I 100 più grandi registi della storia del Cinema: 1-25

100registi0
Metto momentaneamente in pausa le classifiche delle decadi: perché gli anni ’50 sono difficili, e perché vorrei lasciare spazio ad una breve rubrica che nasce e muore in quattro puntate. Voglio infatti fare una lista, mezza soggettiva e mezza oggettiva, della (mia?) storia del Cinema in 100 nomi di 100 grandi registi in ordine alfabetico, 25 alla volta. Ci sono stati nomi che ho sofferto a togliere (qui, tanti di essi, essenzialmente le quattro decadi abbondanti di nomi dopo il 100: Robert Aldrich, Woody Allen, Paul Thomas Anderson, Olivier Assayas, James Benning, Patrick Bokanowski, Ciprì e soprattutto Maresco, Michael Cimino, i fratelli Coen, Francis Ford Coppola, Clint Eastwood, Marco Ferreri, Robert J. Flaherty, Sylvaine George, Aleksei German, Peter Greenaway, Michael Haneke, Gakuryu Ishii, Winfried e Barbara Junge, Keisuke Kinoshita, Dimitri Kirsanoff, Joseph Losey, Terrence Malick, Ross McElwee, Mario Monicelli, Yuri Norstein, Ermanno Olmi, Marcel Ophüls, Joshua Oppenheimer, Franco Piavoli, Carol Reed, Ben Rivers, Glauber Rocha, Jean Rouche, Raul Ruiz, Rogério Sganzerla, Michael Snow, Paul Sharits, Steven Spielberg, José Val del Omar, Robert Wiene, Wong Kar-wai, Krysztof Zanussi e altri, comprese figure essenziali come Méliès) e altri ancora che sarebbero prevedibili ma probabilmente non troverete tra queste righe. Per ognuno, una foto ma soprattutto i titoli di almeno 2, 3, 4, 5 film più rappresentativi – che siano solo un paio di capolavori o un’intera filmografia. Ed eccovi i primi 25 registi dell’elenco.

(cliccate sulle varie etichette per una lettura completa)

1-5

100registi_akerman1. Chantal Akerman (Belgio, 1950-2015)
Non si può cominciare meglio che con Chantal Akerman, regista belga di cui da pochi giorni piangiamo la morte inaspettata per suicidio. Il suo è un cinema di studio della realtà geografica, che fissa nell’essenza dello spazio vuoto e fermo l’avanguardia per un cinema futuristico che possa essere fatto solo di luogo, senza più la necessità dello sguardo – che comunque rimane ed è presente, in una maniera o nell’altra, attraverso ammonimenti fisici che ricordano come l’immagine possa fluire sempre in direzioni inaspettate, in mondi romantici o politici, in nostalgia di casa e sesso. Considerata da molti (ma non da sé stessa) un’autrice femminista, la Akerman era senza dubbio una grande combattente, un simbolo militante di un cinema duro e puro che resiste nella propria speranzosa sperimentazione.
Film essenziali: Hotel Monterey (1972); Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975); Je, tu, il, elle (1976); News from home (1977); No Home Movie (2015)

100registi_altman2. Robert Altman (Stati Uniti d’America, 1925-2006)
Il più anti-hollywoodiano dei grandi e influenti registi della Nuova Hollywood, Altman è un sovversivo modificatore dello spazio che rompe sche(r)mi con la prepotenza innovativa di una vera divinità che regna sui macrocosmi corali degli esseri umani: li mette a nudo, li trasforma in paradossi hitchcockiani (in senso provocatorio), li dilata, li rende enti meta filmici grotteschi, e li rende meravigliosi monumenti, testimonianze di vita e di esperienza sociologica. La sua è un’epica dell’America fatta di paradossali “enormi piccolezze”, divertissement e follie concrete. I suoi film sono come quadri di Bosch che volano con libertà sopra la realtà. Non tutti i suoi film sono grandi capolavori, ma ha decisamente contribuito in grande alla storia del miglior Cinema americano.
Film essenziali: Quel freddo giorno nel parco (1969); M*A*S*H (1970); I compari (1971); Images (1972); Il lungo addio (1973); Nashville (1975); Un matrimonio (1978); I protagonisti (1992); America oggi (1993); Gosford Park (2001); Radio America (2006)

