I 50 migliori film orrorifici di sempre: 36-18

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Prosegue la carrellata dei 50 migliori titoli orrorifici di sempre (la prima parte la trovate qui).

(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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36. I diavoli (The devils, 1971) di Ken Russell

Un commento sul sito di recensioni musico-cinefile rateyourmusic.com può riassumere al massimo questo meraviglioso film (di cui vedete un fotogramma in apertura) del sottovalutato autore britannico Ken Russell: (traducendo) I diavoli ha fatto con le chiese quello che Psycho ha fatto con le docce. Angosciante, eretico, anticlericale, erotico, visionario, folle. All’ordine del giorno per quel pazzo di Russell. Fantastico.

 

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35. Nosferatu, il Principe della Notte (Nosferatu, Phantom der Nacht, 1979) di Werner Herzog

Unica incursione esplicita all’interno del genere horror da parte del geniale autore, appartenente alla corrente del Nuovo Cinema Tedesco, Werner Herzog. Tra le molteplici interpretazioni giganti di Isabelle Adjani da una parte e Klaus Kinski (stranamente sotto le righe, nonostante il trucco) dall’altra, viene dato parecchio risalto a come Herzog tenti con successo di inserire la sua autorialità nel contesto di una storia horror di vecchia data, creando atmosfere cupe da film muto e trasformando, con il ritmo rallentato dello sbattere di ali di un pipistrelli, una storia abbastanza classica in un’ipnotizzante viaggio esistenziale, funereo ed impressionista.

 

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34. Gli uccelli (The birds, 1963) di Alfred Hitchcock

Gli uccelli, «animalesco» horror psicologico e quasi teologico è uno dei classici più «classici» di Hitchcock, nonostante fu inizialmente poco apprezzato dalla critica – come pure la maggior parte dei suoi film migliori però, quindi conta poco. Di motivi per cui questo film è meraviglioso, oltre ai tradizionali e favolosi giochi registici a cui ci sottopone regolarmente il maestro del brivido, ce ne sono tantissimi, tutti messi in luce attentamente e alla perfezione dallo psicanalista e filosofo Slavoj Zizek nel suo video-saggio sull’analisi psicologica dei film The pervert’s guide to Cinema, di cui consiglio la visione: dà anche geniali delucidazioni su altri film di Hitchcock, ma anche di Chaplin, Haneke, Kieslowski, Tarkovskij e soprattutto Lynch.

 

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33. Zombi (Dawn of the dead, 1978) di George A. Romero

Troppo semplicistica la traduzione italiana del titolo dell’alba dei morti romeriana, meraviglioso film che, come precedenti e successivi del regista, utilizza il «morto vivente» come metafora sociale e animalesca dell’imbecillità aggressiva e feroce dell’uomo. Brutale, rivoluzionario, «cult». Uno dei pochi horror gore dell’epoca ad aver avuto un giudizio quasi unanime dalla critica più «alta». Ha avuto un seguito carino diretto dall’italiano Lucio Fulci ed un altro seguito assolutamente vomitevole venuto fuori dalle mani di Claudio Fragasso (regista anche di Troll 2, per capirci), nonostante l’abbia firmato con il nome di Fulci stesso — che era già morto, nda.

 

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32. La maschera del demonio (1960) di Mario Bava

Non è il miglior film di Bava (che rimane probabilmente il non-horror Cani arrabbiati) ma è un meraviglioso horror italico, gotico nelle atmosfere e classico nelle sensazioni, con in capo al cast una bellissima Barbara Steele. La regia di Bava, il suo uso degli effetti speciali, la fotografia (in bianco e nero), l’innovazione portata da certe inquadrature e da un certo calcolo delle atmosfere cupe: tutte queste caratteristiche lo rendono una pellicola rivoluzionaria per i registi di qualsiasi genere, Tim Burton in primis.

