intelligente, preso in giro da tutti per la sua forma fisica e per reati che non ha commesso.
C’è un senso onnipresente del «politicamente scorretto», dell’individualismo e della meta-finzione: Martin descrive la corruzione e nel frattempo pone lo spettatore o il lettore in una situazione di corruzione, spingendolo a parteggiare e sperare in cose atroci, mettendolo a parte delle peggiori nefandezze ma (ovviamente) impedendogli di intervenire sull’opera a portare un’utopica giustizia, e facendolo cpsì sentire in una situazione di colpevolezza ed impotenza di fronte alla violenza.

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Nel senso meta-fittizio citato mentre spiegavo la prima stagione, il mondo ingiusto e corrotto del Trono di spade è più che mai un mondo irritante per lo spettatore che non può combatterlo se non continuando a guardare sperando per il meglio, un meglio che spesso non si avvera. Si può dire forse che l’opera gira alla perfezione attorno ad una rilettura ampia e completa dell’apologo dell’usignolo e dello sparviero di Esiodo, facendo vedere forti che schiacciano deboli e ponendo lo spettatore in una situazione di impotenza di fronte alla brutalità di personaggi come Joffrey o soprattutto Cersei.
Chiaramente ci sono le eccezioni, e sono quelle a rendere Il trono di spade lontano dalla semplice cattiveria gratuito. Ma il principale pregio della serie, oltre a quello di aver creato un proprio immaginario complesso capace di stratificarsi alla perfezione nel volgere di pochi anni, è la serenità, la rilassatezza tipicamente HBO con cui mostra le mostruosità di cui è capace l’uomo. Non dice mai esplicitamente quando un personaggio va odiato o amato e cerca sempre il più possibile di mostrare tutti i loro lati etici. Sì, è vero, Joffrey e Cersei non sono proprio rappresentati come amabili, ma anche loro hanno un sacco di fan (oh be’, capita). Questa sensazione di rilassatezza è usata come interessante apporto stilistico per facilitare nell’appassionato l’assorbimento di una tale marea montante di ingiustizie con crescente… ironia. L’ironia tipica di uno scrittore, sovrano del proprio regno di finzione corrotta, che si prende gioco dei propri lettori/cittadini mostrando giochi di potere che rimandano, in un modo o nell’altro, più al rapporto tra lo scrittore/dittatore e i propri seguaci che non a un rapporto di vera e propria sottomissione politica – più a un discorso metaletterario che non a uno interno al romanzo. Si potrebbe dire, semplificando forse eccessivamente, che certi personaggi non muoiono per logiche interne al mondo del Trono di spade, ma perché piacciono troppo ai lettori.
Ho scritto, nelle scorse puntate di questa recensione, che al centro del Trono di spade c’è la ricerca del senso dietro gli impulsi umani, ma essa è forse oscurata dall’approccio sarcastico e pacioccone con cui Martin tratta personaggi, lettori, spettatori, perfino il mondo che ha creato nella sua completezza.
Concludendo davvero: la serie tv è un ottimo prodotto d’intrattenimento fondato sull’autoironia di chi ha creato i personaggi e sullo sviluppo degli stessi. Non è troppo profondo, è spesso verboso ed eccessivo, ma è divertentissimo, affascinante e perciò, anche se non è assolutamente ai livelli dei capolavori HBO, ti tiene lì.
E se si considera che non è neanche a metà del proprio percorso narrativo, ed è già storia, e che i margini di miglioramento ci sono tutti, be’, come si fa a non consigliarne la visione?

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