Il Lisa Simpson Book Club

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Grazie agli amici di Con altri mezzi (ma siamo amici? loro lo sanno? spero proprio che ricambino i miei sentimenti) ho trovato un Tumblr (la nota piattaforma per bloggare & ribloggare) spettacolare. Ecco, l’aggettivo giusto è proprio questo: «spettacolare». A voler essere precisi l’operazione è perfettamente in linea con i nostri tempi hipster e non c’è da meravigliarsi se il blog in questione compariva in un post «conaltrimezziano» dal titolo: I 15 Tumblr più fighi della rete. Dicevo che non c’è da stupirsi, e dunque l’uso dello «spettacolare» potrebbe subito ridimensionarsi, perché il blog in questione raccoglie tutti i libri che Lisa Simpson legge nell’omonima e ultracelebre serie tv sulla famiglia più gialla d’America.

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Un Tumblr dove sono postati fotogrammi di Lisa in compagnia delle sue letture preferite. Ricordo quando vidi i Simpson per la prima volta. Non credo fosse il 1987, data in cui le creature di Matt Groening comparvero sugli schermi degli Stati Uniti; forse era più tardi, forse Homer, Marge, Bart, Lisa e la piccola Maggie erano all’esordio italiano, ma l’impatto che ebbero su di me fu decisivo. Cartoni animati brutti, personaggi perlopiù stupidi, un padre scemo che spesso picchia suo figlio, una madre dalla testa a casco di banane (e blu) volitiva e sovente destinata allo scacco, un figlio semplicemente teppista e una infante che non parla mai, impassibile e senza parole, paradigma del mutismo dei figli di fronte al ritratto impietoso della famiglia americana. L’ironia, il pazzo divertimento che mi faceva accendere la tv alle 14, appena tornato da scuola, vennero dopo; all’inizio, in quel momento aurorale, c’era solo lo choc di vedere degli idioti trasmessi in tv, da quel mezzo che fino a poco tempo prima era stato solo della meraviglia (Disney) o della violenza (gli anime delle emittenti regionali). La stupidità in cartoon non l’avevo mai vista.

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Chissà che effetto fecero alla prima famiglia americana che vide i Simpson sullo schermo. Forse si riconobbero e la rifiutarono; forse l’accolsero con estremo distacco e freddezza o con la stessa naturalezza che immagineresti un idiota alla Homer accoglierebbe il ritratto di se stesso. Fatto sta che ormai sono quasi trent’anni e i Simpson reggono alla grande. E reggono perché la formula è sempre la stessa ed equilibrata; una formula che bilancia le strategie narrative, dove ogni episodio comincia con una premessa che si rivela solo un pretesto per raccontare una storia non prevista dai logici sviluppi ipotizzabili, insieme alle caratterizzazioni dei personaggi: Homer, idiota mitico, Bart, flagello scolastico e puro infantile anarchismo alla Sid Vicious, Marge, devota e non priva di colpi di genio e Lisa, appunto. Lisa, la vegetariana, la vegana, l’intellettuale, la prima della classe, l’emancipata, quella che a 7 anni è destinata a mollare Springfield e andarsene a New York. L’aspirazione della piccola Lisa, anche attraverso le letture che fa, è New York. Facile immaginarla come un personaggio alla Philip Roth, che rinnega la sua famiglia perché indifendibile e si costruisce un’ipocrita esistenza borghese nella Grande Mela.

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Lisa Simpson è la più cristallina rappresentazione dell’intellettuale americano: nichilista e sprezzante, snob e naif, tiene a distanza una famiglia che vede come tara ereditaria da sconfiggere evitandola. Vittima di una famiglia «media», che preferisce l’hot dog a un gruppo di lettura e una serata davanti ai violentissimi cartoon di Grattachecca e Fichetto anziché ascoltare la radio. Lisa Simpson, benché abbia un aspetto raffinato, ha anche l’inevitabile provincialismo intellettuale di chi viene da una provincia dove la maggioranza delle persone beve schifezze zuccherose e s’ingozza di grassi. Anzi, a pensarci bene Lisa è un personaggio fondamentalmente tragicomico, perché il desiderio rancoroso di fuga innesca il destino di fallimento. Grazia e miseria della provincia, microcosmo che anticipa tutto il meglio e tutto il peggio del mondo, esercizio alla vita che si ripete come ginnastica biografica, ma non diventa mai «vita». Allora Lisa «deve» leggere Sylvia Plath e cercare i suoi modelli culturali altrove, in mezzo a bambocci tronfi, perché i tempi cambiano, privi di quelle correnti di protesta trasversali e panamericane che erano i cortei studenteschi o i forum di discussione universitari. Lisa vive nella famiglia, avamposto della civiltà che da nido si fa prigione e benché cerchi proprio quei fantasmi del ’68 le sue giornate devono fare i conti con Homer e Bart, ovvero la demenza sistematica e l’irrisione nichilista e senza progetto di un piccolo e ingenuotto punk di provincia, corteggiata dall’insulso Milhouse (l’occhialuto timidone che però conosce scatti di rabbia imprevedibile e che è talmente inserito nel suo squallore borghese da riecheggiare, anche nel nome, un altro selvaggio personaggio pubblico: Richard Milhouse Nixon) e preda di scherzi e incomprensioni.

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Certo, in quell’alba di Simpson, quando sulla mia tv apparvero questi inediti omini gialli, disegnati male e dai comportamenti privi di fascino, non sapevo niente di satira americana, di cartoonisti sulfurei alla Ralph Bansky. Vedevo solo quelle immagini e ne ero repulso e attratto al tempo stesso. Non sapevo nulla d’intellettuali e di famiglia. E forse non ne so nulla neanche ora.

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Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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