I 50 migliori film orrorifici di sempre: 17-1

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Termina così la lista delle cinquanta migliori pellicole horror mai uscite, dopo una prima puntata qui e una seconda qui. Si parte, orrore, con il 17 (tuo!).

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17. Il testamento del Dottor Mabuse (Das Testament des Dr. Mabuse, 1933) di Fritz Lang

Parabola provocante del terzo Reich tra l’action (per quanto si possa parlare di action nella Germania di inizio anni ’30…), angoscia e ovviamente, anche se in minor parte, horror. Lang è un maestro delle angolature oltre che ovviamente uno dei primi veri espressionisti della storia del Cinema, e ha fatto di molto meglio; ma ciò non leva che questo secondo capitolo della saga dei film che ha dedicato al personaggio di Mabuse sia estremamente affascinante ed essenziale per comprendere l’autore, il genere horror nella sua completezza e il clima politico-artistico dell’epoca.

 

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16. Psycho (id., 1960) di Alfred Hitchcock

Mascherato da «gretto B-movie da drive-in» (cit.), Psycho è tra i più noti capolavori di Hitchcock e senza dubbio aveva bisogno di essere in lista. Provocantissimo fino allo scioccante per il popolino americano dell’epoca, è un dramma psicologico dai toni noir, con inquadrature prese da angolature originali, scelte registiche calcolate in maniera chirurgica, atmosfere da thriller/horror che hanno completamente cambiato l’universo cinematografico americano (e non solo!) ed omicidi estremamente creativi nella costruzione scenografica, che hanno fatto scuola e non sono datati. Anche qui, è di enorme interesse la lettura di Zizek in The pervert’s guide to Cinema.

 

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15. Nosferatu il Vampiro (Nosferatu, eine Symphonie der Grauens, 1922) di Friedrich Wilhelm Murnau

Un Classico Definitivo, che il dizionario del Cinema di Morando Morandini (che gli mette il voto massimo: 5 stelle) definisce «il più grande film vampiresco di tutti i tempi» — recuperate l’intera recensione che è illuminante come poche altre cose scritte da Morandini, che spesso spara opinioni a dir poco difficilmente condivisibili. Figlio della corrente espressionista e specchiato nella magnifica interpretazione di Max Schreck, curato maniacalmente nell’aspetto visivo, riesce ad essere spaventoso e poco datato pure al giorno d’oggi, pur essendo solo poco superiore al rifacimento di Herzog precedentemente citato.

 

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14. Possession (id., 1981) di Andrzej Zulawski

Uno dei migliori film di Zulawski (secondo me, il migliore dopo On the silver globe) e la sua opera più celebre a causa della sua internazionalità – nel cast Sam Neill e Isabelle Adjani – e della definizione che gli diede niente popo’ di meno che David Lynch: «il film più completo degli ultimi 30 anni». Schizofrenico, filosofico e commovente, ma anche gloriosamente rozzo nel suo metaforico gioco decostruttivo di inquadrature disturbanti, al fine di una trama dalla forte valenza allegorica, fino al surreale antiteologico, l’onirico paranoico, l’eretico metafilmico. «Per me Dio è una malattia», dice addirittura il protagonista, e Dio si identifica in una creatura tentacolare che aspira ad avere forma umana – non troppo dissimilmente da certi racconti horror, c’è anche addirittura qualcosa di lovecraftiano. È un po’ difettoso nella forma, ma è assolutamente perfetto in tutto il resto.

 

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13. Eraserhead (id., 1977) di David Lynch

Sono tanti i film di Lynch considerabili horror, ma l’unico che secondo me lo è abbastanza da poter essere incluso in questa lista è Eraserhead, il suo lungometraggio d’esordio, un piccolo enorme capolavoro sperimentale, stampato in uno sporchissimo e surreale bianco e nero dalla forte valenza onirica, industriale, post-apocalittica, pulsante. È stato una svolta per il cinema underground ed è stato il film che ha definitivamente, dopo tanti cortometraggi, affermato lo stile visivo di Lynch e la sua costruzione del design sonoro inquietante costituito da drone (un genere musicale elettronico-industriale definito da uno dei suoi fondatori, La Monte Young: «la branca timbrica prolungata del minimalismo»; maggiori info qui)  e suoni atmosferici bassi, poi diventato uno dei suoi marchi di fabbrica. È anche, dei suoi lungometraggi, non il più complesso ma quello in cui è più arduo trovare una chiave di lettura; e molto probabilmente non ce n’è neanche bisogno.