100registi_angelopoulos3. Theodoros Angelopoulos (Grecia, 1935-2012)
Pochi movimenti, ipnotiche coreografie che piegano il tempo, piani sequenza che recano in immagini consecutive eventi separati l’uno dall’altro da anni: ecco il cinema mesmerizzante di Theodoros Angelopoulos, il più grande autore del Cinema greco. Molto legato al cinema americano per eleganza dell’immagine e al cinema asiatico per organizzazione dello spazio, Angelopoulos è un regista modernissimo che collega con passione la tradizione della storia della letteratura greca antica con i demoni metacinematografici del teatro e della memoria della Storia. È uno dei mostri sacri del cinema europeo più spinto ed esoterico, eppure è riverito e amato anche dai registi hollywoodiani più cinefili, su tutti Scorsese.
Film essenziali: La recita (1975); Paesaggio nella nebbia (1988); Lo sguardo di Ulisse (1995); La polvere del tempo (2008)

100registi_antonioni4. Michelangelo Antonioni (Italia, 1912-2007)
Tra i più importanti registi italiani di sempre non si può tralasciare Michelangelo Antonioni, il regista dell’incomunicabilità, un vero e proprio eroe della rappresentazione del dramma umano, tra l’alienazione marxista nel mondo tragicamente distrutto dall’industria e il disagio esistenziale di un mondo fatto di sguardi che imprigionano e bloccano corpi e menti nella loro inesorabile chiusezza. Gli psicosomatismi dell’identità, l’ipnosi seduttiva della rivoluzione contrapposta all’inettudine del maschilismo della società: il silenzio regna sull’immagine, e l’immagine è un vuoto tragico da riempire con lo sguardo anomalo e critico di una personalità impenetrabile, in continuo divenire. Non ci sono certezze, ma solo cambiamenti, su cambiamenti, su cambiamenti. Un cinema purissimo da conservare.
Film essenziali: L’avventura (1960); La notte (1961); L’eclisse (1962); Il deserto rosso (1964); Blowup (1966); Professione: reporter (1975); Identificazione di una donna (1982)

100registiaristakisyan5. Artur Aristakisyan (Moldavia, 1961)
La filmografia di Artur Aristakisyan conta due film nel giro di quasi vent’anni ed è difficile stabilire quale dei due sia il migliore: il Vecchio Testamento di Palmi, documentario sul disagio esistenziale dei senzatetto post-sovietici alla ricerca dell’amore nella follia e nell’ingenuità sporca della tragica concretezza del loro vissuto, o il Nuovo Testamento di Un posto sulla Terra, che invece annaspa alla ricerca di un utopistico amore assoluto con un incredibile dolore spirituale e universale? Film allo stesso tempo paradisiaci e infernali, lerci quanto pieni d’amore, tra la preghiera e la critica destrutturazione del sistema sociale.
Film essenziali: Palmi (1994); Un posto sulla Terra (2001)

6-10

100registi_bergman6. Ingmar Bergman (Svezia, 1918-2007)
Con una delle filmografie più ricche e miracolose della storia del cinema, Bergman ha regalato al mondo alcuni tra i più grandi film di ogni tempo. È anche difficile descrivere perché: l’umanità dei suoi fragili e potentissimi personaggi, sempre sull’orlo della crisi esistenziale e spirituale; le inquadrature geometricamente e fotograficamente impeccabili, quando eleganti, quando sensuali, quando sanguigne; la brulla malattia della mente umana e della Fede trattata da ogni punto di vista possibile con il pessimismo e la paura di uno strano sognatore; e poi l’incubo dell’enigmatico dramma che divide teatro, cinema, fotografia, musica, montaggio, trama, flusso di coscienza, umana confessione d’intenti e politica. Non c’è niente di sbagliato nel succo del cinema bergmaniano perché è il cinema più sinceramente vitale possibile.
Film essenziali: Monica e il desiderio (1953); Il settimo sigillo (1957); Il posto delle fragole (1957); Il volto (1958); Come in uno specchio (1961); Luci d’inverno (1963); Il silenzio (1963); Persona (1966); L’ora del lupo (1968); Passione (1969); Sussurri e grida (1972); Scene da un matrimonio (1973); L’immagine allo specchio (1976); Sinfonia d’autunno (1978); Fanny e Alexander (1982); Sarabanda (2003)

