Havok / Unnatural selection

Havok-Unnatural-Selection

Sentivate la mancanza del buon vecchio caro thrash metal che, dopo l’arrivo del grunge, andava scemandosi sempre più nel tempo? Non vi resta che godervi l’ultimo lavoro degli Havok intitolato Unnatural selection, che ben si colloca sul ritorno alla ribalta del thrash dovuto a bande come gli Evile, i grezzissimi Lich King o i LaZarus A.D. ma non solo.
Gli americani Havok hanno ottimamente esordito nel genere nel 2009 con Burn, seguito nel 2011 dal loro capolavoro Time is up. Il terzo album in studio, Unnatural selection, rilasciato per la Candlelight Records, si distingue rispetto ai due precedenti, già di per sé diversi tra di loro: c’è stata una fase di transizione (identificabile chiaramente nell’EP Point of no return) tra la sonorità pedante, martellante e tecnica di Time is up e quella più cadenzata, groovy e scorrevole di Unnatural selection. E la svolta non è solo musicale, ma anche a livello lirico. Titoli come I am the State, Give me liberty… or give me death, Under the gun e Worse than war lasciano presagire le tematiche affrontate nell’album: politica, incomprensioni sociali, rabbia e proteste a go go.
Ovviamente il bisogno di dire qualcosa di particolare agli ascoltatori ha fatto sì che anche il loro thrash mutasse leggermente: diventando più «orecchiabile» e cadenzato, più drammatico nei toni, atti ad enfatizzare i contenuti lirici altrimenti un po’ oscurati da virtuosismi e dalla notevole tecnica strumentale del gruppo, che comunque persiste, ma che viene messa in mostra in maniera meno evidente rispetto al passato.
Il singolo Worse than war chiarisce tutti i dubbi a riguardo. Molto probabilmente è il pezzo chiave, musicalmente parlando, di Unnatural selection, rispecchiando in sé stesso tutti gli altri brani dell’album, collocabili lungo la stessa scia stilistica, che conosce una leggera «accelerazione» durante la parte conclusiva dell’album. Il pezzo è piuttosto semplice, caratterizzato da riff equilibrati e piuttosto orecchiabili, in cui il basso si divincola in maniera opprimente ed eccelsa e la batteria del fenomenale Pete Webber, più deciso e sicuramente meno veloce e tecnico rispetto al predecessore Time is up (ma qui è questione di scelte stilistiche) dà incisività, potenza e compattezza al tutto.
Dovendo però dare un giudizio complessivo al disco, bisogna riconoscere che Unnatural selection, nonostante risulti decisamente coinvolgente ed appassionante,  da un lato ha perso qualche punto a livello di musicalità, dimostrandosi più semplice rispetto ai canoni aggressivi della «vecchia scuola» thrash e conseguentemente delle precedenti sonorità degli Havok, ma dall’altro li riguadagna con facilità grazie ai testi impegnati socialmente e politicamente, veri protagonisti del cambiamento operato: la posizione assunta dal gruppo è difatti così forte da «costringere» all’omissione dei classici «martellamenti uditivi» del genere, che avrebbero reso sicuramente più confusionaria la ricezione del messaggio veicolato dai testi.
In sintesi, l’ultima creatura della banda proveniente dal Colorado è sicuramente un mix tra equilibrio musicale e lirico, compattezza strumentale e forte decisione. Un album davvero ben fatto e piuttosto soddisfacente.

VincentRhyme

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