 

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12. Le assassine (Onibaba, 1964) di Kaneto Shindo

Sotto certi punti di vista, è il miglior film di Shindo, e come la maggior parte dei film in classifica, non è assolutamente un horror tradizionale. Tensione principalmente psicologica, niente veri «mostri», grandi personaggi, et cetera. Sembra banale, ma la vera cosa meravigliosa del film, che fa in modo che possa avvicinarsi così tanto alla vetta dei primi 10, è l’uso delle musiche di Hikaru Hayashi, veramente meravigliose, e la magia della regia quando si sofferma sulle piante di Miscanthus -a volte disorientanti o claustrofobiche- regia che, tra una sequenza di inseguimento o di orrore e l’altra, viene arricchita dalla notevole fotografia.

 

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11. Vampyr (id., 1932) di Carl Theodor Dreyer

Dreyer è uno di quei registi che sfortunatamente nessuno conoscerebbe senza la guida di dizionari di Cinema o conoscenze tra critici di alto livello, perché la sua importanza e la sua bravura sono inversamente proporzionali rispetto alla sua fama nel cinema d’autore, anche in quello di più largo consumo. Vampyr è un horror vecchio stile assolutamente classico, quadrato e surreale, che non ha niente da invidiare e anzi probabilmente supera in molto altri orrorifici dell’epoca o precedenti come Nosferatu il Vampiro. Qui l’esposizione prevalentemente surrealista si cristallizza nel mutismo di uno snervante talento estetico che solo il miglior autore danese dell’epoca e probabilmente di sempre poteva darci – indimenticabile l’ombra della falce. Non è improbabile che Lynch abbia preso qualche idea dal capolavoro dreyeriano, soprattutto da certe inquadrature dei volti e delle grottesche espressioni facciali.

(continua)

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10. Il seme della follia (In the mouth of madness, 1995) di John Carpenter

Come poteva mancare un film di Carpenter nella top 10? Questo, che per me è il suo capolavoro definitivo, è un metacinematografico viaggio allucinatorio tra Poe e Lovecraft, onirico quando serve ed estremamente concreto nel contempo, si fa forza di un’ottima interpretazione di Sam Neill, che con il suo solo sguardo spiritato dà forza maggiore al suo viscido personaggio. Neill è qui protagonista di un’Odissea di sensazione che è una riflessione sull’horror, come genere letterario e cinematografico, e sulla forza della narrativa -in ogni sua accezione- sulle persone. Sutter Cane, personaggio inserito all’interno del film che rappresenta l’autore/l’artista in generale, con il solo scrivere romanzi horrorifici porta all’Apocalisse; si sostituisce a Dio, costituisce, crea, compone e decompone l’Orrore cambiando (in male) la vita del protagonista. Carpenter raggiunge il suo apice sia come regista che come autore, e crea un film perfetto, sia come film che come horror. L’ultimissima scena è meravigliosa, se la batte solo con Il signore del male nella gara per il miglior finale carpenteriano.

 

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9. L’inquilino del terzo piano (Le locataire, 1976) di Roman Polanski

Adoro Polanski come pochi altri registi al mondo, e sono genuinamente convinto che una delle migliori trilogie cinematografiche di sempre sia la sua dedicata al bizzarro concetto del «terrore negli appartamenti», di cui è il terzo capitolo, il conclusivo. Ha creato, infatti, la possibilità di inserire il suo concetto di terrore nello spazio chiuso di un appartamento in tre film, in cui l’abitazione è concettualizzata in tre maniere diverse. Lo dico subito, tutti e tre i film sono tra i primi 10. In questo, con Polanski come protagonista -e non stona come attore- e Isabelle Adjani, bellissima e bravissima, come co-protagonista, l’appartamento diventa luogo ciclico di incubi e flussi inquietanti in cui alla base c’è un mostruoso avanzarsi di feticismi paranoici e scambi d’identità folli. La conclusione kubrickiana senza via di fuga dà al tutto una dimensione ancora più orrorifica, insieme a varie scene meravigliose delle quali la migliore è quasi sicuramente quella in cui si nota un sapiente uso della Louma Crane, sistema di ripresa su cui consiglio di informarsi -reso forse più noto da Argento in Opera- nella scena del «teatrino» che il protagonista sogna ad occhi aperti nell’ennesima, irrisoria allucinazione. L’unico suo vaghissimo difetto è che il personaggio passa dalla calma piatta al delirio con la velocità di uno starnuto.

