Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagione 1

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(La prima puntata la trovate qui).

Ogni stagione si basa essenzialmente su di un singolo conflitto, e la prima ruota attorno alla lotta tra la casa Stark e la casa Lannister nei Sette Regni di Westeros. Meno essenzialmente, gli eventi scatenanti che portano allo svolgersi delle varie vicende sono molteplici: innanzitutto, muore in circostante misteriose Jon Arryn, la mano del re (ovvero, il consigliere militare e la persona più importante del regno dopo il re stesso), al che il re Robert Baratheon (interpretato da Mark Addy), un ubriacone viziato e grasso che è salito sul trono per aver sconfitto in ribellione il precedente monarca schizofrenico, decide di nominare al posto di Arryn il vecchio amico Eddard Stark (Sean Bean), precedentemente la persona più importante del più grande dei Sette Regni, il freddo e tortuoso Nord; poi, durante il soggiorno del re nella città degli Stark, Winterfell, il secondo figlio più piccolo di Eddard, Brandon (Isaac Hempstead-Wright), arrampicandosi su di una torre, scorge la moglie del Re, Cersei Lannister (Lena Headey), mentre fa l’amore con il proprio fratello Jaime (Nikolaj Coster-Waldau), e i due, spaventati che il bambino possa diffondere la notizia, lo buttano di sotto, portandolo in un breve coma e paralizzandolo dalla vita in giù oltre che facendogli dimenticare ciò che ha visto (e creando una crescente paranoia nella famiglia Stark); ultimo ma non per importanza è il fatto che Robert è un re stimato da tutti ma più come guerriero che come monarca, e sono in molti ad ambire al trono o semplicemente al voler buttare Robert giù da esso, anche con la violenza: tra questi pure la moglie, che vorrebbe l’amato fratello come mano del re e come re il viziato figlio Joffrey (Jack Gleeson), promesso sposo di una figlia di Eddard, Sansa (Sophie Turner), ed erede diretto alla corona, ma probabilmente figlio di Jaime e non di Robert; non è finita: la figura più interessante e pericolosa è Daenerys Targaryen (Emilia Clarke), una bella giovane dai capelli chiarissimi, figlia del re schizofrenico sconfitto da Robert, che dall’Oriente intende conquistare i Sette Regni con un esercito di selvaggi comandati da suo marito, l’imponente e brutale Khal Drogo (Jason Momoa).
Tra gli altri personaggi non nominati degni di nota ci sono indubbiamente Jon Snow (Kit Harington), figlio bastardo di Eddard che parte per l’estremo Nord dove l’umanità sta per combattere contro la più pericolosa delle minacce che pendono su Westeros, ovvero gli antichi e misteriosi «camminatori bianchi», i white walkers, Arya Stark (Maisie Williams), giovane aspirante spadaccina che da bambina innocente ma coraggiosa diventa lentamente uno dei personaggi più complessi in assoluto, suo fratello Robb (Richard Madden), il vero e proprio guerriero della famiglia Stark, ed il suo migliore amico Theon Greyjoy (Alfie Allen), un mezzo inetto confuso dal rapporto tra la propria casata e quella degli Stark, Tyrion Lannister (Peter Dinklage, vincitore di Emmy e Golden Globe per questo ruolo e sotto certi punti di vista vero protagonista della serie), nano fratello di Jaime e Cersei trattato male da tutti ma che è tra i pochi Lannister ad usare i propri soldi ed il proprio potere con una propria coerenza, senza cercare sempre di essere più potente del prossimo, e i vari membri del consiglio regio, tra i quali spiccano l’eunuco Varys (Conleth Hill), che fa di tutto per il bene del regno spiando il prossimo e agendo per conto proprio senza farsi antipatico nessuno con il maggiore livello possibile di eleganza, e il pappone Petyr Baelish (Aidan Gillen), innamorato della moglie (Michelle Fairley) di Eddard Stark e completamente privo di vergogna, deciso a tradire il prossimo con menefreghismo per puro amore verso il potere, il denaro e soprattutto sé stesso, ed in conclusione il Mastino (Rory McCann), guardia del corpo dei Lannister meno succube di quello che sembra.

