Hiroyuki Imaishi: da FLCL a Kill La Kill passando per Gurren Lagann / Gurren Lagann

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Continuiamo con il nostro excursus nelle opere di Hiroyuki Imaishi: qui la puntata su FLCL, ora tocca a Gurren Lagann, domenica prossima a Kill La Kill. E via con le danze.
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Rivoluzione

Sfondamento dei cieli Gurren Lagann (2006), spesso (giustamente) abbreviato in Gurren Lagann, è uno degli anime più acclamati di tutti i tempi ed è il prodotto mecha definitivo. La tamarraggine cult di Mazinga, le pippe spirituali di Evangelion, no, nulla può competere con la perfezione contenutistica di Gurren Lagann.
Serie di 27 episodi, divisa concettualmente e cronologicamente in due parti (8 anni di storia tra la prima e la seconda), è stata interamente diretta da Hiroyuki Imaishi, eccetto che per lo storico episodio 4 (che ha spaventato molti bloccandoli dall’andare avanti con la visione), disegnato dall’amico di Imaishi Osamu Kobayashi, meno bravo sia nell’animazione che nel disegno.
La storia riprende moltissimi stereotipi del genere mecha e li piega al servizio della politica di Imaishi, qui sempre in bilico tra autocontrollo e rottura degli schemi ogni volta che può: il protagonista è Simon «lo scavabuchi», un ragazzino che vive in un futuro post-post-apocalittico in cui gli esseri umani abitano in villaggi sotterranei, piccole caverne di Platone senza luce, ossessionati dallo scavare per risorse e gioielli, come se oltre la terra sopra di loro non ci fosse un cielo e bisognasse continuare ad andare sempre più in basso, rotolando vuoti e abbassandosi sempre di più, privi di ambizioni.
Simon, trivella in mano, è il più bravo di tutti gli scavatori, ed il suo migliore amico è il più grande e muscoloso Kamina, simbolo d’ispirazione e illuminato pieno di ambizioni, convintissimo che oltre la terra ci sia un cielo, che vide da bambino insieme al padre. Tra un tentativo di evasione e l’altro, la natura della realtà diventa sempre più evidente: esiste sì un mondo «ulteriore», ma c’era davvero bisogno di scoprirlo? Pieno di corruzione e violenza, deserto con poche oasi naturali, la Terra è luogo di scontri, in cui mecha chiamati Gunmen, mercenari al servizio di un apparentemente dittatoriale e misterioso capo di stato, Lordgenome, si scontrano con l’umiltà di Simon, Kamina,Yoko, ragazza che «scopre» il soffitto del villaggio dei protagonisti durante uno scontro con un Gunmen, e altri personaggi, come Kittan e le sue sorelle, Rossiu, Gimmy, Darry e soprattutto Nia, la figlia di Lordgenome, respinta dal padre, che si lega sentimentalmente a Simon.
L’anarchia imaishi-ana è qui al servizio di un’estetica dell’epica basata su una logica quasi comunista nella sua concezione della rivoluzione, con gli «umili», i «piccoli», i «più bassi» che sconfiggono con prepotenza il potere («Fight the power», «Combatti il potere», dice ossessivamente la canzone Libera me from hell, a metà tra il rap e la musica lirica, che si sente più volte nella seconda parte della serie) e la logica, grazie alla cosiddetta «forza spirituale» che li guida e che li rende capaci di essere veri e propri eroi. Una «forza spirituale» che è «forza socio-politica» probabilmente, vendicativa ed emotiva.
(continua)

Evoluzione

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La serie va senza dubbio analizzata nel particolare, anche episodio per episodio, senza anticipazioni guastatrici (spoilers) se non concettuali. Il primo, che ho praticamente già narrato nella sua interezza, è un gioiellino di animazione ma anche di coerenza, che introduce le ideologie e l’etica della serie facendo capire che verranno sviluppati meglio successivamente.
Se il secondo, il terzo e soprattutto il quarto, però, hanno più che altro lo scopo di introdurre concetti visivi (come l’agganciamento tra i Gunmen rubati da Kamina e Simon, simbolo della solita «forza spirituale» come fonte anche di unione fraterna o viceversa) e personaggi, il quinto è uno dei veri e vari episodi-capolavoro, con una critica non solo socio-politica ma anche religiosa e con un villaggio sotterraneo di uomini-talpa che non riescono a vedere la verità accecati dalla stoltezza di un libro di salmi che non sanno neanche leggere.
Il goliardico sesto episodio ed il combattivo settimo, che si conclude con un climax apocalittico, servono come introduzione all’ottavo episodio, esperienza traumatica in cui, dopo molti epici combattimenti, si raggiunge una tragica e non desiderata conclusione che dice allo spettatore: non dimenticatevi che questa è la storia di Simon, il suo percorso, lui rappresenta ciò che (noi autori) vogliamo dire all’umanità nei riguardi dell’umanità stessa (che Simon rappresenta), e se per noi l’umanità deve rappresentare anche la solitudine e la carenza di speranza, questa è la maniera migliore che abbiamo.
Il nono episodio già parte con un distacco, deprimente e depresso, dalla precedente tamarraggine e goliardia (si nota anche nello stile del disegno, meno caricaturale e più cupo, e nel doppiaggio più adulto di Simon), ma tra una scena epicheggiante inchiostrata col carboncino ed un’altra, presto si ristabilisce l’ordine della tamarraggine, creando un lento climax, un episodio dopo l’altro (con l’approfondimento di Nia come sottofondo), verso il grande scontro finale nel meraviglioso episodio 15, dopo un ridondante e noioso episodio 14 (il peggiore della serie dopo il 4).
(continua)

Partizione

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È dopo questo, e dopo un episodio 16 che funge come riassunto e pausa, che comincia la seconda parte, che ho già detto prima essere ambientata otto anni dopo gli eventi della parte iniziale. Si inizia con una sorta di resoconto della ristabilizzazione della democrazia e della «normale vita umana» come risoluzione agli eventi catastrofici con cui la serie è partita: tutto viene interrotto dalla risoluzione di una profezia, con Simon (frainteso come capo di Stato e ridotto a prigioniero di Stato), vittima della propria ingenuità, sempre più debole, sempre più vicino alla mancanza di coraggio che dimostrava all’inizio del proprio percorso, alla ricerca della motivazione per riaccendere la forza spirituale, riunire il team e sconfiggere il nemico di turno in un combattimento «spaziale» — a vari livelli, con la lotta finale che è la più sbruffona, tamarra ed eccessiva che la storia degli anime mecha ricordino ma che è anche il perfetto punto d’arrivo ideologico della serie, inscenando come fa una sorta di combattimento tra l’Uomo e l’arroganza di Dio.
Questa seconda, camaleontica parte è superiore alla precedente per la sua capacità di combinare un carattere multiforme ed epico alla tenuta di un certo livello di tristezza e pessimismo; e ciò, nonostante non si faccia mai prendere troppo sul serio e non smetta di crogiolarsi nello stereotipo (e nella presa per i fondelli dello stesso!), passando da un inizio politico deprimente ad una conclusione anarchica e burina, ma ottimista.
In chiusura, un epilogo di melanconica profondità, inaspettato, che arriva come una sassata – analoga sotto certi punti di vista al melodrammatico viaggione alla fine della serie HBO Six feet under.
(continua)

Animazione, umanazione

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Stilisticamente, Gurren Lagann è meno originale di FLCL e meno geniale di Kill La Kill (anche se è animato più fluidamente di quest’ultimo), ma è decisamente compatto e usa bene la grafica computerizzata. Le sue colonne sonore non sempre son perfette, anzi, a volte ridondanti e pompose, ma spesso ben riuscite nel mischiare generi — ho già citato Libera me from hell, ma vale la pena citare anche il nu-metal di Nikopol.
Contenutisticamente, non posso non aggiungere, al precedente discorso socio-politico della visione del mondo che traspare dagli occhi di Imaishi in questo meraviglioso capolavoro del genere, una sorta di apologo dell’umanità: il discorso è in difesa dei nostri difetti, della mancanza di senso che c’è dietro la nostra esistenza, ma anche e perciò della bellezza, nel contempo, di questa mancanza di senso.
A quanto detto finora, e alla mancanza di senso soprattutto, si  sommi la simbologia della spirale, onnipresente nel mondo di anime e manga giapponesi (due esempi famosi: Naruto e soprattutto il grottesco Uzumaki), interpretabile come dna, qui simbolo degli esseri umani (con un Dio chiamato Anti-Spirale, che tenta di uccidere gli uomini per eliminare i propri errori), la cui forza, il cui coraggio, la cui stupidità ingenua ma capace di distruggere, combattere e smuovere è incarnata dalla trivella: «Simon, la tua trivella è la trivella che sfonderà il cielo!» dice Kamina.
La trivella è stata identificata, o meglio FRAINTESA, come simbolo fallico (come se la forza fosse solo virile?), mentre simboleggia quanto sia «perforante», in senso fisico, la determinazione e l’esuberanza umana di fronte al politico.
Andare avanti per il gusto di andare avanti: questo è l’umanismo spirituale mutuabile  dall’estetica graffitara e tamarra di Gurren Lagann, sotto il segno di una coerenza in grado di essere al contempo nichilista e ottimista, anarchica e controllata, grottesca e canonica, spiritosa e seria (negli intenti). Come l’arte per l’arte, in fondo.

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(continua e termina la prossima domenica)

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