I migliori 35 film del 2015: 35-20

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È arrivato come al solito il tempo dei bilanci. I migliori dischi dell’anno verranno dopo, per ora dedichiamoci ai migliori film del 2015, con una bella collezione di 35 opere molto diverse. Questa lista include solamente film del 2015, usciti ai festival o nelle sale, e non film del 2014 usciti in sala quest’anno (esclusi quindi, per esempio, film enormi come National Gallery di Frederick Wiseman o Vizio di forma di Paul Thomas Anderson): insomma, più dei consigli categorici su ciò che va visto che consigli precisi su ciò che è recuperabile in maniera immediata.
Anche perché così riesco a interrompere la terza serie di fila (i migliori film per decade e i migliori registi di ogni tempo), e ormai sarà chiaro a tutti che punto al Guinness. Però state tranquilli, questa la finisco domani.
Tornando alla classifica: sono esclusi anche mediometraggi e cortometraggi (sennò sarebbero inclusi, tra gli altri: 2015 Rolling di Apichatpong Weerasethakul A distant episode di Ben Rivers, No No Sleep di Tsai Ming-Liang, Variations on a theme by Michael Snow, nell’immagine sopra, di Stephen Broomer e Junun di Paul Thomas Anderson, e altro).
I due grandi esclusi: il meraviglioso cartone animato Pixar Inside Out di Pete Docter in quanto troppo alieno dal tipo di cinema qui inserito (tuttavia, sarebbe in una posizione molto alta); e il film postumo di Manoel De Oliveira, Memorie e confessioni, non solo perché è un film girato e composto nel 1985 e uscito adesso, ma anche perché è un film complicatissimo che necessita una seconda visione che non so quando avrò la possibilità di fare.
Il seguito domani, qui. Buona lettura/visione.


migliori35_3535. Dheepan di Jacques Audiard
Palma d’Oro a Cannes per il miglior film di Jacques Audiard (dopo Il profeta, 2009), che abbandona la finta intensità dei suoi drammi «socio-fisici», stile Un sapore di ruggine e ossa (2012), per un film sull’immigrazione in Francia che evita i clichè del genere e, in un crescendo di tensione umana, si avvicina stilisticamente tanto al neorealismo quanto al documentarismo di Sylvaine George, con conclusiva ed emozionante esplosione di violenza.

migliori35_3434. Love & Peace di Sion Sono
Sion Sono ha avuto, nel 2015, l’anno più prolifico della sua carriera, regalando al mondo ben 5 film di diversa qualità ma anche dal diverso stile, dal diverso contenuto. Nonostante uno sia ancora introvabile e uno (Shinjuku Swan) sia tra i punti più bassi della sua filmografia, l’attesissimo Love & Peace è, degli altri tre, il meno emotivamente devastante. Film natalizio parodistico che però riesce a conferire umanità ai personaggi più impensabili (bambole o tartarughe), questa tragicommedia surreale è un film punk nello spirito: emoziona e diverte sprigionando desiderio di libertà, con una sincerità ottimista che in Sion Sono non si vede dai tempi di Utsushimi (2000).

migliori35_3333. L’infinita fabbrica del Duomo di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti
D’Anolfi e Parenti sono la coppia di documentaristi più attiva in Italia. Giunti al loro quarto documentario assieme, compongono un film paradossale che mischia impensabilmente due generi praticamente opposti: il documentario e la fiaba. Parlando della nascita e della composizione della Chiesa architettonicamente più sopravvalutata d’Italia (il Duomo di Milano), i due autori si dedicano ad un documentario quasi senza figure umane composto da bellissime immagini accompagnate da didascalie che denotano mistero poetico e favolesco, componendo un quadro in cui realismo, vero didascalismo o geometrismo sono dipinte con tanta perizia da essere altro.

migliori35_3232. O prefeito di Bruno Safadi
Il brasiliano Julio Bressane nel 2015 ha preso dei suoi assidui, giovani collaboratori, Moa Batsow, Bruno Safadi e Rodrigo Lima, e ha composto la tetralogia della Tela brilhadora, che in portoghese significa «tela che brilla» e dunque schermo cinematografico. I quattro film sono di qualità altalenante, ma Safadi con O prefeito (il prefetto, il sindaco) compone un vero e proprio dissacrante film buñueliano che distrugge a livello sociopolitico il ruolo della democrazia con buffonerie cupe e allegorie agghiaccianti, conferendo al divertente protagonista una doppia faccia tragica simile a quella dei personaggi di Orson Welles.