100registi_brakhage7. Stan Brakhage (Stati Uniti d’America, 1933-2003)
Stan Brakhage è un autore di cinema non-narrativo, pioniere dello sperimentalismo visivo della seconda metà del ‘900. Il suo cinema è un cinema che non avrebbe senso senza l’uso della pellicola (disegnare su pellicola, appiccicare oggetti su pellicola), un cinema empirico che usa la vita e l’intimità di Brakhage stesso per analizzare in maniera tendenzialmente non-documentaristica il sesso, la vita nella sua tragica e misteriosa completezza, il paranormale (e con esso lo spirituale), la nascita e la morte. Il suo è un cinema fatto di colori e luci ma anche di corpi e sangue, che influenzò tantissimo l’opera omnia di Paul Sharits, ma soprattutto un cinema che riesce a creare (e a descrivere) empatia tramite il montaggio, un cinema poetico che influisce l’emotività con un astrattismo sensoriale unico e di fortissima influenza.
Film essenziali: Window Water Baby Moving (1959); Wedlocke House: an intercorse (1959); Mothlight (1963); Dog Star Man (1964); 23rd psalm branch (1967); The act of seeing with one’s own eyes (1971); The text of light (1974); Creation (1979); Unconscious long strata (1981); Night music (1986); Delicacies of Molten Horror Synapse (1991); Stellar (1993); Persian Series 1-18 (1999-2001)

100registi_bressane8. Julio Bressane (Brasile, 1946)
Il Brasile sì che è uno Stato unico. Quando negli anni ’60 autori come Glauber Rocha e Ruy Guerra, influenzati dal neorealismo e dalla nouvelle vague, hanno creato il Cinema Novo, una corrente di cinema sociale per andare contro alle grandi produzioni del paese, Julio Bressane e Rogerio Sganzerla hanno pensato fosse giusto creare un’altra corrente, il Cinema Marginal, che con i suoi ermetici sperimentalismi si rivela una delle proposte più anarchiche e sovversive del cinema tutto. Tra la frammentazione in bianco e nero dei suoi film degli anni ’60 e ’70, le analisi del flusso di coscienza dei grandi filosofi tra Antônio Vieira e Nietzsche e la recente rivoluzione nel suo rapporto sensuale con la pellicola e il digitale, Bressane è un simbolo, un’icona di un mondo e di un tipo di cinema ipnotico e unico.
Film essenziali: Un angelo è nato (1969); Uccise la famiglia e andò al cinema (1969); L’agonia (1978); Sermões: A història de Antônio Vieira (1989); Giorni di Nietzsche a Torino (2001); Educação sentimental (2013); Garoto (2015)

9. Robert Bresson (Francia, 1901-1999)
Da un punto di vista tecnico, Bresson è un rivoluzionario, un vero punto di partenza definito e irremovibile, quadrato e rigoroso per tutto il cinema, francese e non solo. Ascetico e minimalista, dedito all’uso di attori non professionisti e a trame ridotte fino all’osso che analizzano il carattere e la psicologia di personaggi tragici (che siano criminali, personaggi storici o anche animali…) con un progredire concettuale che tocca anche, con pessimismo, la spiritualità, con etica ed estetica vicine al cristianesimo. È un cinema fatto di mani e corpi che restituisce al cinema narrativo la sua natura carnale in maniera pura e semplice, un cinema onesto come pochi.
Film essenziali: Perfidia (1945); Diario di un curato di campagna (1951); Un condannato a morte è fuggito (1956); Pickpocket (1959); Il processo di Giovanna d’Arco (1962); Au hasard Balthazar (1966); Mouchette (1967); Quattro notti di un sognatore (1971); L’argent (1983)

100registi_bunuel10. Luis Buñuel (Spagna, 1900-1983)
Il padre del surrealismo nel cinema: con Un chien andalou ha proprio formato una nuova estetica, un nuovo linguaggio di flusso di coscienza e inintelligibilità dell’immagine. Il cinema è poi diventato per lui un mezzo quasi satirico di destrutturazione politica completa, un mezzo per analizzare la spiritualità e la sua assenza in un mondo nichilista e grottesco come il nostro. Antiborghesia e anticlericalità, uso provocatorio dell’estetica sessuale, deviazione completa dalle sceneggiature, ricerca della sensualità nel quotidiano e nel disgustoso, quadratezza sensibile dell’immagine, precisione economica e degrado del naturale: un regista furioso e furente, un animale da guerra, un apostolo della modernità.
Film essenziali: Un chien andalou (1929); L’âge d’or (1930); I figli della violenza (1950); Nazarìn (1958); Viridiana (1961); L’angelo sterminatore (1962); Intolleranza: Simon del deserto (1965); La via lattea (1969); Il fascino discreto della borghesia (1972); Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977)

