Il fenomeno degli scrittori

Franz Kafka

Franz Kafka

Leggendo questo post ho pensato a un’espressione degli anglosassoni: «the story faced man», l’uomo con le storie tatuate in faccia. Ogni ruga un racconto, ogni solco sugli zigomi, intorno al cerchio degli occhi una faccenda da svelare. In ogni dente scheggiato, in ogni screpolatura delle labbra un sussidiario si spiega. Ho sempre invidiato chi sa disegnare. È più che un’invidia. Ormai ho raggiunto la consapevolezza che le mie mani si ribellano alla matita e al foglio bianco, che si tratti di creare dal nuovo o di copiare da modelli. Non c’è verso: non so disegnare. Comunque vivo abbastanza bene lo stesso. Nei limiti, insomma.

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

Uno scrittore deve necessariamente avere le storie scritte in faccia. Bukowski diceva che laddove ci sono adunanze di poliziotti allora lo scrittore deve tuffarcisi. «Il tuo lavoro ha bisogno della vita», concludeva. Bel tipo Bukowski. E anche un tantino sopravvalutato, ma è difficile trattenersi di fronte alle sue esternazioni umorali, di fronte alla sua reale e profonda (e anche un po’ superficiale, perché tutta in superficie, perché tutta-detta) comprensione della realtà, della natura umana, delle deviazioni dei rapporti e dunque anche della loro ideale purezza. Uno come il vecchio Chinaski, che si sveglia al mattino alla pensilina di un Greyhound, completamente fradicio dalla notte precedente, in pieno accordo con ogni singola creatura del cosmo, è pronto per farsi innamorare.

Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.

Charles Bukowski.

Chiunque abbia pensato a questi ritratti ha preso alla lettera l’idea degli scrittori con la propria storia scritta in viso. Ogni tratto del ritratto (pardon!) è una frase di un’opera celebre dello scrittore ritratto, per l’appunto. E per ogni volto un libro da riscoprire.

James Joyce

James Joyce

Kafka, La metamorfosi (1915), Joyce, Ulisse (1922), Walt Whitman, Foglie d’erba (1855), Baudelaire, I fiori del male (1857), Borges, Il miracolo segreto (1944).
A pensarci bene il punto di tutta la questione è che questa raffinata opera di grafica è un modo per ricordarci che questi classici dell’epoca contemporanea (difatti il più vecchio della compagine, Baudelaire, è il guardiano sulla soglia della modernità) esistono. Questi story faced men vivono delle loro parole, esistono per le loro parole. Pura fenomenologia, puro segno, sono il sogno erotico di uno strutturalista. Sono le parole, demone oscuro, virus del pensiero, che fanno di uno scrittore uno scrittore. Ciascuno di noi vive nel linguaggio, come ben sapeva Wittgestein: gli scrittori esistono in virtù delle parole che hanno detto. Terribile, se pensate a quelli che vogliono essere scrittori e non ce la fanno, quegli inediti che scompaiono. Loro sono passati senza esistere, ma del resto tutta la letteratura è un transito di fantasmi. Su questo non ci piove.

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire

È così denso di ispirazione e rigenerazione avere queste immagini sott’occhio. Vorrei tatuarmele su una maglia o addosso o magari sovrapporre il loro viso al mio viso. Mi fanno pensare che si può vivere e continuare a vivere delle proprie parole. È l’onestà della scrittura: le parole che hai scritto te le porti in faccia. Orgoglio e maledizione. E visto che lo abbiamo citato mi piace pensare anche al vecchio Wittgestein, che dopo tutto il furore della filosofia, si mise a fare il giardiniere in un convento. Certo, poi la filosofia tornò a bruciare, ma era stata fatta la scelta del silenzio. Non so, mi pare un ottimo modo per fare esercizi di scomparsa. E poi ci sono le rose, voglio dire, è tutta un’altra cosa.

Walt Whitman

Walt Whitman

p.s.
Grazie alla Libreria Immaginaria per il «suggerimento».

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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