Fotografie di scrittori

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

Cercavo fotografie di scrittori, nello specchio rovesciato del soggetto-oggetto, per scopi diversi. Il primo era: cosa fotografano gli scrittori? Alcuni di loro hanno avuto una sorta di attività anche come fotografi e in alcuni casi, vedi Giovanni Verga, come reporter. Altri, vedi Hemingway o Henry Miller, sono perlopiù i soggetti ritratti dalle foto che restano di loro: troppo magnetica la loro presenza per essere trascurata e invece quanto avrei voluto vedere foto di laghi e torrenti, di montagne e campeggi, infinite pescate che il giovane Hemingway dei racconti ha descritto in poche linee rigorose e dolenti. Niente. Resta di lui la sua ingombrante figura tragica.

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

Impressionante il lavoro di Jack London, vero e proprio giornalista sociale, che fotografa gli umiliati e offesi dal sogno/incubo americano, spiaggiati sulle panchine in riva al parco metropolitano, stretti l’un l’altro alle proprie coperte sudicie, sulla balaustra della propria miseria senza scampo. Juan Rulfo, che in Italia non è molto conosciuto, ma è un vero e proprio padre spirituale della carovana sudamericana dei cosiddetti realisti magici, si mette sulla pista delle proprie irrecuperabili radici. Ritrae formidabili reperti archeologici azteche, chiese della conquista; esercita sulla pellicola la sua prodigiosa capacità di far parlare i mormorii che abitano le crepe dei muri, quegli interstizi di vita e non-vita che per uno come lui hanno poco senso. Svapora sotto la canicola vetrosa del sole incandescente che abbaglia le foto di Rulfo, quasi le sovraespone, il mondo opposto e binario dell’Occidente: nell’estremo bagliore si nasconde la cecità notturna. E così sia. Anche Chatwin, negli sgranatissimi bianchi e nero di rottami e cortili, imprime nell’eternità del diaframma la Patagonia. Segmenti di vita quotidiana raffigurati esattamente com’è composto il suo più celebre libro, che fece infuriare i tradizionali lettori di libri di viaggio: cancellata la progressione dell’itinerario In Patagonia vive di momenti accostati e circostanziati, per cui la sconfinata geografia che ci aspetteremmo è di fatto evitata.

foto di Jack London

foto di Jack London

foto di Bruce Chatwin

foto di Bruce Chatwin

Anche Giovanni Verga protende il suo sguardo di scrittore sull’obiettivo. Quasi un’identità tra le immagini e le parole, come se la pagina non bastasse, la fotografia non bastasse, niente bastasse più a raccontare un mondo finora avvinto dal sortilegio del mutismo.

foto di Juan Rulfo

foto di Juan Rulfo

foto di Juan Rulfo

foto di Juan Rulfo

Ma cercavo fotografie di scrittori. Foto più tradizionali, per così dire. Goffredo Fofi ha curato una mostra sull’argomento. Quello che m’interessava era lo sguardo frugato degli scrittori improvvisamente scovati dalla macchina fotografica: perlopiù sono visi impreparati, timidi, indisposti, sproporzionati a confronto con l’immagine pubblica che hanno. Qualcuno dei più narcisisti non hanno timore nel farsi ritrarre accompagnati da signore di malaffare, vedi la celebre foto di Bukowski con la prostituta esageratamente filiforme. Antonio Tabucchi ha praticamente un’unica fotografia che dopo la morte è divenuta la sua icona testamentaria, la foto da esporre al lume di offerte in fiori al cimitero, idem per Italo Calvino.

Henry Miller

Henry Miller

Ernest Hemingway

Ernest Hemingway

Charles Bukowski

Charles Bukowski

Eppure nei loro sguardi vi è qualcosa di violato, come se la foto scattata fosse sempre un oltraggio, un furto. Ed è questo che le rende preziose, perché in fondo il mestiere di scrivere è talmente scandaloso e scabroso che necessita la solitudine dello sguardo per essere svolto pienamente. Anche i più disinvolti, come Hemingway o quell’Henry Miller o Roberto Bolaño o William Burroughs sono flagranze corporee che scoppiano con l’irrefrenabilità di una vergogna: sorpresi nel pieno del loro vizio gli scrittori anelano l’ombra. Poveri quelli come Pasolini e Gadda, scrutati da un altro corpo, quello dell’obiettivo, per ricognizioni del dolore o per sondare un genio inaccessibile agli altri. E che apparizione piena di inquietudine e disagio è quella di Moravia nello specchio interrotto di Dacia Maraini. Non vorrei vedere quelle foto! Non vorrei vedere certe intimità, perché lo scrittore vive nell’anonimato, in stanze di passaggio, ignoto al suo compagno di tavola calda. Ha ragione Gadda, probabilmente, quando diceva “per favore mi lasci nell’ombra” o meglio ancora sono virtuosi i grandi stoici scomparsi-in-vita, vedi Salinger e Pynchon.

Dacia Maraini ritrae Alberto Moravia

Dacia Maraini ritrae Alberto Moravia

Italo Calvino

Italo Calvino

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Fotografie di scrittori. Quanto imbarazzo e promessa di scandalo nella lettura. Non c’è nessun motivo per cui oggi una persona dovrebbe leggere un libro. Cinema, Tv, tablet. L’interattività, l’esperienza condivisa, il gretto racconto da social network rimpiazzano chiaramente la lettura. Il libro non gode di buona salute. Lo stanno facendo sparire con l’e-book. Il solo motivo per cui dovresti leggere un libro è perché il volume di carta, il codice, è ancora sufficientemente invisibile. Ti garantisce ancora un anonimato, tutto sommato, sicuro. Voglio dire: il libro può essere contraffatto, non è condiviso come un social, non ha connessione automatica alla tua rete di contatti. Puoi leggere in perfetta solitudine; persino se leggi in autobus la persona che ti siede accanto potrebbe, verosimilmente, non sapere cosa stai leggendo. Il solo motivo per cui si dovrebbe leggere un libro è perché il libro ti promette che qualcosa di scandaloso, di proibito, di inaccessibile sarà dispiegato all’interno delle sue pagine. Improvvisamente il libro sarà la chiave d’accesso a un universo misterioso e vietato. Il punto, semmai, è: quale scandalo? Quale accesso all’infrazione promette, o dovrà promettere, il libro? La sua stessa ragione d’esistenza è scandalosa: perché dover leggere? Perché dover seguire una storia su carta?

Roberto Bolaño

Roberto Bolaño

Un vecchio romanzo di George Perec s’intitolava La scomparsa. Scomparire per essere presenti. Lo scandalo dell’assenza è il rovescio dell’invisibilità. Dell’anonimato.

George Perec

George Perec

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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