(continua)

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31. The addiction (id., 1995) di Abel Ferrara

Filosofico horror stampato in un potente bianco e nero reso estremamente suggestivo dalla formazione cinefilmica di Ferrara, sempre originale ed intellettualistico nella sua analisi vampirica dell’origine del male. Manicheista ed efficace, è un film da vedere assolutamente, anche perché è una delle pellicole più sottovalutate e meno conosciute di Ferrara, spesso ricordato purtroppo solo per Il cattivo tenente (che pure è un grande film). Pulsante di forza visiva, la pellicola ha tra i suoi innumerevoli pregi anche un cast fantastico, nel quale accanto a Lili Taylor e Christopher Walken c’è metà dei  Soprano: Annabella Sciorra soprattutto, ma anche Edie Falco e Michael Imperioli.

 

Devil's Rejects

30. La casa del diavolo (The devil’s rejects, 2005) di Rob Zombie

Altro esempio raro di horror splatter-gore che ha ricevuto quasi soltanto buone recensioni; ma con un talento visionario come quello di Rob Zombie, il regista horror più cult della sua generazione (di cui ho appena visto l’ultima fatica Le streghe di Salem – che si trova poco dopo la 50esima posizione, diciamo), non ci si poteva aspettare altrimenti: molto meglio del suo predecessore La casa dei 1000 corpi, questo horror «southern» cinico  comincia come Peckinpah e si conclude ambiguamente cinico nel suo raccontare una lotta tra Bene e Male, in cui il Bene è più grezzo e brutto del Male: un horror epico nella sua rappresentazione grottesca dei conflitti, laico, folle. Killer depravati ma pieni di personalità alternati ad una follia quasi comica, tra Tobe Hooper e Wes Craven, tra John Waters e George A. Romero, giocando più con l’addizione che con la sottrazione, tra l’ironia di Zombie ed il suo essere tra i migliori registi americani viventi della propria generazione.

 

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29. La notte dei morti viventi (Night of the living dead, 1968) di George A. Romero

Pessimista e geniale, è il capolavoro di Romero, la sua picca emotivo-creativa e la massima espressione sociologico-cinematografica dello zombie-movie. Mai stupido, a volte eccessivo, inizia la tetralogia dei morti del regista, debuttando quindi con la poetica della paura della fine del sogno americano, cristallizzando la macabra morbosità del B-Movie portandolo ad un livello superiore, forse impensabile per gli anni ’60 — basti pensare come si confronti con il presente, creando molteplici parallelismi tra gli zombie e le vittime della guerra in Vietnam. Nichilista soprattutto nel finale, costituisce un collage di personaggi irresponsabili ed apatici; a differenza che nel normale B-Movie, costoro non giungeranno ad una fine tradizionale.

 

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28. Halloween – La notte delle streghe (Halloween, 1978) di John Carpenter

Dopo i primi dieci minuti, diventa un bel film horror, girato bene e con degli ottimi colpi di scena, bravi attori, sfarzo scenografico nella realizzazione delle scene di omicidio, finale pessimista totalmente in linea con la poetica registica carpenteriana. A renderlo un film meraviglioso ed indimenticabile è ciò che succede nei primi 10 minuti, in tre scene: la prima sono i titoli di testa, originalissimi, tributo all’horror all’italiana con le musiche di Carpenter che omaggiano esplicitamente le colonne sonore argentiane dei Goblin, soprattutto quelle di Profondo rosso; la seconda è un piano sequenza di quattro minuti in soggettiva, perfetto, veramente angosciante ed originale, che presenta sin da bambino la psiche dell’antagonista; la terza è la presentazione immediata, forse anche troppo, della rinascita del male nella psiche del bambino, diventato più grande e fuggito dal manicomio. Anche troppo allegorico, ma è impossibile da non amare.

 

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27. The wicker man (id., 1973) di Robin Hardy

Mai uscito in Italia se non barbaramente censurato, questo film è un mistico ed esoterico collage di melodie pagane, folle nell’accezione più sensoriale del termine, che tenta e riesce a sgretolare un elenco di valori religiosi accarezzando l’annichilimento della rigida moralità dell’uomo tramite inquadrature, fotografia e luci che ne rendano bene l’effetto di costante discesa nel buio inquietante di una meravigliosa quanto terrificante allegoria religiosa. Christopher Lee meraviglioso in un cult sottovalutato — ma spesso e giustamente ripescato dai critici che ne vogliono ritrovare il valore perduto. Da guardare (per le innumerevoli risate) pure il rifacimento ultra-trash del 2006 con Nicolas Cage protagonista, film noto soprattutto per la scena della tortura delle api (se volete avere un esempio della differenza tra orrorifico e orrendo, cliccate qui).