 

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8. Freaks (id., 1932) di Tod Browning

Di Browning avrei potuto mettere qualche posizione più in basso anche Lo sconosciuto (1927), ma è tutto fuorché un horror a tutto tondo. Freaks, invece, a modo molto suo, sì, decisamente. Considerato dalla spocchiosità anticinematografica di Carmelo Bene «l’unico film ad essere un’opera d’arte», è un capolavoro di sensibilità ma anche di cinismo: espone in bella mostra una serie di veri fenomeni da baraccone ed esseri umani geneticamente deformati (microcefali, nani, ermafroditi e amputati), ed accanto ad essi mette persone normali che sorridono, lasciano che tutto attorno a loro accada nella sua perversione e morbosità senza intaccare o rattristare nessuno. La regia parte con dei toni da commedia, ma forse è proprio quello che rende l’inizio del film così scioccante; per non parlare degli ultimi venti minuti, che sono ancora più cattivi in quanto pongono l’essere umano «non deforme» ad un livello animalesco ulteriore; ed infine nell’ultima inquadratura il tutto diventa particolarmente surreale ma non smette neanche per un secondo di farsi prendere sul serio. Lo shock, la prima volta che fu proiettato, fu tale che il film subì numerosi tagli riguardanti scene di cui si sa poco o nulla, e pure con questi tagli fece scandalo quando ad una premiere causò numerosi svenimenti ed uno shock in una donna incinta che abortì. Freaks ha sicuramente influenzato tutto il genere horror e tutta la storia del cinema per quanto riguarda il «concetto» di shock, ma mi piace ricordarlo anche come influenza, forse vaga e lontana, per un gran bel fumetto: Whistles, di Andrew Hussie, successivamente diventato autore di Problem Sleuth e Homestuck. Consiglio la lettura online o meglio l’acquisto.

 

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7. The shining (id., 1980) di Stanley Kubrick

È l’horror definitivo, per molti, un punto d’incontro e di non ritorno per Kubrick e per la storia del genere horror, un dramma umano, un labirinto di sensazioni e di costruzioni psicologiche unico, che costituisce un meraviglioso esempio di regia, rivoluzionario per l’uso del carrello. È un film che prende in giro il genere horror, o meglio la maniera con cui tale genere era progredito negli anni ’70, creando un horror autoironico ma allo stesso tempo serissimo, così serio, filosofico e potente nelle immagini e nella costruzione dei personaggi da essere spiazzante. Ne ho già scritto abbastanza nella mia analisi «doppiafaccia» di Kubrick qui. Troppo in basso?

 

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6. Rosemary’s baby (id., 1968) di Roman Polanski

Secondo capitolo della trilogia del terrore negli appartamenti, è dei tre il più famoso ed apprezzato dalla critica a causa principalmente di due originalità pazzesche: 1. la finta presa in giro finale dello spettatore, volto ad essere convinto che tutto l’orrore che la protagonista sta scoprendo sia in realtà un orrore immaginario quando non lo è, ed era in realtà reso ben evidente, trasformando il film da un thriller di sensazioni ad un horror strettissimo con grande velocità; 2. la buñueliana critica antiborghese che porta un gruppo di signori ricchissimi ad essere i primi a desiderare dalla protagonista un bambino che possa essere l’erede ed il figlio di Satana in persona. Il Male nel mondo risiede, tra la risata e l’orrore, nelle classi sociali più alte – nuovamente. La tensione rimane sempre notevole e la regia di Polanski gioca su inquadrature che riescono a dire più sui personaggi di mille dialoghi. Potentissimo.

 

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5. Videodrome (id., 1983) di David Cronenberg

L’apice assoluto della poetica cronenberghiana. Non il suo film che preferisco, ma il suo film definitivo, la cristallizzazione del suo discorso cinematografico, metacinematografico e politico-sociale. Del resto, come può un film che parla del potere dell’immagine in movimento (si parla di televisione, tubo catodico; il Cinema è sottinteso) sulle persone tramite la concettualizzazione e l’innesto di tumori e deformazioni fisico-carnali ma soprattutto mentali sul corpo umano non essere l’estremo risultato della poetica di un autore che -attraverso l’arte cinematografica- non ha mai fatto altro che esplorare l’idea di unione (fusione?) dell’oggetto/arma/tecnologia umana autodistruttiva con carne e mente? James Woods è in stato di grazia al servizio di un vero cult horror-fantascientifico anni ’80, un capolavoro epocale che sta al suo decennio come Arancia meccanica sta agli anni ’70 (e alla fine dei ’60). Effetti speciali splatter ma truccati e ritoccati in maniera fantastica, simbolismi freudiani e un finale tra i migliori di sempre.

