Harry Potter: quando la magia (del cinema) finisce

Il maghetto Harry Potter è protagonista dell’eponima saga della scrittrice inglese J. K. Rowling, che con i suoi sette opulenti libri fantasy, ognuno dei quali ricopre un anno della vita magica del ragazzo occhialuto con la cicatrice sulla fronte, ha fatto i milioni di lettori e i miliardi di soldi, anche se questo già lo sappiamo tutti. Giusto per definire la propria posizione, chi scrive ha deciso di fare una piccola recensioncina anche dei libri: ottimo intrattenimento giovanile con punti narrativi più forti degli altri, storie emozionanti e personaggi secondari molto più affascinanti e ben costruiti dei protagonisti, spesso bidimensionali o anche monodimensionali – come la tanto acclamata Hermione che perde tutto anche su film, sebbene Emma Watson potrebbe avere un futuro cinematografico più roseo di Radcliffe/Potter, che già sembra essere meno conosciuto di nome perfino di Robert Pattinson (star di “Twilight”, saga fantasy rivale ma decisamente più debole, tecnicamente e narrativamente) che ha trovato un suo avvocato difensore nel grande David Cronenberg, regista di opere di primo piano come “A History of Violence” e “La Mosca”. Per i film la faccenda è più complessa.

Columbus

Partiamo ovviamente in ordine cronologico. Il primo film, “Harry Potter e la pietra filosofale”, uscito nel 2001, è stato diretto da Chris Columbus, noto regista di film per ragazzi come “Mamma ho perso l’aereo” o “Mrs. Doubtfire” con Robin Williams. La storia narra di come Harry scopra di avere una vocazione per la magia, ereditata dai genitori uccisi dal malefico Voldemort (anche se gli zii gli hanno detto che erano morti in un incidente stradale), e di come il barbutissimo Hagrid lo porti alla scuola di magia di Hogwarths dove insieme ad altri suoi coetanei undicenni si trova davanti a un mondo fantastico ma dotato di due facce. Columbus dirige con il suo stile una storia fantastica adatta soprattutto a chi ha l’età del protagonista, per garantire meglio l’immedesimazione, e quindi il film è decente ma difficilmente intrattenente per chi ha letto prima il libro. Non tutto è ben riuscito, ma gli effetti speciali ed il trucco sono splendidi e Alan Rickman (come in quasi tutti i film) è sublime nel ruolo dell’ambiguo professor Piton.
Il secondo film è “Harry Potter e la Camera dei Segreti”. Columbus alla seconda regia si supera e crea una storia già più adulta con buone virate nel grottesco-inquietante e riesce ad offrire spunti d’intrattenimento più interessanti. Harry stavolta deve capire i misteri che girano attorno alla creatura che sta pietrificando i suoi compagni di scuola e attorno ad uno strano diario di un certo Tom Riddle, che sarebbe Voldemort da giovane. Effetti speciali quasi sempre ottimi e bella fotografia, ma l’elfo Dobby, per quanto, !sceneggiaturalmente! parlando, simpatico, è difficilissimo da guardare.

Cuaron

Per “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”, la regia è passata al señor Alfonso Cuaron, dopo “Y tu mamà tambien”. Il film vira di più nel grottesco rispetto ai precedenti e, pur avendo una sceneggiatura forzata e confusa (come del resto era già anche il romanzo, uno dei migliori della saga), è il migliore di tutti gli “Harry Potter e”: atmosfere comiche, vari divertimenti furfanteschi (i fratelli gemelli Fred e George con la loro mappa del malandrino), attori ottimi (Oldman e Thewlis sono le nuove entry), scene splendide. È cambiato anche l’attore che fa Silente, alla tragica morte di Richard Harris, sostituito dal meno noto Michael Gambon, omosessuale come il personaggio, visto in ruoli come “Il Cuoco il Ladro sua Moglie e l’Amante” o “Gosford Park”. La trama adesso parla di Sirius Black e del nuovo insegnante Lupin, amici d’infanzia del padre di Harry, il primo dalla fedina penale sporca e ricercato, il secondo posseduto da un segreto strano riguardo a sè.

Newell

Ulteriore cambio di regia per “Harry Potter e il Calice di Fuoco”: per la storia del torneo Tremaghi (che si trasforma in un torneo Quattromaghi con l’aggiunta di Potter per colpa del Caso), non solo tra i co-protagonisti si aggiungono il succitato Robert Pattinson, che tre anni dopo sarebbe diventato ancor più famoso grazie a “Twilight”, e il notissimo Ralph Fiennes nel ruolo di Voldemort, ma a dirigere vi è Mike Newell, bravissimo regista di “Donnie Brasco”. Il film però è minore di tutti i suoi predecessori a causa di un accumulo di riferimenti adolescenziali stolti ed effetti speciali spettacolarizzanti, sebbene il romanzo fosse forse il più intenso ed intrattenente di tutta la saga, anche se comunque le atmosfere spesso sono ben riuscite. Rupert Grint/Ron Weasley con i capelli lunghi è inguardabile.

Yates

Il cambio di regia definitivo vi è stato con “Harry Potter e l’ordine della fenice”, in quanto, da questo capitolo della saga in poi, la regia è passata al mediocrissimo David Yates. “Harry Potter e l’ordine della fenice” infatti è il romanzo più lungo della saga, e da esso è stato tratto il film più breve: un’esile porcata priva di profondità in cui la monoespressività di Radcliffe diventa più importante di qualsiasi errore di sceneggiatura. Nemmeno una certa epicità nello scontro tra Silente e Voldemort alza un po’ la situazione. La trama è presto detta: con il risveglio dell’Oscuro Signore, il mondo magico è nel Caos. Tra Piton, Sirius Black, Silente e gli Weasley, però, nulla riesce ad aiutare la situazione, anche per colpa della duplicità dell’Ego di Harry, i cui sogni inquietanti sembrano prender vita, e che nel frattempo sta insegnando Difesa delle Arti Oscure ai suoi compagni al posto della sgradevole prof.ssa Umbridge. Nemmeno il rapporto tra il protagonista e Silente, le cui particolarità implicite sono particolarmente interessanti, psicologicamente parlando, vengono messe in risalto; vengono anzi dimenticate.
“Harry Potter e il principe mezzosangue” è addirittura una poltiglia irritante. L’epicità dei capitoli filmografici precedenti è stata interrotta da Yates che decide di inserire sottotrame sentimentali e adolescenziali che non c’incastrano nulla con la trama solo per compiacere le fan quattordicenni, rintontontolite da una qualche americana o, nella nostra patria, da Moccia. In crisi dopo la strage alla fine del quinto film/libro, Harry s’innamora della sorella di Ron e trova un misterioso libro di pozioni. Nel frattempo, il suo rivale Lucius Malfoy trama contro di lui insieme ai Mangiamorte, e Silente sembra avere un segreto.
La saga filmica si conclude con i due capitoli di “Harry Potter e i doni della morte”, entrambi diretti da Yates, presi da un unico libro diviso in due per motivi di tempo – e soldi. Se il primo dei due è discreto, con una certa attenzione psicologica verso personaggi tipo Ron e Luna ed un’interessante sequenza animata (dei film diretti da Yates è il migliore sotto quasi tutti gli aspetti: sviluppo della trama, profondità di sceneggiatura e di campo, recitazione, comparto tecnico), il secondo è veramente qualcosa di immondo. Spettacolarizzante ed esplosivo fino al vomito, statico nei dialoghi e nella recitazione, senza emozioni, privato di scene chiave, montato malissimo in scene potenzialmente ottime (il flashback di Piton in cui, tra l’altro, v’è un errore incredibile di casting: dopo che hanno detto a Harry diecimila volte “hai gli stessi occhi azzurri di tua madre”, nell’analessi la madre bambina è mostrata con gli occhi marroni). Smorto ed orribile, è il peggior film della saga in tutto tranne che in effetti speciali. Purtroppo, anche la commovente scena finale è storpiata del suo vero significato: Harry Potter non prova più il caratteristico dolore alla cicatrice.

7isLS

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