Gloria a Bastardi senza gloria

Prima di

Dopo la Palma d’Oro e l’Oscar alla sceneggiatura per “Pulp Fiction”, sua seconda opera filmica, Quentin Tarantino s’è dato, senza rivelarlo, al riposo.
Ha diretto “Jackie Brown”, unico suo esempio di cinema sotto le righe, una simpatica commedia drammatica d’intrattenimento gangster, un po’ per rilassarsi, un po’ per poter dirigere Robert De Niro e Pam Grier, tra i suoi attori preferiti di sempre. E poi s’è dato al lungo ed estenuante progetto di Kill Bill, diviso in due film, tutto creato come tributo a Uma Thurman e David Carradine. Infine, nel 2007, ha ‘partorito’ “Grindhouse” insieme al collega Robert Rodrìguez, anche qui solo per lavorare con Kurt Russell. E tutti e 4 questi progetti sono a loro volta solo operazioni commerciali (spesso riuscite!) in cui il centro è un tributo al cinema: in “Jackie Brown” alla blaxploitation e al cinema d’intrattenimento underground americano degli anni ’70 e ’80, in “Kill Bill” al cinema d’intrattenimento iperviolento asiatico (‘anime’ compresi), e in “Grindhouse” all’evoluzione del genere horror americano, sempre nei circuiti underground, perverso, brutale, divertente, semplice. Nel 2009, però, ritornato dietro la macchina da presa, sforna l’apoteosi della sua filmografia: “Bastardi senza gloria”.

Generi

Un antipasto però è d’obbligo: “Bastardi senza gloria” non è il normale film d’intrattenimento. Anzi, è difficile anche solo considerarlo un ‘film normale’ o un ‘film d’intrattenimento’. Si può addirittura benissimo inserire, volendo, in tutti i generi cinematografici possibili (eccetto probabilmente solo l’horror e il porno), creando un cocktail squarciante, un concentrato puro. La trama, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale si può ben suddividere in due vicende che si intersecano: la prima è quella di Shosanna, vera protagonista dell’intero film, interpretata da una Mélanie Laurent che avrebbe meritato un Oscar, ragazza ebrea che scappa dalla strage della propria famiglia compiuta dal colonnello Hans Landa (l’eccezionale Christoph Waltz, che ebbe in effetti l’ambita statuetta) e che presto si trova a Parigi alla direzione di una sala cinematografica che viene notata da niente popò di meno che Goebbles; la seconda è quella dei Bastardi Ingloriosi, gruppi di ebrei americani, uno dei quali (Brad Pitt) di origine Apache, piombati in una Francia a pezzi con lo scopo di uccidere nazisti brutalmente, anche se hanno un piano più ampio e ambizioso.
I generi cinematografici ci sono tutti: nero su bianco è un film di guerra o d’azione, ma non mancano gli irresistibili dialoghi che lo possono avvicinare alla commedia come nemmeno scene ad alto potenziale tragico (accompagnate da musiche non originali ed efficacissime di Ennio Morricone, tra le quali emergono “Un Amico” e “Rabbia e Tarantella”), anche se la dilatazione temporale, la fotografia e la caratterizzazione generale, sono tutte imponenti caratteristiche vicine al cinema di Sergio Leone (è “Bastardi senza gloria” il primo western nel Terzo Reich?). Per i restanti tre generi, ovvero noir, storico e fantascienza/fantasy, si va in qualcosa di più grande. Per definire l’elemento noir, bisogna analizzare una caratteristica costante dei film di Tarantino: eccetto giusto forse solo la Sposa di Kill Bill, nessun personaggio ha un vero e proprio passato, o una psicologia riconducibile ad eventi che non vengono mostrati sullo schermo ma narrati. Ciò è una caratteristica tipica del noir, o dell’hard boiled se si preferisce, della tipologia più priva di sentimenti, nichilista, manipolatrice: lo spettatore deve capire da sè le sfaccettature. Per esempio, Shosanna è una romantica o una sadica venticatrice? Zoller (Daniel Brühl) prova dei sentimenti? Cos’ha spinto Hugo Stiglitz (Til Schweiger) ad uccidere i nazisti suoi superiori? I Bastardi incarnano un punto di vista etico difficilmente condivisibile o il “Senza Gloria” del titolo è un modo per far capire allo spettatore che la trama è talmente disperata da non avere un protagonista morale, glorificabile? Il critico cinematografico inglese e soldato (Michael Fassbender) è spinto da ingenuità o da un desiderio quasi suicida non spiegato ma quasi intuibile? Hans Landa è un ipocrita o mente a sè stesso solo per far credere a chi lo circonda cose differenti da persona a persona per costruirsi una sua personalità dalle diverse modalità in ognuno (per esempio, dice a LaPadite di essere fiero del suo soprannome, “Il cacciatore di Ebrei”, ma dice a Aldo Raine che è ‘solo un soprannome’)? Tutte contraddizioni, o forse tutte cose che deve immaginarsi chi guarda e ammira. E qui si arriva al livello storico-fantastico.

Cosa scriveranno i libri di Storia?

La chiave sta qui in una battuta di Hans Landa verso la fine: “Cosa scriveranno i libri di Storia?”. Chi ha già visto il film lo sa già, chi non l’ha visto non riceverà spoiler eccessivi, ma il finale di “Bastardi Senza Gloria” è fuorviante a dir poco: cambia completamente la Storia come la conosciamo immettendo un fatto assolutamente impossibile che è il nucleo nervoso di tutto il film, un “e se fosse…” grande come una casa, un interrogativo che viene da porsi durante tutto il film come, del resto, durante tutti i film. “Bastardi Senza Gloria” si può forse definire come IL cinema. Narra di presente e di futuro con una perizia tecnica favolosa, sia di regia che di montaggio e acting (le scene da antologia sono varie, ma quelle che davvero sono entrate maggiormente e più ragionevolmente nell’immaginario moderno sono le due macrosequenze quasi teatrali – si svolgono entrambe in un solo luogo – del colloquio tra Landa e LaPadite nella casetta di quest’ultimo e dell’incontro tra la Von Hammersmark interpretata da Diane Kruger con i Bastardi nella locanda di Nadine), contiene sia intrattenimento puro che ambizioni artistiche d’autore. Se, per profondità, non è uno dei più grandi film di sempre, per rapporto con la storia del cinema invece lo è: non è probabilmente rivoluzionario, ma è un riassunto epocale (in tutti i sensi) e unico. Una scarica d’adrenalina in un contesto di riflessione cinica sul genere umano e sull’arte, diretta benissimo, stupenda, un’ode al concetto di concretizzazione dell’illusione del cinema, così ridondante da uscire completamente dai canoni narrativi razionali.
Alla fine del film Aldo Raine guarda la svastica appena incisa sulla fronte di un colonnello e dice al suo compagno: “Questo potrebbe essere il mio capolavoro”. Lì non è Brad Pitt a parlare. È Tarantino, che si riferisce al film, in una tradizione metacinematografica che ha radici che toccano perfino Altman (quando in “M*A*S*H” i titoli di coda sono recitati da un megafono, o quando in “I Protagonisti” il protagonista Tim Robbins racconta la propria storia come possibile ‘plot’ per una produzione filmica) e che è presente anche nelle numerose citazioni le cui personificazioni stanno nei personaggi della Laurent, proprietaria di un cinema che poi diventa l’arma definitiva (la potenza dell’immagine proclamata) e di Fassbender.
Tarantino tornerà nel 2012 insieme a “Django Unchained”, con Leonardo Di Caprio, Jamie Foxx, Christoph Waltz, Joseph Gordon-Levitt e Kurt Russell. Attesa febbricitante.

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