Higurashi no Naku koro ni

higurashi+no+naku+koro+ni+-+002

Il titolo inglese dell’anime Higurashi no Naku koro ni, prima serie animata giapponese (anime) che recensisco da quando qui ho descritto in poche parole l’umorismo di Panty & Stocking with Garterbelt, è When they cry, che nella nostra lingua si può tradurre con Quando essi piangono. Se uno però traduce letteralmente Higurashi no Naku koro ni, distribuito in Italia con il titolo ridotto alla prima parola Higurashi, si ritrova davanti a Quando le cicale piangono.
In questa recensione prenderò in considerazione la prima stagione di Higurashi, l’unica che ho visto per intero: le seguenti, dopo il titolo, hanno caratteri che indicano le successioni di capitali e stagioni, come Kai o Rei. Cercerò di valutare l’insieme basandomi sulle quattro S: Struttura, Storia, Stile e Sensazioni.

Struttura

In Higurashi la struttura è la sezione più importante e riuscita. Infatti funziona ad archi narrativi, in maniera inizialmente surreale, nel suo horror-comico incomprensibilmente astratto; come funziona, quindi? Ogni tot puntate, tutti i protagonisti o quasi… muoiono. Gli archi narrativi hanno una durata di vari episodi e iniziano sempre allo stesso punto nel tempo della storia (inizio del giugno 1983) e si svolgono in pochi giorni, per concludersi con le morti di vari personaggi, tra i quali i protagonisti, causate principalmente da conseguenze tragiche di coincidenze causate da maledizioni varie i cui veri svolgimenti vengono spiegati… «meglio» (?) attraverso la serie.
Questa idea folle è decisamente riuscita: l’orrore si ripete in continuazione, creando caos simili ma diversi e forzando nello spettatore diversi e vari tipi di paragoni fra le  narrazioni. Le motivazioni delle azioni e dei fatti nelle varie storie, nonché gli stravolgimenti psicologici dei vari personaggi creano un mondo affascinante ed inquietante. Molti archi narrativi sono superiori ad altri, ma in generale la qualità media è la stessa. Di questi il migliore è probabilmente il quinto arco, con varie rivelazioni sul mondo stralunato in cui alberga l’anima di Shion Sonozaki (vedi oltre), mentre il peggiore potrebbe essere il terzo, che dagli spunti meno interessanti di tutti trae una delle storie più lunghe (nonostante il finale sia forse il migliore. E anche questa «confusione» tra migliore e peggiore la dice lunga sulla serie).

