I 50 migliori film orrorifici di sempre: 50-37

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Volevo far uscire questo pezzo, già nominato brevemente all’inizio del pezzo su Lucca Comics>, per l’occasione di Halloween, adattandomi ad un certo conformismo festaiolo che però a volte non fa male, ma per un motivo o per l’altro può uscire solo ora. Non sperate che vi faccia una classifica dei 50 dei film di Natale per il 25 dicembre, però. Comunque, ecco qui la mia lista: siete autorizzati a scannarmi per non aver messo Shining tra i primi 5, per aver messo un solo film di Dario Argento, anche parecchio vicino alla fine, e per aver «dimenticato per strada» L’esorcista.
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50. Martyrs (id., 2008) di Pascal Laugier
Tra gli horror più originali almeno degli ultimi vent’anni, il film di Laugier è il capostipite di un sottogenere dell’orrore: il torture porn. Un genere talmente brutto che pure il suo nome stesso è brutto. Nonostante ciò, Martyrs riesce a distinguersi dal genere stesso perché la sua violenza estrema (superiore alla media del genere) non è fine a sè stessa ed anzi ha sin troppo senso. Come discorso esistenzialista e disturbante sulla violenza, è il testamento di un autore come Laugier che quasi di sicuro non sfornerà più film di questo calibro; perché Martyrs è tra i film più crudi di sempre ed è, nel suo piccolo, quasi un capolavoro, grandemente  sofferente – in sè stesso e per lo spettatore, soprattutto nella conclusione priva di via di fuga.

 

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49. Kuroneko (Yabu no naka no kuroneko, 1968) di Kaneto Shindô
Kaneto Shindô è un autore interessantissimo del panorama giapponese, spesso sottovalutato o dimenticato a causa della sua immensa filmografia, dal suo esordio nel 1951 al suo film più recente nel 2011, un anno prima della morte. Nonostante ciò, crea certe perle come questo Kuroneko (che letteralmente si traduce come Il gatto nero). Va un po’ in calando (atmosfericamente l’inizio è esplosivo) e cambia tono spesso, a volte con effetti di prolissità, ma è uno dei primi veri horror giapponesi di interesse.

 

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48. La moglie di Frankenstein (The bride of Frankenstein, 1935) di James Whale
Uno dei più grandi orrorifici americani del periodo, superiore anche all’originale film di Frankenstein sempre di Whale, cresce e si trasforma come una favola oscura sulla difficoltà a integrarsi nella società, con un grande tocco personale ed un talento nel creare atmosfere tristi e personali unico per un film di genere di quegli anni.

 

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47. It is fine! Everything is fine. (id., 2007) di Crispin Glover e David Brothers
Film introvabile (ancora non so come l’ho trovato io, ed è da mesi che cerco di ritrovarlo) diretto da un attorucolo da poco, che interpretò il padre di Martin McFly nel cult anni ’80 Ritorno al Futuro, e da un David Brothers anonimissimo il cui unico altro contributo al Cinema è stato come scenografo del sequel di Plan 9 from outer space di Ed Wood, è un horror psicologico angosciante e sorprendente come creazione di atmosfere sporche attorno ad un grande personaggio. Uno di quei film che si vedono solo una volta nella vita; e se si è sfortunati come il sottoscritto, si perdono pure — ma non nella memoria. Se lo rivedessi, potrei anche alzarlo di posizione nella lista.

 

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46. Suspiria (1977) di Dario Argento
Sono un fan dell’orrore all’italiana, in particolare dell’Argento anni ’70, di Fulci e di Bava, ma per un motivo o per l’altro ho potuto mettere solamente un film a testa per questi tre autori. Un po’ mi dispiace, ma tra un film e l’altro non potevo fare altrimenti. Suspiria è e rimane, comunque, l’apice di Argento sotto molteplici punti di vista: ha sia lo sfarzo tecnico-musicale gore/surreale tipico dei suoi horror successivi (su tutti Inferno) sia la crudezza grottesco-ridicola e caotica dei suoi gialli precedenti (come Profondo rosso). È come il punto d’incontro tra due Argento. Estetizzante e folle, rimane un grande film dalle atmosfere uniche, con certe inquadrature che sembrano inquietanti quadri, solitamente puntati sulla forza visiva del rosso. Completa carenza di logica, ma è Argento, che ci si può fare. Da vedere e rivedere.

 

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45. Kill list (id., 2011) e A field in England (id., 2013) di Ben Wheatley
Li metto pari merito perché è impossibile scegliere qual è il migliore (l’immagine è da Kill list). Se il primo è il The wicker man (1973) della nostra generazione (tale film è più in alto in classifica), il secondo è specularmente un altro grande film che rimanda al passato, alle atmosfere allucinogene di Ken Russell ed in generale del cinema britannico ‘free’ degli anni ’60. Se il primo è crudissimo nella prima parte per poi diventare astratto se non mistico, esoterico, satanico verso la conclusione, il secondo è dall’inizio alla fine un viaggio (in più sensi) a metà tra Beat Generation e Medioevo, fotografato in un memorabile bianco e nero. Wheatley è, degli autori della sua generazione, senza dubbio il più interessante e spero ci riserbi anche per il futuro tante sorprese. Per ora non ha mai deluso.

(continua)

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44. Le due sorelle (Sisters, 1973) di Brian De Palma
L’apice (sottovalutato) dell’opera omnia di De Palma è probabilmente quest’horror di matrice hitchcockiana che comincia come commedia grottesca sul voyeurismo, si trasforma in giallo sull’angoscia del doppio e si trasforma in horror gotico-grottesco in cui nulla è più ciò che sembra, e si incarta su sè stesso privandosi di logica ma aumentando sempre di più di fascino per le atmosfere orrorifiche che solo De Palma sa creare – un’altra prova è l’inferiore ma sempre notevole Carrie di kinghiana memoria. Rivoluzionario l’uso dello split screen (lo schermo diviso in due parti, con due diverse scene).

 

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43. La casa 2 (The evil dead II: Dead by dawn, 1987) di Samuel Marshall Raimi
Se La casa era un buon horror, il suo seguito/rifacimento è talmente grottesco ed autoparodistico che lo storico protagonista Ash Williams, interpretato come sempre dal grande Bruce Campbell, che aveva recitato lo stesso ruolo anche nel film precedente e nell’altro film di Raimi L’armata delle tenebre, finisce per prendere in giro sè stesso con le sue espressioni surreali e gli obiettivi che gli deformano il volto. Oniriche scene horror diventano così estremamente comiche, e lo splatter-gore del primo capitolo muta in uno splatter-trash palese e decisamente d’effetto. È, questo, il capolavoro di Raimi ed uno dei migliori horror comici di sempre.

 

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42. Tetsuo (id., 1989) di Shinya Tsukamoto
Il controverso e innovativo autore nipponico ha esordito con questa piccola perla orrorifica  d’autore, che mischia una forte componente surrealista alla Lynch con un’estetica cyberpunk grezza ed erotico-grottesca, creando un meraviglioso collage di immagini disturbanti degno del miglior Cronenberg per l’ardito mix di psicologia carnale e critica sociale del metallo e delle macchine. Feticistico e compiaciuto, ma è un cult «estremo», in molti sensi, sporco quanto memorabile.

 

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41. L’invasione degli Ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956) di Don Siegel
Don Siegel, maestro del poliziesco, attacca una società e una «abulica concezione della vita», come la definisce il regista stesso. Oltre ad essere un ottimo film horror ed un ottimo film di fantascienza, ha il pregio enorme di ricordarci che certi grandi pecche e difetti della società erano presenti nel mondo sin dagli anni ’50; oppure questo film è estremamente profetico. O entrambe le cose, ovviamente.

(continua)

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40. Society – The Horror (id., 1989) di Brian Yuzna
Tra il Cronenberg carnale e gore del primo periodo e la critica antiborghese di Buñuel, si inserisce questo meraviglioso film di Yuzna, piccolo capolavoro a metà tra film trash e film d’autore in cui il disgusto e la critica sociale si mischiano in un’orgia putrefacente in cui nessun liquido corporeo è risparmiato alla visione dello spettatore. E senza la scappatoia del «tutto non è ciò che sembra», anzi: tutto è troppo vicino a ciò che in effetti sembra essere. Il surreale, che si identifica con il vomitevole, diventa concretissimo. Yuzna è un regista interessante, ma nessun suo film si avvicina neanche lontanamente alla grandezza di questo.

 

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39. Il gabinetto del dott. Caligari (Das Cabinet der Dr. Caligari, 1920) di Robert Wiene
Spesso viene sopravvalutato e messo tra i migliori film di tutta la storia del cinema solo perché si viene sorpresi e a volte commossi dalla simbolica scenografia espressionista, senza dubbio notevole, visionaria e rivoluzionaria, ma non basta. È comunque un capolavoro, solo non epocale come viene spesso enunciato; anche attuale nelle tematiche e genuinamente spaventoso, nel suo.

 

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38. Un lupo mannaro americano a Londra (An american werewolf in London, 1981) di John Landis
Potentissimo ma allo stesso tempo horror di matrice semi-comica che non nasconde mai l’ilarità dietro l’orrore ma neanche l’orrore dietro la risata. La sua ambiguità tra spaventoso ed esilarante causò varie critiche all’epoca dell’uscita, tra chi lo trovava «troppo divertente per far paura» o «troppo spaventoso per divertire». Fatto sta che ha fatto scuola, ha mostrato la prima (e tutt’ora impressionante) trasformazione in lupo mannaro della storia del cinema e ha confermato Landis come uno dei migliori registi americani della sua generazione (e  questo rimane però il suo film migliore). Certe scene splatter o oniriche sono davvero magnifiche, ed il finale che non lascia speranze neanche alla solare storia d’amore è di un adorabile ed originale cinismo.

 

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37. Audition (Odishon, 1999) di Takashi Miike
Uno dei migliori film del prolifico regista giapponese è quest’inusuale horror che comincia come una strana commedia drammatica dai toni vagamente inquietanti e si trasforma in un’orgia colorata di sadismo e allucinazioni, che conferma il talento visionario del Terrore di Miike, che riesce a dilatare per un quarto d’ora un’irritante scena di tortura senza mai renderla fine a sè stessa. Viaggio onirico e provocatorio, rivelò Miike al pubblico occidentale, soprattutto ad una simpatica donna che al festival del cinema di Rotterdam, durante la proiezione, si avvicinò all’autore urlandogli che era una persona malvagia. Ciò non ha fatto altro che alzare l’autostima dell’autore, che non ha mai smesso di provocare facendo uscire anche tre o più film all’anno, spesso in crescendo di violenza — forse il suo film più crudo uscito fino ad ora è, nel suo delirio da manga splatter, Ichi the Killer (2001), ma il suo film migliore per me rimane il violento e surreale Gozu (2003). Audition è stato citato, senza troppi successi, nella struttura narrativa di Noriko’s dinner table (2005), uno dei film minori di quello che è forse il più grande regista giapponese vivente, Sion Sono.

(continua domani, 17 novembre)

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