11-15

100registi_carne11. Marcel Carné (Francia, 1906-1996)
Tra i maggiori esponenti della corrente del realismo poetico, Carné usa la tragicità della realtà per portare alla luce psicodrammi e psicoromanticismi in cui la scenografia fantastica è la vera realtà e le ombre descrivono le emozioni dei personaggi più di ogni espressione facciale. È un regista che non riesce mai a creare emozioni definite e passa tutte le sue opere a descrivere spazi visivi emotivamente e visualmente indefiniti, spaziando tra infinite sfumature di grigio e tra spazi paradossali a metà tra il chiuso e l’aperto (anch’esso spesso rifatto al chiuso), tra il vero e il falso, tra il claustrofobico e il libero. È un cinema ricostruito e anti-storico ma sospeso nel niente con una forza vulcanica e uno strano senso del romanticismo, unico per il cinema francese e non solo.
Film essenziali: Hôtel du nord (1938); Il porto delle nebbie (1938); Alba tragica (1939); Amanti perduti (1945); Juliette o la chiave dei sogni (1950); Tre camere a Manhattan (1965)

100registi_cassavetes12. John Cassavetes (Stati Uniti d’America, 1929-1989)
È stato accusato di essere solo un regista di attori (di caratteristi e attori teatrali in particolare, compreso sé stesso), ma John Cassavetes è molto di più. È un regista di movimento, di schizofrenia ma soprattutto d’isteria, un autore che descrive con improvvisazione (con jazz, diciamocelo) l’ipocrisia, nel bene e nel male, della popolazione americana ma in generale dell’uomo. Un uomo, quello di Cassavetes, che è bloccato in un’esistenza fatta a strati, di finzioni e amori, barzellette e amplessi repulsivi, un uomo che è fatto di volti e mani e lacrime. Un regista che non si esplicita mai come sociologico ma la cui analisi umana è incredibile proprio per la sua definizione quasi ossimorica: documentarismo grottesco.
Film essenziali: Ombre (1959); Volti (1968); Mariti (1970); Minnie e Moskowitz (1972); Una moglie (1975); La sera della prima (1977); Love streams (1983)

100registi_chaplin13. Charles S. Chaplin (Regno Unito-Stati Uniti d’America, 1889-1977)
Forse siamo diventati troppo snob per capire che Chaplin è tra i più grandi registi di sempre. Forse è il più grande, ma ce lo dimentichiamo per strada, seguendo i concetti e le visioni e dimenticandoci la classica umanità che connette tutta la visione di questo incredibile autore. Chaplin restituisce all’atto del cinema il divertimento commosso della fisicità con una sincerità mai più riscontrabile nel cinema americano. Una sequela di capolavori di onestà drammatica e sociologica assoluta. Mancano le parole.
Film essenziali: Charlot soldato (1918); Il monello (1921); La febbre dell’oro (1925); Luci della città (1931); Tempi moderni (1936); Il grande dittatore (1940); Monsieur Verdoux (1947); Luci dalla ribalta (1952)

100registi_chytilova14. Věra Chytilová (Repubblica Ceca, 1929-2014)
Autrice femminista di cinema sperimentale completamente fuori dagli schemi. Una vera eroina di un tipo di cinema sociopolitico di divertimento scervellato e scellerato, compone una visione dell’arte puramente anarchica, colorata in maniera surreale e irreale, che non richiede tante letture quanto tanta passione, innamoramento visivo e concettuale, ideologico. Non c’è tanto coinvolgimento emotivo quanto coinvolgimento davvero fisico, in queste avventure di follia di eros-thanatos-cibo e socialismo. Bandita, censurata e criticata in tutta Europa, la regista è una vera combattente isterica, una figura affascinante e fuori dagli schemi ed una delle più grandi registi donne mai esistite.
Film essenziali: Le margheritine (1966); Il frutto del Paradiso (1970); Il giullare e la regina (1988)