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10 puntate di un’ora l’una possono raccontare mille storie. Non voglio scendere ad esagerate spiegazioni, ma sento come il bisogno di non tralasciare il più possibile. Riuscirò?
I primi due episodi, Winter is coming («L’inverno sta arrivando» è il motto di casa Stark) e The kingsguard, entrambi diretti da Tim Van Patten, sono essenziali, quadrati e compatti, perfettamente in linea con lo stile HBO, senza mai eccedere in virtuosismi stilistici e raccontando con crudezza e semplicità gli eventi, mostrando un’ottima capacità fotografica e scenografica, una bellissima fattura dei costumi e costruzione degli ambienti,  buoni effetti speciali, dialoghi ben ritmati e un cast prevalentemente british (!) calibrato alla perfezione. Gli eventi più drammatici vengono delineati senza eccessi di enfasi ma con le dovute vibrazioni seriose e i momenti più spensierati sono perfettamente in linea con un senso di ironia universale che permea l’intera serie (pur se a prevalere è il dramma). Insomma, Van Patten ha iniziato la serie con il piede giusto, dando una lezione di regia che ha determinato poi lo svolgimento del mestiere per tutti i successori. La sigla, inoltre, è meravigliosa, minuziosa ed epica nella sua semplicità e cura.
Dalla terza puntata sembra esserci una minore compattezza, ma viene spazzata via con la potenza della sottotrama che coinvolge Tyrion Lannister, preso come ostaggio da Catelyn Stark e sua sorella, Lady Arryn (Kate Dickie), accusato di aver tentato di uccidere il piccolo Brandon – reato con cui il nano non c’entra assolutamente niente. Mentre Eddard Stark continua la sua lotta per la giustizia incontrando pochi amici e molte difficoltà, soprattutto tra i Lannister ma anche presso il fidato re, c’è violenza ad ogni angolo ed una sensazione crescente che stia per succedere qualcosa di indefinito ma di spiacevole.
Cominciano grandi e piccole guerre tra i Lannister e gli Stark, con un crescendo che va sempre più lontano dall’ordine e sempre più vicino al caos, con conseguenze spesso insospettabili. Il climax dura dalla settima puntata alla nona, senza dare la soddisfazione di un lieto fine, trasformando Joffrey da un bimbo viziato ad uno dei personaggi più odiati della storia della tv e aumentando di spessore molti personaggi, soprattutto Arya Stark. La sensazione che si ha nella serie è che, eccetto per la primissima scena del primo episodio e per l’ultimissima, enfatica scena dell’ultimo, potrebbe benissimo essere una storia medievale in una terra inesistente senza il bisogno dell’etichetta «fantasy»: è come se fosse una sorta di lenta rivelazione, come se ci fosse un mondo corrotto ma ordinato che diventa sempre più complicato più si addentra la magia, nonostante essa non abbia un grande impatto su tali eventi di corruzione e caos.

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C’è anche una profonda ironia nella maniera con cui vengono trattati gli elementi fantasy. La prima stagione del Trono di spade, in questo senso, è una serie HBO adatta ed interessante, e come il resto della serie è più vicina forse a House of cards che non a Il signore degli anelli, ma anche più complicata della serie con Kevin Spacey (almeno per quel che ho visto: non sono riuscito a concludere la prima stagione di House of cards) in quanto non cerca semplicemente di descrivere la corruzione tramite dialoghi brillanti con continuo muoversi di ingranaggi narrativi insanguinati, bensì tenta di bilanciare i silenzi o le pause dalla narrazione per dedicarsi allo sviluppo dei personaggi con una giusta dedizione verso un’enorme semplicità nelle intenzioni: denunciare la condizione umana, che per Martin è il motore della storia della letteratura a prescindere dal genere.
Denunciare la condizione umana significa automaticamente denunciare le paure dell’uomo, e la sua dedizione ai sette peccati capitali: come la Lussuria di un re che preferisce la compagnia di una prostituta alla luminosità di uno scettro o di una corona, l’Invidia di una casata verso le cariche ed i denari di un’altra, la Superbia di una regina che intende aggirare il prossimo fino alla nausea pur di rimanere nella propria posizione, temuta da tutti, l’Ira di chi vuole combattere il prossimo per motivi di giustizia o ingiustizia, l’Accidia di chi non ha la verve per combattere con le proprie mani ed il proprio sangue per il bene del reame (anche se il buon Varys ha senza dubbio comunque abbastanza coraggio per difendere se stesso ed il reame a parole), la Gola necessaria per una torta, un pollo o un bicchiere di vino di troppo in situazioni non adeguate, e l’Avarizia o Cupidigia di soldi, denaro, uno dei motori del mondo.
A domani (aggiornamento: qui).

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