Hiroyuki Imaishi: da FLCL a Kill La Kill passando per Gurren Lagann / Kill La Kill

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Terminiamo con il nostro excursus nelle opere di Hiroyuki Imaishi: qui la puntata su FLCL, qui quella su Gurren Lagann, e ora tocca a Kill La Kill. Yatta!

Kill La Kill è finito il 27 marzo 2014 ed è anch’esso un capolavoro del genere. Un po’ controverso, sin dall’uscita, il giudizio: tra chi l’ha considerato sin dall’inizio un’opera di enorme portata e chi, preso dai dubbi, ha invocato quella terrificante parola: fanservice, servizio ai fan, al fan medio degli anime che quando guarda qualcosa vuole vedere sempre le stesse cose.
Apro parentesi. Prima di analizzare l’opera, voglio ricordare che la maggior parte di quelli che gridano al «fanservice» per etichettare e prendere in giro Kill La Kill sono gli stessi che negli anime cercano sempre la stessa roba, distruggendosi le retine con la ventiquattresima visione di quelle cacche fluttuanti di K-On! o Free! o Chuunibyou demo koi ga shitai!, tre opere leccate, zuccherose e stupide provenienti da quella Kyoto Animation che da una quindicina di anni a questa parte ha mantenuto viva la crociata contro lo sviluppo neurale degli esseri umani, ma lo ha fatto con produzioni più ricche di quelle della Gainax, potendo quindi animare bene i propri aborti artistici e quindi ricevendo migliaia di vergognose recensioni positive che etichettano i loro imbecilli prodotti antiestetici come «manifesti generazionali». Chiusa parentesi.
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Caramelle

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Kill La Kill più che fanservice si potrebbe dire, utilizzando un altro termine della rete, che propone eye candy («caramella per gli occhi»: un bel vedere, insomma) con la sua overdose di donnine nude che ha fatto imbestialire le femministe di turno, spettatrici a occhi aperti e sguardo spento: la quasi-nudità dei personaggi femminili di Kill La Kill, infatti,non è diversa in niente dalla quasi-nudità dei personaggi maschili in anime di combattimento classici ultranoti quali, ad esempio, il leggendario e sopravvalutato Dragonball Z (direttamente citato, tra l’altro, con il character design del Super Sayian, nell’ultimissimo episodio di Kill La Kill stesso, con geniale illuminazione).
Anzi, ad esagerare la presa in giro, ecco il personaggio geniale ed esilarante di Aikuro Mikisugi, sensuale professore di sesso maschile che sfrutta ogni occasione per mostrare le proprie nudità con ammiccante ed esagerato narcisismo (ed un pizzico di velata, sottintesa omosessualità): un chiaro richiamo ai personaggi femminili macchietta che in molti anime sembrano avere solo il ruolo di mostrare il proprio fisico accuratamente disegnato.
E in tale triste categoria di figuranti ricade anche, sotto certi punti di vista, un personaggio dello stesso Imaishi: Yoko Littner di Gurren Lagann. Autoironia voluta di Imaishi? Sì. Il regista non è nuovo a queste trovate, e siamo messi sul chi va là in tal senso già dal primo episodio di Kill La Kill, in cui compareil pugno-trivella che rimando chiaramente a Gurren Lagann.
L’ironia continua bersagliando anche la censura dei capezzoli femminili negli anime, Kill La Kill compreso (varie le scene di nudo, con seni «vuoti»), con Mikisugi che a più riprese nel denudarsi -tanto è maschio, può- mostra i propri capezzoli luccicanti come neon fucsia.
(continua)

Trama

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Ma passiamo alla trama: la giovane Ryuko Matoi trova, ficcata nel cadavere del padre ucciso, la metà di un paio di gigantesche forbici rosse, ed in lontananza scorge l’ombra di una figura umana che scappa brandendo l’altra metà. La ragazza decide di prelevare le forbici dal corpo e di andare alla ricerca dell’assassino: così si ritrova come studentessa all’Accademia Honnouji, un liceo in cui Satsuki Kiryuin, presidente del consiglio degli studenti e figlia della delirante Ragyo, un’importante e ricca personalità del settore economico tessile, ha imposto una gerarchia quasi totalitarista imponendo sulla personalità del preside e dei professori la propria autorità e quella dei suoi quattro migliori amici/tirapiedi.
Satsuki ha inoltre instaurato una stratificazione degli studenti basata sui loro vestiti, riconoscibili dal numero di stelle che portano: zero stelle, come Mako Mankashoku, pigra, golosa e goliardica compagna di banco di Ryuko che presto diventa la sua migliore amica (invitando anche la protagonista a dormire a casa sua con la sua caricaturale famiglia); una stella, come gli studenti più altolocati; due stelle, come i capi dei club di attività alternative; e tre stelle, come solo i quattro amici di Satsuki dell’Elite Four. Il numero di stelle sull’uniforme determina anche lo stato sociale in cui le famiglie degli studenti vivono (Mako vive in un vicolo cieco e sporco e campa di crocchette al gusto di «oggetti non identificati ma non velenosi») e le uniformi (dette «uniformi Goku», probabile ammiccamento al Goku protagonista di Dragonball) da 2 o da 3 stelle contengono anche particolari poteri, o amplificazioni della forza fisica.
Ryuko, dopo un insuccesso in combattimento con un pugile che indossava un’uniforme Goku da 2 stelle, cade (letteralmente) nella botola della casa del padre scovandovi Senketsu, una apparentemente normale uniforme scolastica femminile che però succhia il sangue umano e dota la ragazza di una forza fisica e di una capacità di difesa irreali, costringendola però a combattere con un vestito che la lascia seminuda. Sviluppi prevedibili?
Le cose sono più complicate di quello che sembrano.
(continua)

Particolare

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Può parere che io abbia impiegato troppo tempo a descrivere il mondo di Kill La Kill, cronologicamente una sorta di presente alternativo rispetto a noi, ma è importante conoscere il totale per entrare nel particolare.
La serie, dotata di un budget basso, a volte è povera nelle animazioni, e sfrutta spesso e volentieri una computer grafica non sempre efficacissima, e ciò si nota nonostante Imaishi sia davvero grande a mutar in vantaggio lo svantaggio, usando con autoironia la carenza di mezzi per esagerare da un punto di vista grafico il comportamento dei personaggi (soprattutto la delirante Nui Harime e la succitata Mako, ridotte spesso a cartonate parodie di sé stesse) o ripetendo maniacalmente dello stesso «campione» per frotte di personaggi tutti uguali, per sottolineare l’omogeneità.
Sul versante del disegno, tuttavia, è anche superiore a Gurren Lagann: per l’accuratezza dell’estetica in generale e la cura nella costruzione dell’intero mondo in cui la serie si svolge, compatto nelle atmosfere e realistico nelle proporzioni fisiche dei personaggi (quando vogliono essere realistiche, ovviamente); per il character design, originale ed in linea con ognuno dei personaggi singoli, le cui variazioni «fisiche» servono a delinearne meglio profilo e sviluppo: il più importante cambiamento è quello nel disegno di Satsuki,  all’inizio della serie spigolosa ed esagerata nella mascolinità (il mento, le sopracciglia) e presto, appena assume un ruolo più importante e positivo, intimo, più aggraziata e femminile nelle forme. Non è tuttavia l’unica: l’esagerazione, ovviamente e per fortuna, non manca mai, e riguarda soprattutto l’Elite Four: Ira Gamagoori, muscolosissimo scudo umano le cui dimensioni cambiano da scena a scena (ci sono momenti in cui è alto «solo» 2 metri e mezzo ed altri in cui anche solo la sua faccia è alta 1 metro); Uzu Sanageyama, profondo ed interessante personaggio (ben sviluppato nell’episodio 6, tra i migliori della serie), doppiato da Nobuyuki Hiyama (voce di Viral in Gurren Lagann; e i due personaggi hanno delle battute in comune), esagerato nella postura scimmiesca, nell’enfasi vocale, e negli ultimi episodi anche nella voluminosità dei capelli; Jakuzure Nonon, ragazza dai capelli rosa che usa come arma l’esuberanza pomposa della musica classica, la cui bassa statura è spesso esagerata con cambi immediati di proporzioni (come la massa muscolare di Gamagoori), la cui voce gracchiante e deforme è caratterizzante almeno quanto la resa grottesca continua delle espressioni facciali (doppiatrice: Mayumi Shintani, ovvero Haruko in FLCL); infine, Houka Inumuta, la cui fisicità, le cui pose e la cui spigolosa composizione facciale lo rendono un’abile presa in giro degli stereotipi dei personaggi degli yaoi (gli anime e manga incentrati sui personaggi maschili omosessuali, spesso fisicamente idealizzati in maniera assurda).
(continua)

Fasci no

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Il concetto estetico più seguito è quello del vestito: vestito (apparenza, maschera) che rappresenta come gli esseri umani sono socio-politicamente, mostrando come nella società a volte l’apparenza di una persona sia considerata più importante della sostanza — Imaishi ci ricorda come in giapponese la parola «moda», «fashion», si pronunci in maniera simile a «fascismo» («fasshon» e «fassho»); analogamente si può dire anche dei termini «uniforme scolastica» e «conquista» («seifuku») e del «kill» («kiru») nel titolo: uccidere, ma anche tagliare, indossare.
Tale «apparenza» costituisce una futile gerarchia… e come in Gurren Lagann, i più umili si fanno strada, con anarchia e desiderio di libertà, e scardinano il totalitarismo mostrando i denti ed i muscoli. È esemplare che l’anarchia più esasperata e compatta sia rappresentata dal nudismo, come è gurrenlaganniano il discorso che si evince soprattutto dagli ultimi due episodi, sulla scia di un «gli esseri umani non hanno senso ma bisogna combattere per la loro indipendenza — il non avere senso è la cosa che gli esseri umani sanno fare meglio!».
Tra inquadrature che ricordano in maniera direttissima, giust’appunto, Gurren Lagann (la più immediata è, qui, nel monologo di Ryuko nell’episodio 23, con una tavola uguale a quella, là, del monologo di Simon dopo il salvataggio di Nia), e soluzioni coreografiche dei combattimenti graficamente geniali, l’impostazione della violenza fisica come rivalsa sociale funziona alla perfezione.
(continua)

Tanto peggio, tanto meglio

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Kill La Kill, fortunatamente, inizia con i due episodi peggiori della serie. Perché fortunatamente? Perché così funziona la (mai scontata) logica della qualità in crescendo, grazie ad un terzo episodio che dà all’apparente nonsenso dell’inizio un formato, una trama, un’identità, un’epicità, fornita con grazia anche dalle geniali musiche di Hiroyuki Sawano (che già compose le colonne sonore ottime di altri due anime, Guilty Crown e Shingeki no Kyojin).
Viene momentaneamente negata, tale qualità, con un episodio 4 di sole gag comiche, sempre sul vertice del parodistico nell’alternare vera avanguardia stile FLCL a semplice pigrizia stile Panty & Stocking with Garterbelt, per poi passare ad un grande trittico: gli episodi 5, 6 e 7 che scavano in profondità nello sviluppo dei personaggi (5- Tsumugu e Senketsu; 6-Satsuki e Sanageyama; 7-Mako e Ryuko) e delle interazioni sociali. L’episodio 8, che aiuta a ristabilire un ordine cronologico e dà profondità a quello che in apparenza era il più superficiale dell’Elite Four, Ira Gamagoori, serve come introduzione agli episodi dal 9 al 12, di puro, ininterrotto combattimento, costruito non banalmente né in maniera ridondante, e coerente da un punto di vista grafico e contenutistico.
Dopo un episodio 13 di dubbi ed ambiguità, ci si addentra negli infernali episodi 14 e 15 che non servono ad altro se non alla conclusione della prima parte della serie, meno nettamente individuale della prima parte di Gurren Lagann per il contenuto e per la trama ma qualitativamente molto inferiore alla seconda parte, che detona con un crescendo di violenza e soluzioni visive negli episodi 16, 17 e 18, prima dell’assoluto «riunirsi delle parti» che confonde e unisce alla perfezione Bene, Male e derivati dall’episodio 19 in poi.
Si giunge così a quella che probabilmente è l’unica conclusione possibile per una serie che tratta un percorso di crescita adolescenziale (quello, ovviamente, di Ryuko) con originalità soprattutto per quanto riguarda le relazioni interpersonali: dalla migliore amica alla nemesi, dai rivali alla sensazione di far parte di una famiglia, fino ad un rapporto intimo con un vestito, Senketsu, che sembra quasi essere un «buon padre» (ha un occhio oscurato proprio come il padre di Ryuko e riserva nei confronti di questa un comportamento protettivo), ma soprattutto ad un rapporto pessimo con la più inquietante, brutale e cristologica (vedere conclusione dell’episodio 17) figura materna, Ragyo Kiryuin.

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E qui si conclude il mio necessariamente prolisso discettare di tre tra i più importanti, folli, originali e particolari anime di tutti i tempi, figli di un autore dalle variegate capacità ma dall’univoco genio, un grande regista dell’animazione giapponese che siamo sicuri ci regalerà altri gioielli in futuro.

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