 

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4. Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini

Salò è l’ennesimo horror atipico ma è l’horror più atipico in lista per il semplice motivo che non fa paura e non vuole far paura. Vuole disgustare e causare orrore – che è una cosa diversa. L’horror sadico del capolavoro di Pasolini è una declinazione del genere in uno dei sensi italiani del termine orrore: schifo, repulsione – ma una repulsione calcolata ed intelligente, anche troppo. Pasolini uomo è discutibile? Pasolini artista era completo. La sua critica sociale desadiana ed il suo sadomasochismo erotico, misti con le torture sul finale, la coprofagia ed i vari feticismi del disgusto mostrati nella meravigliosa e disturbante sfilata dei valori disintegrati, costituiscono un vomitevole collage atto a dare forma a quello che è forse il film più radicalmente violento di sempre. Sconsigliato per gli stomaci deboli e per chi cerca film violentissimi «tradizionali»: qui si va sul supremo.

(continua)

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3. L’ora del lupo (Vargtimmen, 1968) di Ingmar Bergman

Unica incursione nell’horror di Bergman, sfortunatamente. È un inquietante flusso di immagini pulsanti e grezze, incubi introspettivi alternati ai dialoghi/monologhi metafisico-psicologici a cui Bergman ha abituato i suoi spettatori. Parte integrante della tetralogia di Faro, isola su cui Bergman ha girato molteplici film tra i quali quello che secondo me è il suo capolavoro assoluto, Persona, è un horror estremamente atipico ma anche molto inquietante, esplicito sia nella violenza (agghiacciante una sequenza onirica di infanticidio, strettamente allegorica) che nel sesso, a differenza che nella maggior parte delle opere dell’autore che preferisce accennare che mostrare; ma ciò non è un male, anzi: amplifica l’impatto visivo e concettuale di questo delirante capolavoro, che offre la miglior interpretazione di Max Von Sydow ed insieme ad essa uno dei risultati più alti e più inquietanti di uno dei più grandi autori dell’arte cinematografica. Le parole si sprecano, quando mai potrò parlare specificatamente di Bergman vedrò di dilungarmi in maniera più completa, meno ripetitiva e più degna.

 

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2. Kwaidan (id., 1964) di Masaki Kobayashi

Per invogliare chiunque a vedere questo raffinatissimo «horror» d’atmosfere, uscito dalle costole di uno dei più sottovalutati e bravi autori giapponesi di sempre, Masaki Kobayashi, penso basti dire che sono abbastanza sicuro che Kubrick se lo sia visto decine di volte prima di partorire certe sequenze del suo The shining. Ma dovete guardarlo per molteplici altre ragioni, tra le quali il fatto che è uno dei migliori se non il migliore film a episodi di sempre: episodi tutti orrorifici in maniera abbastanza lata, ma il genere rimane quello – e come nippo-horror ha quei rimandi alle atmosfere esoteriche ma di classe del Mizoguchi di Ugetsu o del Kinoshita di Narayama, e come pre-Hausu (bel film che iniziò il delirio dell’ambiente j-horror rivolto al grande pubblico) è magnifico, spettacolare anche nei prologhi dei capitoli (che per chi è indigesto ad un certo tipo di cinema giapponese possono sembrare prolissi). È un capolavoro, da recuperare in dvd – esiste un’edizione RAROVideo a basso prezzo, acquistabile in linea.

(continua)

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1. Repulsion (id., 1965) di Roman Polanski

L’horror definitivo. Uno dei Polanski migliori (sopra metto solo Cul-de-sac) e, secondo me, appunto, il più grande horror di tutti i tempi; la più realistica ed angosciante rappresentazione visuale delle allucinazioni; l’ego femminile più misterioso e magicamente terrificante. Ha un montaggio rivoluzionario, un utilizzo delle musiche (estremamente brutte e disturbanti, come in Cul-de-sac) geniale che mette paura tutt’ora nonostante il tempo, e una regia con un gusto estetico che anche quando va nel (volontariamente) pacchiano, disturba per genialità ed impatto. La Deneuve è bravissima, la fotografia è magistrale, alcune inquadrature forse ricordano (nel senso che influenzano) lo stile kubrickiano del «suggerire», maturato da 2001 in poi, e l’insieme è compattissimo e perfetto nel mostrare senza troppi fronzoli un ambiente psicologico crudelmente realistico e allucinogeno. C’è tanto espressionismo tedesco, ma anche sperimentalismo francese, incubo artsy e poetica polanskiana in lento maturarsi. Lo considero sinceramente il film più angosciante e terrificante che abbia mai visto – e, per questo genere, è perfetto ed intoccabile.
Anche come conclusione di un pezzo che ha occupato a me parecchio tempo nella scrittura ed a voi parecchio tempo nella lettura. Cogito ergo chiudo.

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