 

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26. Alien (id., 1979) di Ridley Scott

Alien è un cult assoluto, è il capostipite di un trademark senza tempo e rimane da sempre una delle più potenti metafore della paura dell’ignoto, almeno visivamente parlando. Gli Xenomorfi (così chiamati a partire dal seguito Aliens (1986) di James Cameron), disegnati da quel genio folle che è Hans Ruedi Giger, le uova, le scenografie spaziali, il protagonista maschile che muore a metà film, la quasi-nudezza liberatoria di Ripley (Sigourney Weaver) verso il finale che poi si trasforma in un quasi grottesco accompagnamento all’ennesimo momento di paura della morte. A volte disgustoso, a volte violento, sempre affascinante: il miglior film di Scott a mani basse, dopo Blade runner e poco sopra I duellanti. La tetralogia di Alien non è minimamente all’altezza del primo film, tra l’action pistolettaro ed ignorante del banalissimo Aliens, l’angoscia industriale e apatica di Alien³ (1992) di David Fincher e il grottesco enfatico ed esagerato del solito, plastificato stile registico di Jean-Pierre Jeunet di Alien – La clonazione (1997). Per non parlare della stoltezza dei film di Aliens vs. Predator. Senza alcun dubbio preferisco a tutti i film appena nominati (tranne quelli di Scott) il controverso Prometheus che riprende le stesse tematiche e la stessa grafica del film originale.

 

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25. Cure (Kyua, 1997) di Kiyoshi Kurosawa

Horror atipico e sottotono, nonostante la notevole violenza: ecco una perfetta definizione del delirante viaggio di questo inusuale J-horror firmato dal giovane Kurosawa, che non ha niente a che fare con il maestro semi-omonimo Akira. Il suo stile, che va per sottrazione visiva come anche nel successivo horror Pulse – Kairo (2001 — anch’esso da recuperare nonostante non sia in lista, notevole), sfida il metafisico, il misterioso, il provocante, il violento se non quasi il sadico, innovando ed innovandosi sulla base di canoni del thriller americano di quegli anni (Se7en, 1995, di David Fincher e Il silenzio degli innocenti, 1991, di Jonathan Demme in primis) sradicandone parzialmente i canoni, eliminando le musiche, dilatando i tempi e le riprese, spaventando non con le atmosfere ma con la trama – cosa che in pochi oggigiorno sanno fare.

 

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24. La cosa (The thing, 1982) di John Carpenter

Cosa non è La cosa? Sembra uno scioglilingua, ma questo horror fantascientifico è il miglior uso di effetti speciali a basso costo dai tempi di Mario Bava, tra cani che si aprono ed esplosioni carnali, carneficine, morbi. Ken Russell eroe poco eroico nella neve macchiata di sangue di un’epopea della paura che si trasforma in una metafora della vita in America. Nella conclusione a rimanere in vita sono un bianco ed un nero che si fissano spaventati: uno dei due è diventato forse La cosa del titolo. E la cosa spaventosa non è il «chi» è la cosa, ma il «chi» agirà per primo per eliminarla. La regia è di un divino incommentabile: Carpenter è sempre Carpenter. Tra Alien, Halloween e l’horror di Bava, è un dovere vederlo.

(continua)

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23. …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981) di Lucio Fulci

L’apice dell’horror italico Fulciano, a cavallo tematicamente e registicamente tra il suo stile anni ’70 e anni ’80, crea un magico minestrone di tutto ciò che è capitato per la testa dell’autore. Incoerenza ed ingenuità? Anche genialità e metafisica, vitalità e talento visivo, poderosa grezzaggine horrorifica. Tecnicismi minuziosi, quasi morbosi, inquadrature da urlo, magia quadrata dell’immagine e follia horror di un genio morto troppo presto.

