Il palco di Jovanotti e le “M&M’s” marroni

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Francesco Pinna, 20 anni, è morto e altre sette persone sono rimaste ferite, due mesi fa nel crollo avvenuto durante il montaggio del palco del concerto di Lorenzo “Jovanotti” al palasport di Trieste. A crollare, a quanto pare, sarebbe stato il «ground support», un’impalcatura che alloggia altoparlanti e riflettori. L’indagine, a quanto è dato sapere, è ancora in corso e sono stati spediti nove avvisi di garanzia a dirigenti e funzionari delle ditte incaricate di realizzare il palco in acciaio. Qui non si intende indicare responsabili, o individuare responsabilità sull’incidente, ma cercare di dare un piccolo contributo perchè fatti del genere non si ripetano più. L’allestimento dei palchi dei concerti è da almeno vent’anni un lavoro particolarmente delicato, perchè il tempo a disposizione è sempre ristretto e perchè le attrezzature sono sempre più complesse. Proprio per questo, e visti i numerosi problemi, i Van Halen inserirono nei contratti dei loro concerti la clausola I26 che richiedeva nel back stage “una ciotola piena di M&M’s senza confetti di colore marrone”. Il fatto è raccontato da David Lee Roth nella sua autobiografia, ma è stato ripreso con intenti diversi da Atul Gawande nel suo recente “Checklist“:

I Van Halen furono la prima band ad affidare al terziario, ad aziende di servizi, produzioni enormi. Arrivavamo sul luogo dei concerti con nove Tir carichi di attrezzature, quando in media gli altri gruppi rock si servivano al massimo di tre furgoni. E gli errori tecnici erano innumerevoli – le travi non reggevano il peso, il pavimento cedeva, le porte erano troppo piccole per farci passare i macchinari. La quantità di attrezzature e di addetti era così spropositata che l’atto integrativo del contratto di produzione sembrava un volume delle pagine gialle cinesi”. Ed ecco allora che in mezzo a quella foresta di codici e codicilli aveva fatto nascondere, come una minuscola cartina al tornasole, l’articolo I26, ovvero la clausola che proibiva le M&M’s marroni. “Quando arrivavo nel backstage, se nella ciotola vedevo una caramella marrone, ci mettevamo a controllare riga per riga l’intera produzione. Stai tranquillo che sarebbe spuntato un errore tecnico… Stai tranquillo che saremmo incappati in qualche problema.

Quel codice, quindi, non era un capriccio da star, ma serviva a verificare che tutto fosse fatto con la massima attenzione. E’ evidente che a Trieste, invece, qualcosa non ha funzionato, e che se la si archivia come “tragica fatalità” si rischia che possa capitare nuovamente. Certi lavori vanno fatti con la dovuta attenzione, non solo nei palasport, e Gawande spiega nel suo libro quante vite si possano salvare grazie ad un approccio diverso e alle checklist, ma su questo torneremo. Intanto, la clausola I26 andrebbe imposta in tutti i contratti per i concerti, magari cambiando il colore degli M&M’s, per evitare che qualcuno faccia il furbo.

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