100registi_cocteau15. Jean Cocteau (Francia, 1889-1963)
Prima un poeta, poi un regista. Uno scrittore, un artista. Un teatrante. Ma un cinematografaro, è importante. Basterebbe il film-scultura Il sangue di un poeta per inserirlo nell’Olimpo del Cinema: onirico atto filmico di resistenza e di suicidio artistico, con cui Cocteau si mostra in maniera definitiva come un eroe avanguardista. Senza essere troppo grottesca e irriverente, l’opera di Cocteau assomiglia allo stile di Buñuel, reso più improvvisato e serioso, ma con il commosso sguardo surrealista (e proto-surrealista, prima) al punto che i surrealisti a volte lo detestavano. Inumano e incoerente, misterioso e magico, Jean Cocteau è un grande genio che, forse, la materia cinematografica finisce per trascenderla.
Film essenziali: Il sangue di un poeta (1930); La bella e la bestia (1946); I parenti terribili (1948); Orfeo (1950); Il testamento di Orfeo (1960)

16-20

100registi_costa16. Pedro Costa (Portogallo, 1959)
Pedro Costa, forse, è il regista politico definitivo. Del resto il Cinema è un’arte fatta di blocchi di spazio e soprattutto di tempo, ed è un atto di resistenza (lo dice Deleuze), e Costa riesce bene nell’intento di creare un mondo in cui il tempo non esiste e la rivoluzione è un fantasma vitale e scioccante. Ha inventato una forma cinematografica estremamente innovativa e suggestiva, un tipo di docu-finzione emozionante in cui personaggi reali estrapolati da contesti storico-politici drammatici (esempio: gli effetti della Rivoluzione dei garofani sugli abitanti di Capo Verde immigrati nei quartieri più malfamati del Portogallo) si muovono alienati in mondi mezzi fittizi e mezzi reali di desolazione, sogno, stasi temporale. È un regista ascetico, marginale, ed è stato paragonato a Samuel Beckett.
Film essenziali: Il sangue (1989); La stanza di Vanda (2000); Gioventù in marcia (2006); Cavalo Dinheiro (2014)

100registi_cronenberg17. David Cronenberg (Canada, 1943)
Il principale problema di Cronenberg è che riguardo a lui è già stato detto (quasi) tutto: analizzatore morboso, rigoroso e quadrato della carne, malato filosofico della macchina (da presa e non solo), l’autore canadese ha una filmografia ricca passata dal documentario sperimentale all’horror, dalla fantascienza violenta al melodramma, dal thriller allucinogeno a quello erotico, dal dramma psicologico al gangster-film, fino al film storico e al delirio sociopolitico. Ma, in tutto ciò, tutti i suoi film sono uguali, perché hanno il fil rouge dell’anagramma corporale, della confusione psicologica moderna e del dramma esistenziale postmoderno. Anche se, forse, è al suo meglio quando si dà al meta-cinema: tra il finale di Videodrome e il sottostimato corto Camera fino ai suoi due ultimi film, punti d’arrivo definitivi per un cinema incredibile nella propria variegata coerenza.
Film essenziali: Il demone sotto la pelle (1975); Videodrome (1983); Inseparabili (1988); Il pasto nudo (1991); Crash (1996); Camera (2000); A history of violence (2005); La promessa dell’assassino (2007); Cosmopolis (2012); Maps to the stars (2014)

100registi_dagata18. Antoine d’Agata (Francia, 1961)
Antoine d’Agata è il regista fotografico definitivo: fotografo in partenza, ma ormai autore di ben due lungometraggi documentaristici dalla portata enorme, l’artista francese è geniale nella sua capacità unica di creare un’osmosi quasi completa tra ciò che c’è dietro la macchina da presa (lui stesso), ciò che c’è davanti (una serie di casi umani immersi in stili di vita degradanti: prostituzione, tossicodipendenza, solitudine, depressione, oscurità e altre ossessioni sono al centro dei suoi temi più affezionati) e lo spettatore stesso, a volte messo in difficoltà e a volte in imbarazzo dalla potenza spaventosa e carnale delle sue immagini. Con il montaggio audio, aggiunge monologhi esistenziali minimalisti dall’indubbia potenza, ma a volte (soprattutto nel più lungo e ripetitivo Atlas) ci si chiede se cambierebbe qualcosa della qualità del film se ci fossero solo le immagini.
Film essenziali: Aka Ana (2008); Atlas (2013)