 

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22. Il signore del male (Prince of Darkness, 1987) di John Carpenter

Mistico secondo capitolo della trilogia dell’apocalisse Carpenteriana (il primo capitolo è La cosa, posizione 24) che, tra una cosa e l’altra, è probabilmente una trilogia in crescendo. Il signore del male, tra l’effetto à la Bava, la tensione e la forte componente metafisica, allegorica, metaforica e telogoica, è un capolavoro vero, di quelli rari. Il liquido verde che si manifesta in Satana che si identifica in Dio, che si esplica nell’assurdo finale tra un’inquadratura magnifica e l’altra, creando il puro terrore dell’esistenza attraverso la perfezione dell’immagine cinematografica e dell’uso della suspence grottesca di Carpenter. Da rivedere e rivedere.

 

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21. La caduta della casa Usher (La chute de la maison Usher, 1928) di Jean Epstein

«Horror» per modo di dire, questo film teorico e d’avanguardia si identifica nella fotogenia di un Cinema che non c’è più, un Cinema d’immagini, poco di paura, molto di sensazioni e ancor più di metafore e inquadrature. Fa perdere il fiato visivamente per la potenza e l’ispirazione che scaturisce, anche quando la storia si trasforma nel Nulla (la N maiuscola è importante) verso la fine, grazie a delle angolature originali e ad un fantastico ed inaspettato (per l’epoca) uso del rallentatore. Sceneggiatura di un giovanissimo Buñuel, dall’omonimo racconto di Poe.

 

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20. Il diavolo (Diabel, 1972) di Andrzej Zulawski

Zulawski, come ho già detto qui da qualche parte, è un grande autore di nazionalità polacca, e Il diavolo è un film magnifico, magnetico, delirante e visionario. Horror più nell’inusuale progedire della sua follia che nella forma, segue le orme di quanto stilisticamente già affermato dal regista nell’interessante ma inferiore La terza parte della notte (1971), precedente a questo horror diabolico (una pellicola che, in maniera meno schizofrenica e più quadrata, era un’altra cronica di un delirio d’identità, forse però costruita in maniera squilibrata quanto a crescendo qualitativo e allo stesso tempo calando di realismo e concretezza). L’orrore del Diavolo sta quasi praticamente più nell’essenza della presenza del Diavolo stesso che nell’atmosfera del film.

 

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19. I saw the devil (Angmareul boatda, 2010) di Kim Jee-woon

È un horror per modo di dire, forse è più che altro definibile un thriller dal tocco horrorifico. Kim Jee-woon costruisce una tensione unica attorno al dramma-azione sadico ed estetizzante (certe inquadrature o piani sequenza sono veramente fotografati in maniera magnifica), il più violento del cinema coreano moderno, anche più di certi film di Park Chan-wook, e questa storia, basata sulla vendetta come i capolavori dell’altro regista coreano appena nominato, ha come protagonisti il più terrificante omicida seriale (interpretato da Choi Min-sik, protagonista di Oldboy) ed il più feroce «buono» vendicatore mai visti sullo schermo. Cannibalismo, perversioni di ogni tipo, una regia da paura che mette angoscia e la forza visiva di un maestro: questo e altro nella genialità cattiva di questo «Ho visto il diavolo», che anche grazie al titolo acquista quasi un potere metafisico.

 

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18. Lo spettro rosso (Le spectre rouge, 1907) di Segundo de Chomon

Mi rendo benissimo conto che Lo spettro rosso è un film horror quanto il primo album dei Black Sabbath è un disco heavy metal, ma un cortometraggio di questa portata non poteva mancare nella lista (anche perché i Black Sabbath dell’heavy metal sono i padrini). Trick-movie (cioè film basato solo e soltanto su un gioco di prestigio) di 10 minuti, muto e privo di colonna sonora, è un meraviglioso e rivoluzionario esempio di Cinema fatto con poco o con nulla, grande lavoro da parte di uno degli autori più geniali dell’epoca, spesso sottovalutato per via dell’ombra dei Lumière o di Méliès ma altrettanto importante.

(continua martedì, 19 novembre)

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