migliori35_3131. Non essere cattivo di Claudio Caligari
Claudio Caligari, l’ultimo neorealista (o forse meglio dire post-neorealista), è morto mentre girava Non essere cattivo, ultimo dei suoi tre film. Riprendendo in maniera diretta il suo esordio capolavoro Amore tossico (1983), Non essere cattivo è un continuo fuoricampo tragicomico della vita e dell’umanità di un gruppetto di coatti romani tra droga e discontrolli, spaccio e sesso, sessismi vari e tentativi di assunzione. Con scene oniriche e allucinazioni sporadiche, il grande autore italiano porta lo spettatore in un mondo di verità e menzogne che s’incastrano come a ricostituire un’umanità del proletariato criminale che troppo spesso dimentichiamo per strada.

migliori35_3030. Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson
Gioco cerebrale di percezione, l’ultimo film scritto e diretto da Kaufman è un mélo indie girato in stop-motion che mostra senza peli sulla lingua l’alienante depressione di un borghese snob, che trova una speranza nella voce di una ragazza di cui si innamora. Tuttavia, è come se lui fosse turista di un mondo che non capisce, più o meno come il protagonista di Fuori orario (1985) di Martin Scorsese, e la speranza trovata risiede in un amore che è e non è. Film semplice fatto di macchinari anti-umani, musica classica, discesa in piccoli inferni sensoriali personali.

migliori35_2929. The visit di M. Night Shyamalan
Shyamalan, noto per una serie di zozzerie hollywoodiane dimenticabili, con The visit ha composto l’apice del sopravvalutabile genere horror-found footage, in cui l’orrore è creato tramite il ripescamento di girato fittizio in digitale, con l’illusione del documentarismo (rammentate The Blair witch project?). Qui però il discorso è più ampio: c’è uno scozzo metafilmico tra l’etica (corruttibile) del cinema vivifico della protagonista e le necessità più becere del fratello. I due bambini vogliono cercare, a casa dei nonni, il perdono che la loro madre insegue da 15 anni da loro, e provano ad usare il cinema, che però presto smette di essere un espediente umano e comincia a diventare una vera e propria arma di autodifesa fisica dalla faccia malata del mondo. O che siano i bambini la faccia malata del mondo?

migliori35_2828. Per amor vostro di Giuseppe M. Gaudino
Valeria Golino interpreta un’eroina rosselliniana, di quelle vittime cristologiche al femminile che vivono una vita fatta di pura emozione in bianco e nero e che poi esplodono (o implodono) nel momento in cui incontrano davvero il mondo. Il film cinefilo di Gaudino è una specie di horror grottesco sulla napoletanità, che ripesca l’uso del colore di Reitz, la fisicità di Cassavetes, l’orrore di Svankmajer, onirismi magico-circensi alla Fellini, alienazioni di coppia alla Antonioni, per un delirio di neorealismo e surrealismo che convivono in una direzione sempre inaspettata, alla ricerca di un qualche miracolo, di una qualche esplosione di colori. Per far volare Anna in una pioggia di immagini, per l’amore «vostro», cioè degli spettatori più appassionati.

migliori35_2727. Mad Max: Fury Road di George Miller
Che il quarto capitolo (sequel, reboot, remake?) della folle saga di fantascienza post-apocalittica di Mad Max che George Miller iniziò tra gli anni ’70 e gli anni ’80 sia il film d’azione definitivo? Del resto c’è solo l’azione, la trama è ridotta al minimo ed è descritta solo dai rituali interni all’azione, come un flusso continuo delirante e folle, una nuova epica dell’immagine fatta di desolazione e caos puro. Ma è un caos che viene descritto dall’inquadratura in maniera abbastanza precisa, ogni istante è catturato in maniera ipercinetica ed esplosiva. Non c’è spazio per l’anima, perché il mondo è azione, fuoco e sangue.

migliori35_2626. Recollection di Kamal Aljafari
Film anti-Israele che svuota gli spazi della città di Giaffa (in vari film: sperimentali, israeliani, americani, quel che capita) delle figure vitali per creare un vero e proprio spazio senza vita, immacolato, eppure poetico e pieno di evocazioni verbali e immaginifiche di un altro spazio/altro che è uno spazio cinematografico puro, purificato forse. È una «ricollezione» onirica di quel che è sovversivo e puramente anti-narrativo, con uno sguardo simile a un Benning sporco, politico, che resiste con un silenzio rumoroso, pensando uno spazio che è davvero unico nell’ambiente del cinema sperimentale.

migliori35_2525. Bella e perduta di Pietro Marcello
Uno dei film italiani più importanti e originali degli ultimi anni, paragonabile alle opere di Michelangelo Frammartino, Bella e perduta è un film rurale e fiabesco che incrocia un documentarismo sociale/sociologico sulla napoletanità e sul vegetarianesimo, in un mondo devastante pieno di bellezza viva e morta, con una fiaba in cui gli animali parlano e Pulcinella giunge sulla terra per salvare la classicità bucolica dal destino infame della morte. Una morte che è un punto conclusivo infinito e fermo nel tempo, misterioso, la morte dell’angelo anti-mafia che è la Morte sia nel mondo umano sia nel misticismo universale.

migliori35_2424. Mountains may depart di Jia Zhangke
Anni 1990, anni 2010, anni 2020. La Cina vive una crisi causata dal progresso e dalla malattia e che passa attraverso tutte le decadi. È una crisi per modo di dire, a volte, una crisi dell’anima e dell’economia: Jia Zhangke con il suo ultimo film crea un’opera memorabile (anche se mai quanto il capolavoro del 2000 Platform) che coniuga in maniere stratificate un degrado poetico paradossale. I tre capitoli sono di diversa qualità e di diverso formato, ma ognuno regala i propri momenti emotivamente devastanti, tra chiavi perse, torri-miraggio e danze collettive sulle note dei Pet Shop Boys.

migliori35_2323. The sky trembles and the Earth is afraid and the two eyes are not brothers di Ben Rivers
Con il suo titolo prolisso (che pare quello di una canzone dei Godspeed You! Black Emperor), il nuovo lungometraggio di Ben Rivers comincia come un documentario sulla creazione di un film storico-etnografico nel deserto e poi diventa un opprimente viaggio mistico nella tragica prigionia della condizione dell’artista/autore, privato della propria libertà e sempre alla ricerca di una via di fuga, anche con pessimismo. Rivers è un regista poco pensato, che punta tutto su una riflessione dell’immagine la quale, più che filosofia e complicatezza, ricerca pura allegoria nella semplicità e nella bellezza delle inquadrature.

migliori35_2222. The assassin di Hou Hsiao-Hsien
Può sembrare, di primo acchito, un semplice film di arti marziali, ma l’ultimo film di Hou, da molti considerato tra i suoi capolavori massimi (al pari o oltre Millennium mambo), è un vero e proprio apologo della bellezza e dell’eleganza dell’immagine in ogni dove, un inno all’estetica e alla sua capacità di avvolgere tutto qualsiasi cosa sia questo tutto. Magari è un film freddo, o che si finge più contemplativo e complicato di quanto non sia, ma la sua fotografia, tra le migliori di ogni tempo, fa perdonare qualsiasi lacuna da un punto di vista narrativo o concettuale – punti di vista che, immersi in una melma di visività così potenti, forse non hanno neanche senso di essere considerati.

migliori35_2121. Kaili blues di Bi Gan
Alienante viaggio in un mondo dove bestia, uomo, morte e natura sono sostanzialmente descrivibili nello stesso spazio geofilmico, Kaili blues è un film sentimentale dal sottofondo spirituale, che viaggia attorno allo spettatore con ipnotici movimenti circolari e colori affascinanti. L’apice dell’opera è un piano sequenza di mezz’ora (che a tratti pare tecnicamente impossibile) in cui il tempo smette di avere senso, carrellate e girotondi si incastrano con misticismi improbabili e tutto si conclude con un primo piano drammatico, specchio di un’estetica orientale emotiva di un’intensità rara per un film d’esordio.

migliori35_2020. Machine gun or typewriter? di Travis Wilkerson
Dolce film sperimentale post-apocalittico che mischia la grandeur fotografica di Chris Marker con la violenza emotiva, cacofonica ed estraniante della musica di Steve Albini (entrambi ringraziati nei titoli di coda), il romanticismo tragico del film di Wilkerson va con il ritmo di un montaggio frammentato e anarchico, profondamente sovversivo e triste nella sua cadenza lenta. Eros e Thanatos sono come le chiavi per concepire un nuovo tipo di piccolo grande cinema politico dell’anima, un cinema proletario d’evocazione visuale che scoppia come una bomba sottocutanea, con mappe geografiche stilizzate, quasi ad identificare una concezione dello spazio assolutamente inesistente, impossibile da porre su nessun piano di realtà o finzione.

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