Gravity vs Elysium

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Blockbuster: alla lettera significa «spaccaquartiere», in riferimento alle bombe che calavano dall’alto facendo fuori un intero isolato; ma la descrizione letterale è poco interessante, e complicato narrarne la storia, dalla guerra-guerra alla guerra degli incassi. Tuttavia la definizione, cinematograficamente, si può stringere a quella categoria di film, come si può dire, che partono da molti soldi e, di solito, ne guadagnano almeno altrettanto. Il blockbuster per eccellenza al giorno d’oggi probabilmente è Avatar, ma anche tutti i film supereroistici hollywoodiani, tutti i film di Nolan post-Insomnia, tutti i film di Michael Bay, Zack Snyder, Steven Spielberg, Peter Jackson e altra gente più o meno dimenticabile (che sia per bravura o fama), ma anche Grandi Classici, da Via col Vento all’ultima più banale epica romantica hollywoodiana sulla scia del Titanic. Poi spuntano due titoli: Gravity e Elysium. Entrambi provengono da registi non-proprio-sconosciuti, entrambi hanno avuto un alto budget e hanno avuto (o hanno) ottimi risultati al box office. Entrambi cercano di uscire fuori da certi schemi prestabiliti dallo stereotipo del blockbuster odierno, riuscendoci in maniera diversa. Entrambi sono usciti sia in 2D che in 3D. Entrambi sono usciti, in momenti vicini. Entrambi sono film di fantascienza. Uno è bellissimo, l’altro è orrendo. Ma andiamo con calma.

Elysium

Elysium esce dalla regia di Neill Blomkamp: non proprio un novellino, per così dire. Il nostro infatti nel 2009 uscì fuori con un altro blockbuster fantascientifico mica male, District 9, che analizzava con un interessante tocco documentaristico una storia di relazioni uomo-alieno. Diventava un po’ più stupido, leggero e convenzionale con il passare dei minuti, andando dalla simil-introspezione (non usiamo parole troppo grandi senza un «simil-» prima) all’azione più becera e ignorante. Ma nonostante tutto, suvvia, funzionava. Elysium, be’, no. Partiamo dalla trama: Matt Damon calvo, unico eroe dalla pelle bianca (che coincidenza!) in un’epoca e condizione sociale in cui tutti gli sfigati sono negri, musi gialli o mangiafagioli (uso termini ironico-razzisti per immedesimarmi nell’incoerenza del regista), vive in un futuro distopico in cui gli jellati senza soldi vivono sulla Terra mentre la gente con i soldi vive, sotto la monitorazione di una tipa che ho cercato di convincermi fino alla fine che non fosse Jodie Foster, in una mezzaluna meccanica con aria respirabile, vero e proprio Paradiso Terrestre dotato di macchinari con cui si possono curare tutte le malattie.
Il film sin dalle prime inquadrature, cosa confermata poi anche da vari sviluppi, dimostra di essere un blockbuster come tutti gli altri, ma ricerca anche (senza successo) una sorta di profondità di base, con sottotrame dal povero sviluppo, comprimari inutili, regia fintamente ricercata e soprattutto un innato desiderio di essere «alternativo», «diverso», addirittura «socialmente impegnato».
Quando Matt Damon si caccia in un casino di radiazioni, decide di scappare su Elysium per curare sè stesso, la figlia della donna che ama (?) e, con dei file «mentali» rubati da un milionario interpretato da William Fitchner, sbloccare la possibilità di mandare tutta l’umanità su Elysium. Suo nemico? Un buffissimo, ridicolissimo, tamarrissimo Sharlto Copley nel ruolo di un cacciatore di taglie che distrugge televisioni urlando «vaffanculo i politici» et similia.
Usando una (inconsapevole, va da sé: il paragone vale solo per un pubblico italico) allegoria della politica italica odierna, si potrebbe dire che Matt Damon è un po’ il Pd e Copley è un po’ il Movimento 5 stelle. Non che ciò sia un bene, comunque: mettere allo stesso livello, in uno scontro violento (a volte troppo, a volte troppo poco), un sinistrorsismo liberaloide falso-coraggioso ed una parlantina pagliaccesca ed ignorante dovrebbe far pensare? Grezzo, non in senso buono, nelle sparatorie, vuoto nell’azione, telefonatissimo nel finale elogiato come originale da chi ha considerato il film talesin dall’inizio, anche girato male dal principio alla fine, banale, profondo come il testo di una canzone di Nesli, mal caratterizzato, pure dotato di pessimi effetti speciali in alcuni passaggi: non roba alla Doctor Who, per capirci, ma neanche Avatar, anzi, neanche District 9.
Pessimo, pessimo e pessimo, nello stile, nell’intreccio, negli attori, nella concettualizzazione della «critica sociale» di fondo. Però è così involontariamente ridicolo che in alcuni punti ci si può ridere sopra. Forse.

Gravity

Gravity è di Alfonso Cuaròn, regista di I figli degli uomini, interessante blockbuster un poco sopra la media, di Y tu mamà tambien e di Harry Potter ed il prigioniero di Azkaban, il suo film più famoso. Mi fa ridere in effetti pensare che il regista sia, insomma, lo stesso. Nonostante infatti io pensi che, nel suo gotico/grottesco, il suo capitolo sia il migliore della saga filmica di Harry Potter, non c’è paragone alcuno con Gravity da un punto di vista qualitativo.
Questo film parte dal presupposto di trattenere lo spettatore in sala per un’ora e mezza di Sandra Bullock nello spazio che bestemmia internamente perché non le capita nulla di buono. Be’, chiaro, di solito quando una dottoressa, capitata quasi per sbaglio accanto ad un satellite per piccole riparazioni, finisce per perdersi nello spazio con poco ossigeno a disposizione, speranza che scarseggia e la consapevolezza che i suoi pochi compagni di viaggio sono morti, alcuni forse a causa della propria noncuranza e fretta nei confronti di un ammasso di detriti mossi nella sua direzione, la sensazione che si prova maggiormente non è delle migliori. Aggiungo che ho sempre avuto un rapporto conflittuale, prevalentemente negativo, con Sandra Bullock, le sue capacità recitative, lo stereotipo del suo personaggio di base, anche se qui il suo personaggio (convenzionalissimo) è comunque trattato molto meglio di tutti gli altri personaggi della sua carriera, sia nella sceneggiatura che nella sua interpretazione. Nel cast, in un ruolo molto secondario più interessante di quello della Bullock, è presente pure un certo George Clooney, in stato di grazia, raramente migliore.
A discapito delle premesse, qui volevo arrivare, la regia di Cuaròn —che verte soprattutto sui piani sequenza come precedentemente in altre sue opere (ma mi ha lo stesso stupito), le riprese lunghe, da mal di mare, girate con un 3D raramente migliore nella storia del cinema tutto— riesce a confenzionare un blockbuster dagli effetti speciali mirabolanti, l’intrattenimento (mai stupido, semmai prevedibile) assicurato, a volte addirittura ansia o tensione, che registicamente assomiglia più ad un film di Béla Tarr che ad uno di James Cameron: cosa che non è che un bene.
Intendiamoci: il film ha senza dubbio dei difetti, convenzionalità, prevedibilità a parte, soprattutto nel dialogo più basilare, più drammatico, ma la sua regia, la sua fotografia, il suo comparto tecnico e stilistico sono assolutamente intoccabili. E concettualmente va incontro ad un vuoto potente e spaventoso, struggente, cattivo, implicito. Non dice molto ma dice anche troppo. E si fa prendere sempre sul serio, anche nel ruffiano. Questo è, se non il miglior blockbuster degli ultimi anni, almeno uno dei migliori.
Per quanto riguarda quest’anno 2013, mi supera pure (di non troppe spanne) Pacific rim e pure quel blockbuster che a tutto il mondo ha fatto schifo tranne che a me, Prometheus. Si possono discutere alcune qualità del film, ma non il fatto che sia un film, in effetti, di qualità, sopra la media del proprio genere — e da qui si può discutere anche il genere stesso, ma quello è un altro discorso. Errori scientifici ma non più di tanto, fantastico (e realistico) che finalmente si siano ricordati in un film che l’assenza di ossigeno nello spazio rende impossibile il disperdersi del suono, motivo per cui, tra esplosioni ed impatti vari, le uniche cose che si sentono sono dialogo e musica: una musica d’impatto che, con note incisive e ritmo stretto, dà la sensazione dei rumori interni, lasciati da parte. Imperdibile per gli amanti della fantascienza e per chi, da un blockbuster, cerca qualcosa di diverso.

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