100registi_chomon19. Segundo de Chomón (Spagna, 1871-1929)
Desiderando competere in bravura con il ben più noto Georges Méliès, che non fa parte di questa lista, questo regista spagnolo ha regalato alla storia del Cinema alcuni dei più puri, incontaminati e intensi cortometraggi sperimentali dell’inizio della settima arte: divertissement grafici tra l’inquietante e il magico, giochi di scenografia, soverchiamento di topoi teatrali, meta-intrattenimento, effetto speciale avanguardistico, montaggio rivoluzionario. Curatore degli aspetti più tecnici e spettacolari nei film di Abel Gance e nella saga di Maciste, l’autore ispanico-francese è uno dei geni più prettamente grafici del suo contesto artistico.
Film essenziali: Lo scarabeo d’oro (1907); Lo spettro rosso (1907); La maison ensorcelée (1907); La legénde du phantôme (1908); Le château hanté (1908); Electric hotel (1908); Il ragno d’oro (1908); A panicky picnic (1909); La guerra e il sogno di Momi (1917)

100registi_oliveira20. Manoel de Oliveira (Portogallo, 1908-2015)
Quando la carriera di un artista raggiunge i suoi massimi livelli dopo che questi ha superato i 60 anni di vita e continua ancora per 4 decadi, vuol dire che l’artista di cui si parla è assolutamente alieno a ogni altro. Il portoghese De Oliveira è uno sperimentatore unico, la cui carriera l’ha portato a fare film dall’epoca del muto a quella del digitale. Influenzato dal cinema di Buñuel e fortemente vittima di un legame sanguigno tra letteratura e cinema, è un regista modernista e modernissimo che sfrutta al massimo la propria libertà d’espressione (da quando può in poi) con film intimi, film satirici, film a tema politico e religioso, documentari, film metacinematografici pure. I suoi film sono oggetti inusuali, poetici, atmosferici: i capolavori assoluti La valle del peccato (nell’immagine in cima) e Visit or memories and confessions sono meraviglie filmiche inquiete, liriche, personali, contemplative, antiromanzesche. Fino a che non è addirittura difficile reagire e capire davvero cos’è il suo cinema.
Film essenziali: Aniki-Bóbó (1942); Il passato e il presente (1971); Benilde, o la vergine madre (1975); Amor di perdizione (1979); Francisca (1981); I cannibali (1988); La divina commedia (1991); La valle del peccato (1993); Viaggio all’inizio del mondo (1997); Un film parlato (2003); Singolarità di una ragazza bionda (2009); L’anziano di Belém (2014); Visit or memories and confessions (1982-2015)

21-25

100registi_deren21. Maya Deren (Stati Uniti d’America-Ucraina, 1917-1961)
Sperimentatrice essenziale, autrice in particolare di cortometraggi visionari (di specchi, ombre, giochi ipnotici), la Deren, in origine Derenkovskaia, è una penetratrice di subconsci, un’avanguardista del surrealismo, una maga introspettiva di un metacinema cupo e inintelligibile, di matrice buñueliana. Giocando con le riprese in soggettiva e con un’immaginazione sconfinata che riempie e infrange più e più piani di realtà e finzione, il suo cortometraggio Meshes of the afternoon è già di per sé esempio definitivo dell’opera di un’autrice matura e imprescindibile, per la quale il cinema non è qualcosa che deve essere spiegato ma qualcosa che deve essere esperito, con le immagini che necessariamente diventano taglienti flash mentali: ricordi, sogni, visioni, immagini specchiate di sé stessi.
Film essenziali: Meshes of the afternoon (1943); At land (1944); A study in coreography for camera (1945); Ritual in transfigured time (1946)

100registi_desica22. Vittorio De Sica (Italia, 1902-1974)
Il Neorealismo è tra le correnti cinematografiche europee più note e inflazionate in assoluto, tanto imitata, tanto eguagliata. Un nome come quello di Vittorio De Sica non può essere lasciato fuori, essendo probabilmente il più accessibile tra tutti i registi Neorealisti: meno proto-contemplativo di Rossellini, più drammatico del primo Fellini, più regolare del primo Pasolini, più popolare di Visconti. La realtà di De Sica è una realtà di dramma commosso ed esistenzialismo leggero, immediato, a volte quasi comico nella sua bianca e nera disperazione implicita. Pieno di amore per la vita (ma con un’oggettività sociologica necessaria per dirigere, con il suo massimo capolavoro Umberto D., quello che poi sarebbe diventato il film preferito di Ingmar Bergman), è un regista abbastanza grande da farsi perdonare la sua arcinota prole.
Film essenziali: Sciuscià (1946); Ladri di biciclette (1948); Miracolo a Milano (1951); Umberto D. (1952); Il giardino dei Finzi-Contini (1970)

100registi_diaz23. Lav Diaz (Filippine, 1958)
Cos’è il tempo? Ecco la domanda a cui Lav Diaz cerca di rispondere con il Cinema. Noto per i suoi film lentissimi e dilatati nel tempo (eccetto i pochi di durata accettabile, si va da un minimo di 5 ad un massimo di 10 ore), il regista filippino è dedito a creare film-monumenti in cui uno statuario e solenne bianco e nero blocca nel tempo attimi di resistenza ed esistenza. La sua forza espressiva è spesso legata alla violenza delle scene che mostra: suicidi, stupri, incesti. Sequenze spesso lunghissime (in Heremias, forse il suo capolavoro assoluto, c’è un’inquadratura in soggettiva di un’ora in cui il protagonista osserva dei ragazzini in un casolare abbandonato che, strafatti, parlano di stuprare una ragazza spaccando oggetti attorno a loro) alienano lo spettatore, lo rendono partecipe di un mondo di storia, cultura e (s)valori che gli vivono e gli muoiono attorno. Sono tutti film-vita, che accendono e spengono la quotidianità in maniera tragica.
Film essenziali: Evolution of a Filipino Family (2004); Heremias (2006); Death in the land of Encantos (2007); Melancholia (2008); Century of birthing (2011); Florentina Hubaldo, CTE (2012); Norte – the end of history (2013); From what is before (2014)

100registi_dreyer24. Carl Theodor Dreyer (Danimarca, 1889-1968)
Indubbiamente il più grande regista danese di tutti i tempi. Realismo ed espressionismo, disperazione cristologica e paranoia teocratica, inquadrature larghe e strette, dolore e passione: il cinema di Dreyer è un atto sacrale e sacrilego in cui l’emozione umana è al centro dell’inquadratura nella sua forma più pura e a volte più disgustosa. Come si stringe sull’espressione umana in La passione di Giovanna d’Arco, tanto si ampliano le vedute e gli ambienti, gli spazi chiusi e maniacali di Dies Irae. C’è l’orrore, l’orrore dell’emozione, l’orrore emotivo dell’esistenza nella sua mancanza di compiutezza. L’immagine sovrasta la parola e la violenza è più notevole in uno stacco di montaggio che in una ferita. Autore focolare, sempiterno, intensissimo.
Film essenziali: Pagine dal libro di Satana (1921); Desiderio del cuore (1924); La passione di Giovanna d’Arco (1928); Vampyr (1932); Dies Irae (1943); La parola (1955); Gertrud (1964)

100registi_dwoskin25. Stephen Dwoskin (Stati Uniti d’America, 1939-2012)
Descriviamo lo sperimentalismo intimo di Dwoskin con le stesse parole illuminanti con cui lui parla del senso dell’inquadratura (da me tradotte dall’inglese): «La questione dell’inquadrare (e lo scopo dell’inquadratura) è lo ‘sguardo’: lo sguardo della faccia e come la ‘faccia’ dirige il movimento del corpo (avvicinandolo e allontanandolo) e attraverso gli occhi; l’idea degli occhi come estensione della ‘mente’; l’espressione della soggettività interiore per come si manifesta essa stessa esternamente, attraverso l’espressione della faccia; e lo ‘sguardo’ che proviene da ed è costituito dagli occhi. La macchina da presa, inoltre, è un’estensione dello sguardo – osservando e catturando spontaneamente come essa si lega o risponde o reagisce all’altro (la risposta del modello, il suo umore, il suo sentimento)…»
Film essenziali: Naissant (1964); Dirty (1971); Central Bazaar (1976); Trying to kiss the moon (1994); Pain is… (1997); Lost dreams (2003); Age is… (2012); Before the beginning (2015, postumo)

7isLS

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *