Haruki Murakami / 1Q84

murakami_1q84

Il romanzo di  Haruki Murakami (o alla giapponese, come fa Einaudi al contrario della maggior parte delle edizioni occidentali, Murakami Haruki), dall’enigmatico titolo 1Q84, uscito in due volumi nell’edizione italiana e diviso in tre parti (1 e 2 nel primo volume, parte 3 nel secondo), ha un’apertura folgorante: una giovane donna di trent’anni, di nome Aomane, a bordo di un taxi intrappolato nel traffico caotico della tangenziale di Tokyo, nell’aprile del 1984,  è costretta -per non mancare a un appuntamento importantissimo- a lasciare il taxi, scendere attraverso una scala di servizio sulla strada sottostante e qui, per incanto, viene a trovarsi in un mondo «altro», in un anno imprecisabile indicato con il segno alfanumerico 1Q84 (la misteriosa Q starebbe al posto di un punto interrogativo, Question mark in inglese; inoltre, in giapponese, la lettera Q e il numero 9 sono omofoni).
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L’illogico

Questo «altro» è una sorta di «regno dell’illogico», dove si vive contemporaneamente nel mondo convenzionale del presente e della realtà (concetti che nella narrazione vacillano vistosamente) e in quello parallelo, del 1Q84 appunto, in cui accadono cose sovrannaturali e straordinarie come la presenza di due lune, oppure l’inseminazione a grande distanza durante un temporale apocalittico (non ricorda l’episodio delle Metamorfosi -Ovidio, IV,611- in cui Zeus, invaghito della bellissima Danae incarcerata, si trasformò in pioggia d’oro e, durante un temporale, piovve sulla torre dove era rinchiusa e la impregnò di sé?); un luogo abitato da esseri in miniatura chiamati Little People (potrebbe essere scontato un rimando ai folletti irlandesi abitualmente definiti come Piccolo popolo, meno un richiamo antifrastico al Big Brother di Orwell) coi quali conviviamo da «quando ancora non esistevano il bene e il male. Da quando la coscienza degli uomini era ancora agli albori» (cioè dall’epoca del mondo prima della storia o dalla comparsa dell’uomo sulla terra?).

Aomane e Tengo

L’appuntamento cui Aomane non può tardare è con un uomo d’affari,  ma non per un incontro amoroso, bensì per assassinarlo. L’omicidio le è stato commissionato da una raffinatissima signora di mezza età che dà la caccia agli uomini che odiano le donne. E lui, un importante e abile manager di un’impresa legata al petrolio, che veste Armani (stilista molto sfoggiato nel romanzo) ha inflitto alla moglie sevizie feroci: il Giappone di Murakami come la Svezia di Larsson, e l’Italia di questi tempi cupi.
Aomane e’ affascinata dalla ricca signora e dall’ambiente squisito e remoto in cui vive, isolata come in un tempio. In esso dà asilo e protezione a bambine e donne vittime di violenza maschile e, attribuendo a sé il ruolo di giudice, condanna i loro torturatori. Funzione alla quale associa quella di vendicatrice  affidando a Aomane il compito di spedirli all’altro mondo. La missione di emettere sentenze e infliggere punizioni che la signora si è assunta (ha avuto una figlia vittima del furore del marito)  nasce da un’istanza morale che così descrive a Aomane: «Una persona capace di violenze del genere non può essere lasciata impunita. In nessun caso. […] Abbiamo fatto la cosa giusta».
Serial-killer in segreto, Aomane si descrive così: «si guardò allo specchio. Era soddisfatta del suo aspetto: una donna in carriera, impeccabile da ogni punto di vista, e dall’aria quanto mai efficiente. La schiena diritta e un’espressione decisa sulle labbra».Di professione è physical-trainer in una palestra, cioè aiuta le persone a vivere meglio con il proprio corpo attraverso esercizi fisici e una rigorosa disciplina di addestramenti e allenamenti; come tale, conosce bene l’anatomia.  Ha costruito personalmente un attrezzo con cui dà la morte: un punteruolo acuminatissimo che, introdotto  in un preciso punto della nuca, con un colpo rapido, «arresta il battito del cuore come quando si spegne una candela con un soffio. Tutto finisce in un attimo». Non lascia tracce e la morte sembra avvenuta per cause naturali.
Sarebbe lungo dar conto della trama, tutt’altro che agevole; diciamo solo che si regge sulla storia tra Aomane e un uomo, Tengo, che dopo essersi stretti la mano in un gesto di solidarietà quando erano bambini a scuola, si sono persi di vista e, dal momento in cui –per vie diverse– entrano in contatto con un universo surreale,  sono spinti da un  impulso vitale  a ricongiungersi.
Con risolutezza e tenacia vanno alla ricerca l’uno dell’altra, come al solo e unico essere amato, spinti da una necessità, esterna e superiore alla loro volontà, che sembra determinare gli eventi e condurli in un futuro già deciso. E tutto il racconto fluisce verso la loro ricongiunzione.

Maschi vs donne

Tra le riviste e i giornali internazionali che hanno recensito 1Q84, che ha avuto un successo planetario, lo hanno per lo più lodato per la parte fantastica, magica, e per la messa in scena della lunga fedeltà alla promessa d’ amore che  i due bambini  inconsapevolmente si scambiarono.
Ma non meno di rilievo è il tema della violenza che i maschi esercitano sulle donne, in specie della propria famiglia, e che trova una implacabile castigatrice in Aomane.
L’artista Murakami ha avuto la sensibilità di aver assunto tra i materiali o «idee ispiratrici» da elaborare nel suo testo letterario – uscito nel 2009 ma ambientato nel 1984 – il dramma dei maltrattamenti ed abusi familiari contro le donne. Esso riveste, purtroppo,  grandissima attualità se in tutta la Terra, non più tardi di qualche giorno fa, c’è stata una mobilitazione da parte di organizzazioni femminili che hanno indetto il Billion-rising Flash Dance, un ballo libero per condividere e mostrare, in modi non convenzionali, il rigetto e la condanna di tali violenze.

La regola Cechov

Durante la lettura, in certe pagine, avevo l’impressione di esser condotta per strade imperscrutabili, in sentieri d’altura sui quali faticavo a camminare per la fantasiosità degli assunti cui non sono allenata e che certamente nasce da una cultura a me per lo più sconosciuta. Penso, per esempio, alla crisalide d’aria, una specie di nuvola che come un bozzolo viene creata dai Little People, i quali  possono uscire dalla bocca di una ragazzina.
In altri casi, il mio sconcerto derivava dal fatto che veniva dato un grande rilievo a certi elementi che poi non comparivano nel seguito della narrazione.
E poiché ormai anche il lettore comune, un «lettore empirico» (Eco), o una lettrice nel mio caso, sa (ed è lo stesso Murakami a ricordarcelo) che:

– Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
– Che significa?[…]- Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare. Cechov amava scrivere racconti privi di fronzoli.

Successivamente Murakami prosegue:

– Mi inviti a trasgredire la regola di Cechov, insomma.
– Esatto. Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco, – disse Tamaru. […]
«Non è vero che tutte le pistole debbano fare fuoco, – si disse Aomame mentre era sotto la doccia. – Una pistola non è altro che uno strumento. E quello in cui vivo non è un mondo di finzione. È un mondo reale, pieno di smagliature, difformità, anticlimax».

Lo scrittore, in un gioco metaletterario fra la finzione del romanzo che noi lettori – qui e ora – stiamo leggendo, e le parole che Aomane-personaggio pronuncia fingendo «reale» il mondo cui appartiene, sottolinea la differenza tra quest’ultimo e quello della finzione richiamato dalla citazione di Cechov: è la letteratura che  rispecchia  se stessa rivendicando il proprio statuto di spacciare per realtà la finzione che inventa e mette in scena.
Ora, anche se Murakami si appella alla libertà dello scrittore di  inserire nella ricetta ingredienti che poi non utilizzerà per realizzare il composto, è anche vero che così può creare un senso di disorientamento e delusione in chi legge. Infatti, alcuni elementi che parevano destinati ad avere fortuna nello sviluppo della narrazione, si perdono: penso alla Sinfonietta di Janáček, che accompagna magistralmente l’incipit del romanzo. La musica che esce dalla radio del tassista che dice a Aomane di scendere per arrivare in tempo all’appuntamento, è un’opera poco nota, un po’ di nicchia si direbbe; data l’insistenza che l’Autore le dedica, il lettore si aspetta che essa sia un componente importante nell’economia della storia. Invece cade nel silenzio.  Similmente accade ad alcuni personaggi che pure hanno un ruolo di spicco, come l’amante di Tengo (una donna misteriosa ma con una consistenza potente), la giovane Fukaeri (la giovanissima esordiente che innesca tutta la vicenda scrivendo un libro), il vecchio professore che la protegge, gli stessi Little People. Tutti questi vengono allontanati dal proscenio senza che se ne sappia più nulla, quasi per dimenticanza, investiti dall’oblìo.

Vuoti/colmi

Tuttavia, per il loro numero e il peso che rivestono nel romanzo,  sembrano costituire un vero e proprio tema: della sparizione, del vuoto, dell’assenza. Che è all’origine del  desiderio  di Aomane e di Tengo di raggiungersi per ricomporre un unicum e colmare la reciproca mancanza. Ecco che allora si mette in movimento un’angolazione diversa dalla quale ri-leggere il libro, dando vita a una circolarità che si può immaginare senza fine. E quindi, anche un romanzo che è sembrato a tratti poco comprensibile, complicato, sibillino, tortuoso, si rivela un universo che non smette di stupire, interrogarci, renderci inquieti.
E all’erta: in aprile esce una nuova opera di Murakami.

Nicoletta Scalari

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