Storia

Inizio giugno 1983: Keiichi Maebara si è da poco trasferito nel villaggio di Hinamizawa, un villaggio così piccolo che gli studenti sono tutti raggruppati in una sola classe, in cui vi sono ragazzini di età variabile tra i 5 e i 17 anni. Si trova in classe con quattro ragazze enigmatiche ma molto simpatiche che diventano subito sue amiche: Rena Ryuuguu, Mion Sonozaki, Satoko Houjou e Rika Furude. Tra pochi giorni, si svolgerà il festival dello Wataganashi, che consiste in una festività sacra del villaggio in cui gli abitanti, felici, si radunano nella foresta e accanto ai fiumi, raccogliendo cotone. Una festività che sarebbe più lieta se non fosse che, da quattro anni a questa parte, ogni 365 giorni, il giorno di Wataganashi vengono uccise due o tre persone dalla maledizione del dio Oyashiro-sama, ritrovate il giorno dopo in condizioni tragiche. Nel 1983, le persone che devono morire sono un fotografo ed un’infermiera, e pochi giorni dopo pure Rika.
Questa è la trama comune ai vari archi narrativi, ma si declina in maniera diversa in ognuno: nel primo, Keiichi comincia a farsi mille paranoie dopo aver conosciuto la storia della maledizione di Oyashiro-sama, e a causa di esse si sente represso dalle continue minacce (molte serie, molte no) di Rena e Mion, che infine uccide con una mazza da baseball prima di suicidarsi in una cabina telefonica a causa di una droga — onnipresente come espediente narrativo; nel secondo, Keiichi conosce la sorella gemella di Mion, Shion, e dopo aver scoperto che entrambe sono innamorate di lui, scopre che Mion potrebbe essere un’assassina collegata al mistero di Wataganashi; nel terzo, Keiichi stabilisce un rapporto quasi fraterno con Satoko e decide di liberarla dal grave peso di essere maltrattata dallo zio, che quindi decide di uccidere, ma non tutto va come dovrebbe, anche a causa dell’intervento di Oyashiro-sama e di altre maledizioni irreali; nel quarto, con un flashback, vediamo la storia di un investigatore che, tre anni prima, giunto a Hinamizawa, stabilisce un rapporto ambiguo con Rika, di cui si vede per la prima volta un lato inquietante (era, delle quattro ragazze, l’unica apparentemente priva di un lato oscuro, nonostante il prologo del secondo arco narrativo contenesse preoccupanti premesse sulla sua evoluzione psicologica).
Mentre questi appena nominati sono considerabili question arcs, i seguenti due, come gran parte di Higurashi no Naku koro ni Kai, sono answer arcs, che cercano quindi di rispondere a domande lasciate in sospeso in precedenza. Il primo di essi, ovvero il quinto arco, cerca di rispondere alle domande del secondo, raccontandone gli stessi eventi dal punto di vista di Shion, che si scopre essere un personaggio molto più tragico di quanto sembrasse dal suo precedente sviluppo, oltre che colpevole di tutti gli omicidi attribuiti a Mion; il sesto arco invece cerca di rispondere a domande del primo senza raccontare la stessa trama da un particolare punto di vista, e anzi creando un’ennesima storia parallela che vuole solo spiegare come funziona la psiche di Rena, forse il personaggio più complicato e enigmatico di tutta la serie, mettendola in difficoltà drammatiche che ne aumentano l’ambivalenza (è inserita in un mondo di cattivo genitoraggio che la travolge in un’onda di dolore e morte, che poi si trasforma in vita reale e infine in paranoia simile a quella di Keiichi nel primo arco); inoltre, ha il beneficio del primo ed unico finale «lieto» della stagione.
Tirando un po’ le somme di quel che c’è di positivo e di negativo nella trama, tenendo conto anche di profondità dei personaggi e complicatezza degli intrighi, e partendo dall’inizio: il primo arco narrativo chiaramente è la chiave per la comprensione della poetica della serie ma, nonostante sia d’impatto, è privo di molte delle qualità visibili in seguito, anche a causa della scarsa qualità dell’umorismo che permea la maggior parte del primo episodio, che manca -e lo spettatore capirà in che senso- di «sporcizia». Il secondo arco è anche più deboluccio, ma si può rivalutare dopo aver conosciuto il quinto. Il terzo è uno dei peggiori se non il peggiore, in quanto sviluppa in maniera prolissa la psiche del personaggio meno interessante del quintetto/sestetto (Satoko), coinvolgendo anche una serie di omicidi spiegata ancor meno delle altre e, a differenza di esse, per niente giustificata. Il quarto è un piccolo mondo a parte, separato da Higurashi sotto certi punti di vista, una piccola isola felice con sprazzi di sporco terrore che attendono ad ogni angolo. Il quinto sfiora la meraviglia, nella costruzione del dramma di Shion e della sua maniera di vivere il doppio (Mion), l’amore (Satoshi prima, Keiichi dopo) e la violenza, sadica e crudele; senza dubbio l’arco narrativo migliore, pur con i suoi limiti. Ci si avvicina il successivo, in cui vengono presentati i risvolti più particolari di Rena, delineandola come quasi bipolare ma in maniera più affascinante e misteriosa di Rika.
C’è, concludendo, un po’ quel senso di piccolo spazio maledetto, violento, onirico e paranoico di Twin Peaks, con quel villaggio in cui nulla è ciò che sembra, tutti hanno paura di tutto e i giovanissimi tengono tanti macabri segreti.

Stile

Lo stile di disegno di Higurashi è pieno di difetti, che però non posso spiegare bene con termini tecnici a causa della mia scarsa conoscenza del mondo dell’animazione. Di certo, se è vero che anche qui esiste la regia e la scelta dei punti di vista, le «inquadrature» di Higurashi spesso sono molto più potenti in quanto tali che in quanto riprese di disegni magari meno interessanti. Possono essere divertenti le transizioni tra i vari tipi di volti (quasi ogni personaggio ha in media cinque espressioni: espressione semplificata, da sketch comico; espressione normale; espressione con pupille dilatate; espressione da risata malefica ad occhi apertissimi; espressione di rabbia omicida), ma spesso anche forzate e folli, anche se non soprattutto nella Shion del mio tanto adorato quinto arco: la fanciulla che ogni volta in cui -anche durante un dialogo normalissimo- compie mentalmente un processo di pensiero che coinvolge la violenza, esplode in un’espressione facciale disturbante ed irreale, ma anche involontariamente ridicola. Detto ciò, nei 26 episodi della serie, si possono ben riconoscere momenti molto folli e ben «inquadrati», soprattutto per le scene di orrore, terrore, violenza; la scena dell’omicidio di Rena e Mion nel primo arco narrativo è irrimediabilmente sadica nella costruzione, ma tra i punti più alti vanno di sicuro inseriti prologo ed epilogo del terzo arco ed ogni scena di tortura o morte tra il quinto e il sesto, programmaticamente esagerati sia per dramma che per complessità narrativa e forza visiva.

Sensazioni

E qua si giunge al difetto chiave di Higurashi: vuole essere un anime di emozioni, di sensazioni, ma non riesce nell’intento. Può causare orrore o tensione nella sua sequenza di inconsistenti follie, o risate, ma mai provocare vere emozioni o vere immedesimazioni nei personaggi, tutto sommato superficiali nella maggior parte degli archi. È un anime senza emozione, che cerca di terrorizzare con il suo fascino visivo e con la sua complessità narrativa, ma che in realtà è molto più semplice e folle di quello che sembra a primissimo impatto, e in quanto tale è difficile da capire dall’inizio alla fine… il che potrebbe benissimo essere un pregio, o una caratteristica né buona né cattiva, ma qui è un difetto duro e puro, semplice nella sua semplicità, in quanto non c’è credo o fede o fiducia nelle proprie potenzialità dietro questo freddo, noioso polpettone di figure anatomicamente incoerenti che si ammazzano fra di loro in continuazione.
Hanno pure cercato di rendere emozionanti le sigle, e ce l’hanno anche fatta grazie a brani e canzoni in effetti ottime, come la sigla della prima serie, che nella propria sadica sporcizia violenta rappresenta al massimo il clima di malata maledizione psicofisica che ingabbia l’intera trama e con essa tutte le varie sottotrame. D’accordo: sporcizia/violenza/malattia/maledizione e via orripilando, ma occorrerebbe andare ben oltre la sigla, e riuscire a farlo in media. E allora?
E’ un mondo animato pieno di difetti, ma non per questo da non meritare almeno una visione, perché è uno di quei casi in cui la somma è maggiore delle parti; senza contare che costituisce anche un piccolo fenomeno di culto, con una base di appassionati molto più grande di quello che si potrebbe sospettare (anche a causa dell’alto livello di sangue… nonostante non sia nulla in confronto a quello di Elfen Lied -questo sì un capolavoro- per capirci) e che potrebbe portare quest’anime iniziato nel 2006 a diventare nel futuro prossimo o remoto un qualcosa che, nel proprio genere, dev’essere visto.

7isLS

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *